Quarta parte
Napoli e la sua canzone” (Estratti da: Nuova Antologia LETTERE. SCIENZE ED ARTI, pubblicazione del 1909) di Aniello Costagliola, è un libro non solo prezioso nei contenuti ma anche raro.
(Elaborazione di Carlo Fedele)

Si spengono le ultime villotte e dura per crocicchi e chiassuoli la eco corale di Michelemmà, alla fine del secolo decimosettimo. Siamo, ora, al Settecento, candido di parrucche, fragrante di cipria e di essenze parisiennes, dovizioso di merletti, di guardinfanti e di falbalà, ciarliero di damigelle, di servette e di abatini, sonoro di clavicembali e spinette, trillante di arie, di cavatine e di canti virtuosi. Tutta la pletorica letteratura dialettale secentesca fugge la piazza e il salotto, e va a rintanarsi sotto la polvere degli archivi. L’endecasillabo di Basile cede il posto al settenàrio metastasiano: civettuolo, garbato, burlevole, demoniaco anche, e adatto a esprimere il sentimento di un’epoca in cui il mutamento di un regime politico suscitava men romore dell’apparire di un nuovo bollettino di mode. Alle vernacole avventure erotiche, eroiche ed eroicomiche dei sudditi di Giove, succedono le grazie, le malizie, le astuzie, i piccoli intrighi e le piccole pazzie sentimentali di Zelinda e Lindoro, di Rosaura e Florindo, di Colombina e Pulcinella, di Tolla e don Nicola. Vita minuscola e tutta grazia, la vita settecentesca. Come la vita, l’arte. Metastasio, il poeta più superficiale e più armonioso che sia mai esistito, può essere il simbolo della poesia di quel secolo, quando anche l’opera seria, tratta quasi sempre da eventi mitologici, aveva espressioni poetiche superficiali e minuscole, e in dissidio inconciliabile con la frigida solennità degli argomenti preferiti. Il Settecento non offre all’arte poemi e statue e tele complicate e armonie complesse, se non eccezionalmente: son regola la strofetta, il capitello, la miniatura, la cavatina. È secolo, sopratutto, di semplicità: secolo biricchino, d’una ingenuità furbesca. Serba ancora nei suoi primi anni le tracce accademiche del suo predecessore; ma con l’adolescenza lascia ogni scoria e s’ingentilisce sempre più. Re Carlo III approda a Napoli, co’ suoi vascelli carichi d’oro spagnuolo; e inaugura il suo regno felicissimo, e arricchisce di monumenti, di zecchini e di feste il suo popolo. Generoso e magnifico monarca, egli dà formidabile impulso all’arte nelle sue varie manifestazioni, fa della sua Corte un ritrovo di coltura e di eleganza, si confonde co’ suoi sudditi, e interviene egli stesso e conferisce nuovi fastigi alla parata, famosa cerimonia militare e civile, celebrata annualmente, negl’idi di settembre, in onore della Madonna di Piedigrotta, e alla quale già avevano partecipato, fia da un secolo innanzi, i viceré e le vice-regine di Spagna. Napoli è contenta: la città brilla di luminarie, risuona di canti, s’industria di mode, di ninnoli e gingilli. Secolo di poesia, questo: quando, canta il Di Giacomo,
…s’ausavano – ventaglio ‘avorio, polvere ‘e cipria – e falbalà.
e quando
…se mettevano – viuline e flaute
pe l’aria ténnera – a suspirà,
e zenniàvano – ll’uocchie d’ ‘e ffemmene,
chine ‘e malizia, – da cca e da llà.
