Terza parte

“Napoli e la sua canzone” (Estratti da: Nuova Antologia LETTERE. SCIENZE ED ARTI, pubblicazione del 1909) di Aniello Costagliola, è un libro non solo prezioso nei contenuti ma anche raro.

(Elaborazione di Carlo Fedele)

I frammenti custoditi nelle biblioteche non sono che le poche foglie essiccate di un gran rosaio disperso dal vento. Don Bartolomeo Papasso, il Giobbe dei nostri archivi, venerato e indimenticabile raccoglitore di memorie patrie, riporta dal Costo i versi iniziali di alcune villotte scritte in dialetto. E non occorre, io credo, altro documento per credere alla fioritura rigogliosa del canto popolare di quei tempi. Canzoni tristi o gaie: nenie e tarantelle e barcarole: facili melodie su versi ingenui, anche quando vogliono essere insidiosi: l’anima popolana vibra in rime e note d’amore, incuriosa, quasi direi ignara, della tirannia che là opprime e ammiserisce.
Così, fin oltre la prima metà del Seicento, secolo oltre ogni dire funesto alla letteratura casalinga. Imperò l’Arcadia, allora: e fu quella una fase letteraria celebrata e disastrosa. Quasi reazione all’aristocratico risveglio delle «belle lettere», sorse fra noi tutta una schiera di poemisti (non poeti), i quali inquinarono di artifizio balordo e sentenzioso le fonti della poesia nostrana. Giovanni Battista Basile onorato, con audacia che non ha riscontri, dell’agnome di Dante napoletano e Giulio Cesare Cortese, e Filippo Sgruttendio e Capaccio ed altri minori, vantati maestri e antesignani della poesia partenopea, furono appunto di quella poesia i più implacabili e inconsapevoli avvelenatori. E il loro metodo ristucchevole si trascinò per lustri e secoli, alimentato più tardi dalle grasse leccornie dell’abate Cola Capasso, di Niccolò Lombardi, di Sante Villano e del nobilomo Orazio Quattromani; e si spense nei ridevoli aneliti di don Domenico Jaccarino detestabile travestitore napoletano della Comedia dantesca e nelle bestemmie della decrepita Accademia dei fìlopatridi, nata e morta, nel giro di pochi anni, durante l’ultimo quarto del secolo scorso. Tutti costoro costrinsero al basso, al mercato e al conflitto col camorrista e con la feminuccia anche le più
austere deità mitologiche. Omero, Orazio, Virgilio e Dante furono oltraggiati in travestimenti ignobili. Un ibridismo stilistico e sostanziale, perpetrato da dottori estranei al popolo: retori e filologi, non poeti, Spettava a quelle opere il rogo; furono, invece, quelli autori dalle lor conventicole collocati su gli altari. E il ciarpame delle loro versificazioni ancora ingombra le nostre biblioteche! È l’estate del 1647. La plebe napoletana, guidata dal pescivendolo Tommaso
Aniello d’Amalfi, è insorta contro la signoria di Spagna, qui rappresentata dal serenissimo viceré don Rodrigo Ponz de Leon, duca d’Arcos. Insurrezione provocata da un regime vessatorio spinto fino al proposito inverosimile di non lasciare ai napoletani neppure gli occhi per piangere. La turba affamata danna al fuoco i segni tangibili del suo ammiserimento: i «posti di farina in gabella» e le
case e le masserizie degli «affittatori» daziari. Masaniello è proclamato capopopolo: generalissimo: quasi re. E in Piazza Mercato egli amministra giustizia: giudice e giustiziere: viene a patti con l’altezzoso vice-padrone iberico e in confidenza con l’eminentissimo cardinale arcivescovo Ascanio Filomarino; fa le vendette del suo popolo contro tutta la nobiltà, servile o creduta tale, al
Governo spagnuolo, prova tolti i deliri o tutte lo seduzioni del potere: e nel corso di nove giorni passa rapidamente dall’elevazione alla catastrofe: è trucidato quattro volte da quelli stessi che lo hanno elevato su gli altari: è decapitato poni mortem: il suo corpo è gettato ne fossi, fuori Porta Nolana: il suo capo mozzo, chiuso in una gabbia, è offerto, castigo e monito, alla contemplazione degli schiavi ammutinati: e la moglie del capo popolo, Bernardina Pisa, si riduce in una stamberga della città bassa, baldracca esposta a tutti gli oltraggi , a tutte le ignominie degli sgherri del vicereame.
Attorno a Masaniello, nell’ora dell’apoteosi, sorgono proseliti e patrioti degni: degnissimo, fra tutti gli altri, il manipolo costituente, la Compagnia della morte, del quale son militi gentiluomini c artisti, e fra questi ultimi i pittori Domenico Gargiulo, detto Micco Spadaro, Aniello Falcone o Salvatore Rosa. Nacque appunto di quelli anni, poco prima o poco dopo la rivolta masanielliana, una delle più caratteristiche e durevoli canzoni nostrane: Michelemmà. E al Rosa la tradizione assegna la paternità dei versi e della musica di codesta canzone, che può ben dirsi, come i frammenti di Giulio d’Alcamo e di Rinaldo d’Aquino nella storia della letteratura italiana, la prima rivelazione integrale di questa specie napoletana di componimenti (1). Ancor le nostre nonne ricantano quelle antiche strofe, con le quali il Rosa, pittore e poeta satirico eminentissimo, offriva l’impronta, ancora ingenua e rozza, di ciò che doveva essere, e fu più tardi, la canzonetta popolare napoletana.
Oggi, l’infantilismo poetico di Michelemmà farebbe sorridere anche il più ignobile dei verseggiatori partenopei; cosi, come Rosa fresca aulentissima desterebbe il compianto anche nel cuore dell’ultimo imitatore di Pietro Paolo Parzanese.  Pure, quanta poesia è in quella semplicità rudimentale! Ne giudichi il lettore:

È nata na scarola
(Michelemmà! Michelemmà )
Oje. mmiez’ ‘o mare !
Li turche se la jòcano
(Michelemmà ! Michelemmà!)
Oje, a primera
Chi pe la cimma e chi
(Michelemmà! Michelemmà!)
Pe lo streppone.
Viato a chi la vence
A sta figliola!
Sta figliola, ca è figlia
(Michelemmà! Michelemmà!)
Oje, de notaro,
E porta mpietto na
(Michelemmà! Michelemmà!)
Stella diana,
Pe fa mori li amante
(Michelemmà! Michelemmà!)
A duje a duje.
Pe fa mori li amante
A duje a duje

Che cosa ci dice il poeta di queste mediocrissime strofe? Men che nulla: egli loda la bellezza incantatrice di una figlia di notaio, la quale, nuova fata ariostesca, sa far morire gli amanti a due a due; e decanta la beatitudine di colui che saprà vincerla e conquistarla. Il ritornello corale: Michelemmà! non ha ancora trovato, e certo non troverà, il commentatore che sappia spiegarne il significato. Esso fa il paio con Tubba catubba del cantore Muchio; e troverà più tardi buona compagnia in Oilì-oilà!, Lariulà!, Tiritì-tiritombolà! e in tanti altri ritornelli di canzonette, i quali, più che voci significative, son combinazioni foniche, intese ad accrescere la musicalità del canto.
Coeva di Michelemmà fu creduta, fino a pochi anni fa, Fenesta ca lucive, la più tenera e melanconica nenia napoletana: la canzone nota forse anche agli indigeni del Congo, e che è come il tronco prolifico onde sono emersi tutti i frutti e tutti i fiori del canto popolare partenopeo. Anche la poesia di Fenesta ca lucive fu attribuita, da cronisti troppo facili ed entusiasti, a Salvator Rosa. «Pareva, osserva delicatamente il Di Giacomo, che mancasse alla cronaca dei tumulti del 1647 la circostanza poetica, il personaggio sentimentale, quel fatto d’amore, che so io, il quale lumeggia ogni viva narrazione storica, e con rilievo maggiore, toccando più facilmente l’anima, quella pagina imprime più forte nella memoria». E si assegnò a Fenesta ca lucive la data di nascita della rivolta masanielliana, «per voler quasi illuminare con un raggio della più tenera lirica il fosco di quella storia di sangue e di tristizia». Un pensiero gentile, dunque. Una illusione, anche. Ma una bella illusione, che lo storico ha distrutta. Tra i demolitori di questa leggenda è un artista: è colui che ha segnato la culminazione magnifica della poesia cittadina, e che ha saputo scrutare e chiudere in belle pagine l’anima casalinga, a traverso il tumulto dei tanti «castighi di Dio» piovutici dal cielo sotto il nome di dominazioni politiche: un di coloro che han rotto l’incanto è stato Salvatore di Giacomo (2). Il poeta napoletano rifà la storia dell’antica nenia, e ci fa sapere che Fenesta ca Lucive fu data per le stampe, su fogli volanti, a un grano la copia, appena nell’anno 1854. Autore o, meglio, rifacitore della erotica elegia, tal Mariano Paolella, tipografo napoletano, vissuto tra il 1835 e il 1868. Ma già, molto tempo innanzi d’ottenere l’onor dei torchi, essa era cantata dai nostri popolani e dalle nostre donnicciuole: tanto avverte, in una nota in margine alla prima edizione, lo stesso Paolella. Da quando, dunque, durava allora la voga di questa famosissima tra le canzoni napoletane? Non si sa; forse dal tempo di Masaniello, forse anche da prima: certo è che di quel canto non esiste traccia, oltre il «foglio volante »del 1854. Poco male, se almeno potessimo confortarci nel pensiero che Funesta ca lucive abbia avuto a Napoli i suoi natali. Niente. La bella elegia lirica nacque… in Sicilia; essa fu esimila e, certo, non dal Paolella, il quale, per su stessa confessione, pare si sia limitato a trascriverla soltanto e, forse, opina il di Giacomo, ad aggiungervi le due mediocri sestine conclusive. dal poemetto di un notaio palermitano, Matteo di Cianci, esistito nella seconda metà del secolo decimosesto.
Quel notaio narrò in coloriti versi siciliani una storia d’amore e di morte; l’uccisione di una giovine baronessa di Carini, Caterina di nome. Amava la bionda castellana, riamato, il suo cugino Vincenzo Vernagallo; e la lor passione i due giovani confidavano alla solitudine del castello carinese, ove la baronessina viveva, lontana dai suoi. Un empio frate rivelò al padre il peccato d’amore di Caterina; e il padre, ferito a morte nel suo orgoglio nobilesco, galoppò, cinto dei suoi sgherri, al castello, inseguì lungo le arcate solitarie la giovinetta atterrita, e nel cuore di lei infisse due volte il suo pugnale. Ciò accadeva storia o leggenda, verso la fine dell’anno 1563; e l’orrendo parricidio forni la trama al poemetto del notaio di Ganci. Di una parte appunto di quella composizione poetica la più passionale, quella in cui il cantore esprime lo schianto del giovine Vernagallo all’annunzio della morte di Caterina si impossessò il popolo meridionale: e quasi ogni regione del sud italiano ebbe la sua Fenesta ca lucive. Fra tutte, più diffusa e durevole la elegia napoletana: non nostra come composizione letteraria, ma patrimonio essenzialmente napoletano, pur se derivata, a quanto crede il di Giacomo, da un felice innesto di melodia rossiniana e belliniana, come composizione musicale.
Or ecco, il giovine amante, di sotto le finestre della casa desiderata, apprende che il suo amore è «morto e sotterrato». Udite le belle sestine, onde traboccano tutta la pena e tutta la tenerezza dell’abbandono irreparabile:

Fenesta ca lucive e mo nun luce,
Segno è ca nenna mia stace malata.
S’affaccia la sorella e mme lo dice:
«Nennella toia é morta e s’è atterrata.
Chiagneva sempe ca durmeva sola:
Mo dorme co li muorte accompagnata.

L’innamorato non vuol credere alla triste annunziatrice; ma costei gli riconferma la desolante realtà, e invoca in testimonianza le stelle, le quali, come colpite dal lutto anch’esse, «stanno appassionate». E soggiunge:

Jate a la chiesa, e la vedite pure.
Aprite lo tavuto, e che trovate?
Da chella vocca, ca n’ascèano sciure,
Mo n’esceno li vierme, oh che piatate!
E il derelitto va in chiesa, e raccomanda la morta alla pietà cristiana del parroco:
Zi’ parrocchiano mio, tiénece cure:
li llampe sempe tiénece appicciate;

e chiede di morir presto, per riposare accanto al suo bene perduto. Elegia lirica incomparabile, la quale rimane opera napoletana anche dopo le necessarie correzioni del di Giacomo e di altri, da me riassunte or ora. Noi abbiamo dato a Fenesta ca lucive l’immortalità: ed essa ci appartiene per
tradizione, per sentimento, perchè in essa è tutta l’anima nostra. L’illusione di saperla napoletana anche nelle origini era una illusione che sarebbe stato bene di non toglierci. Il di Giacomo artista ha dovuto necessariamente subire l’opera del di Giacomo storico. Noi amiamo tante belle menzogne, appunto perché le crediamo verità. E io non so essere affatto grato a don Gioacchino Tagliartela,
monaco napoletano, il quale si affanna di questi tempi a metter fuori dotte monografie, intese a documentare che i resti mortali di Giacomo Leopardi non son quelli che abbiamo venerati per tre quarti di secolo nella chiesetta di San Vitale, a Fuorigrotta.

***
(1) Si vuole anche che il Rosa abbia raccolto dalla voce popolare i versi di questa canzone e vi abbia interpolato di suo il solo ritornello corale: Michelemmà!Osservi, in fatti, il lettore che la canzone è fatta di endecasillabi, interrotti ciascuno dalla voce Michelemmà.
(2) S DI GIACOMO, Celebrità napoletane (Vecchi, Trani, 1896). Il di Giacomo ricava le notizie su le origini di questo canto da una monografia di Salomone Macini (1870)

Fine della terza parte

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