Secolo musicale, sopra tutto. All’opera lirica, ancora un po’ austera, del Sarro, del Leo, del Guglielmi, del. Curci, del Tritta, succede e si alterna l’opera comica, che ha i suoi veraci animatori in Pergolesi, Paisiello, Fioravanti, Spontini e Mosca.. La solennità melodica delle «cantate cesaree» si sposa alla merlettata sentimentalità delle canzonette popolari. Queste sono estratto sovente dalle opere più in voga; e diventano, cosi, di patrimonio pubblico ariette, cavatine e serenate del Piccioni, del Paisiello, del Pergolesi. Il popolo le canta nelle sue case, nelle sue piazze, nei suoi ritrovi mondani, e le mette in gara con le canzoni ereditate dal Seicento, prima fra tutte Michelemmà, e con qualche «canzonetta di attualità», ricamata sul bollettino della moda recentissima o su l’ultima ricetta venuta da Parigi a dettare il nuovo cosmetico per vellutare l’epidermide di quelle damigelle e le parrucche di quelli abatini. Alcuno di questi componimenti di «attualità», i quali altro non sono che improvvisazioni di poeti anonimi su musiche di opere del tempo, è rivolto a far la satira, delicata e inoffensiva, di persone o di abitudini locali: così, Filippo Cammarano, commediografo napoletano eccellente negli ultimi anni del secolo, accenna, in una sua comedia (1), a una canzonetta divenuta popolarissima nel 1785, in onore di un gobbetto, d’agnome Bello Gasparre, il quale aveva bottega di calzettaro al Ponte di Chiaia: una specie di piccolo Cyrano partenopeo, geniale, faceto, arguto, spadaccino animoso e roteator di mazza abilissimo. D’un sol uomo, temuto e venerato, come avverte il cardinal Capecelatro in una biografia di quello, il popolo non mai osò di far la satira: e fu il monaco domenicano Padre Rocco, morto quasi in odor di santità nel 1788: un frate che sapeva imporsi al popolano e al monarca: un educator di popolo, con la parola, col bastone, con l’esempio, e con opere di carità e di civiltà (2). Pure, chi mai potrebbe giurare che anche Padre Rocco non abbia fornito argomento a qualche innocente motteggio in versi e musica? Come di quasi tutte le improvvisazioni poetiche rispondenti a persone o consuetudini di una determinata epoca, di quelle canzonette non esistono esemplari, neppur frammentar!. Se ne serbano, invece, non pochi di quelle ricavate dalle opere uniche del tempo: ricordo La molinarella (macinatrice di farina) del Piccinni, Lo frate nnammorato del Pergolesi, ed altre, le quali, come queste, prendevano il titolo dell’opera stessa onde erano staccate (3). A proposito di feste carnevalesche e canzoni, divenne popolarissimo nel Settecento e la sua popolarità si è protratta fino agli ultimi anni del secolo decimonono un «canto dialogato», in cui vengono a dissidio Pulcinella e sua moglie Zeza (vezzeggiativo di Lucrezia), per l’amore e il matrimonio della lor figliola Tolla (Vittoria), con un abate calabrese, di nome don Nicola. La musica di codesta scena gioconda è attribuita, nientemeno, a Domenico Cimarosa. Pulcinella, custode geloso dell’onor casalingo, avverte sua moglie di tener d’occhio, in assenza di lui, la giovinetta Tolla:
Zeza, Zè, ca io mo esco.
Statte attienta a sta figliola.
Tu Ile si’ mamma, e dàlle bona scòla.
Mantiènela nzerrata;
Nun la fa prattecare;
Ca chello ca nun sa’ se po mparare.
Ma Zeza, madre compiacente, non mette in pratica i buoni consigli maritali; e quando Pulcinella è fuori, ella fa entrare in casa, tricorno e occhiali, l’abatino innamorato, reduce dalla scuola. Tolla vede di lontano il suo amore, e dice alla mamma le sue smanie di fanciulla invaghita:
Mamma, ma’ , non vi’ chi vene?
Non è chillo don Nicola?
Lo vide ca mo esce da la scola?
Si isso mme volesse, Io mme lo pigliarria,
E n nanze a tata cchiù non ce starria.
Entra l’abate, e intesse il suo idillio con Tolla, mentre Zeza invigila la porta di casa. Ma sopraggiunge Pulcinella; l’abate non fa a tempo a nascondersi; è sorpreso dal babbo indignato; corrono male parole e legnate; poi tutto finisce lietamente, e don Nicola si sposa con Tolla (4). Questa scenetta, che contiene in embrione la trama di una delle tante comedie giocose allor predilette, fu mandata a memoria dai napoletani di ogni grado, e divenne canto di secolare resistenza. Zeza attraversò le piazze, i teatri e le baracche della città. Fino agli anni estremi del secolo scorso, io ricordo baracconi improvvisati, in tempo di carnevale, apposta per accogliere e ripetere alla plebe le amorose peripezie di don Nicola e Tolla. Gli ultimi discendenti della stirpe dei Petito, illustre nella storia del teatro comico napoletano, ancor facevano posto nei lor teatrucoli, sempre e solo in carnevale, alla ingenua composizione poetico-musicale settecentesca (5), Il secolo si estingue ne’ rivolgimenti politici del 1799. La repubblica partenopea ha vita breve e gloriosa. Il popolo si esalta nei «canti di libertà», raccolto intorno all’albero omonimo, in Piazza del Castello. Poi, ritorna la tirannide borbonica, annunziata dalle orde del cardinal Fabrizio Ruffo e sanzionata dalla esecuzione capitale di cittadini insigni, I lazzaroni della Santa Fede si ubbriacano di canzoni innominabili, mentre dai patiboli di Piazza Mercato cadono le teste di Mario Pagano, di Domenico Cirillo, di Vincenzo Russo, di Eleonora Pimentel, di Luigia San felice. Il successore di Carlo III, Re Nasone, plebeo, fanatico e rurale, riprendo lo scettro. Funerali e danze: in tanto orrore, il nonagenario Pulcinella Giancola balbetta agli uditori del teatro San Carlino le sue ultime lepidezze senili. E il secolo si chiude con lo «cantate cesaree», in onor del tiranno. Tutto le forme dell’arte seppe ingentilire il Settecento: anche la canzonetta popolare. Di questa si può, anzi, dire che fu allora gettato il buon seme, il quale fiori, con esuberanza anche eccessiva, nella prima metà del secolo decimonono: primo bocciuolo, una canzone di Gaetano Donizetti, su versi dell’ottico napoletano Raffaele Sacco: Te voglio bene assaie: quella che aprì la serie delle canzoni di Piedigrotta, nell’anno 1835. Una sera d’estate dell’anno 1835, don Raffaele Sacco, scienziato in ottica e ottico di mestiere, con bottega ancor esistente a Napoli in via della Quercia, attraversava quel tratto di strada che congiungeva la piazza Santa Brigida col vico delle Campane, or demolito, quando, dall’interno dell’Osteria del Siciliano, posta proprio in quel punto, si levò un coro entusiastico di qualche dozzina di voci, su gli accordi di un ottavino e di una chitarra. Cantavano quelli avventori, quasi ebbri di guarnaccia e di moscato di Catania, alcune strofe note agli orecchi del solitario ascoltatore:
Li quarte d’ora sonano:
E uno, e doie, e tre…
Te voglio bene assaie,
Ma tu non pienze a me.
Don Raffaele si soffermò ad ascoltare, quasi nascondendosi all’ombra di un fanale, nell’angolo della via. Credeva l’ingenuo passante di sfuggire, così, all’osservazione di quelli che cantavano. Ma dovette ricredersi. D’un tratto, mentre gli stromenti strimpellavano l’intermezzo della canzone, egli udì, come un osanna, gridare il suo nome:
— Don Rafele ! Ebbiva don Rafele !
E nel tempo stesso una folla acclamante si riversò, dalla porta della taverna, su la via; e l’ottico fu chiuso in un cerchio insormontabile di clamori. Un delirio di evviva e di applausi. Poi, il coro intonò, ancora più gagliardamente:
Saccio ca non vuò scennere
La gradiata a scuro.
Vattenne muro muro,
Appòiete ncuollo a me.
Tu n’ommo comm’a chisto
Addò lo trovarraie?
Te voglio bene assaie,
Ma tu non pienze a me.

L’acclamato aveva le lacrime negli occhi e nella gola. Non poteva parlare. Accennava con una mano a metter diga a quello straripamento di entusiasmo; ma, senza volere, quella mano egli agitava ritmicamente, come a dar la battuta al canto. Quella folla di popolo, cresciuta fino ad occupar tutta la via, cantava la sua canzone: cantava Te voglio bene assaie, della quale egli, Sacco, aveva scritto i versi, e Gaetano Donizetti, allor direttore del Conservatorio di musica napoletano, aveva composto la musica. L’entusiasmo si propagò rapidamente. Don Raffaele quasi fu trasportato a braccia nell’osteria, e lì dovette accettare, fra le varie offerte d’intingoli e manicaretti, anche un bicchiere di «amabile Castelvetrano», regalatogli «col cuore» dal famoso Verdone, il padrone dell’osteria, quello che fece dire ad un improvvisatore suo contemporaneo:
Il Verdone gentil trasse primiero
L’onor della cantina ai nostri lidi.
Stordito e compiaciuto di così frenetica accoglienza, il poeta, nel congedarsi dai suoi ammiratori, i quali vollero accompagnarlo fino alla porta della sua casa, finì per confessare, con la voce tremante di commozione, che quella era stata «la più bella serata della sua vita». Mi raccontava, parecchi anni fa, questo episodio, insieme con altri aneddoti che or mi sono utilissimi, uno che fu attore e spettatore della scena di quella sera: un borbonico di razza, tal Federico Polizzi, di mestiere barbitonsore. E nel suo bel volume Celebrità napoletane, che ha squisite pagine documentali su tipi e consuetudini nostre, Salvatore di Giacomo narra altri episodi relativi alla canzone del Sacco.

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(1) Filippo Cammarano, Lo bello Gasparre, e basta così!
(2) Alfonso Capecelatro, La vita del Padre Rocco (Siena. 1881).
(3) Ne ricorda parecchie il di Giacomo, nella sua strenna: Piedigrotta for ever! (Napoli, 1901). E altre se ne riscontrano in varie pubblicazioni, che è superfluo citare.
(4) Di questo canto esistono vario nozioni: più credibile è quella del Martorana, il quale commentò l’altra del Cottrau «mancante come avverte il Martorana medesimo di alcune strofe, e con le altre disordinate in modo tale, da non più si riconoscere nemmeno dallo scontrafatto originale»
(5) Notevoli, nel secolo decimottavo, i così detti «cartelli per lo quadriglie» che prendevano nomo da arti o mestieri popolari, e che avevano ciascuno la sua canzono. Nel 1744, apparve anche, a Napoli, un libro di «Canzoni nuove, divote e belle, per Giovanni de Simone».

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