Seconda parte

“Napoli e la sua canzone” (Estratti da: Nuova Antologia LETTERE. SCIENZE ED ARTI, pubblicazione del 1909) di Aniello Costagliola, è un libro non solo prezioso nei contenuti ma anche raro.

(Elaborazione di Carlo Fedele)

I napoletani di oggi, da trenta anni in su, sono, e devono essere, delle persone melanconiche e scontente. Son cittadini di due epoche e però di nessuna epoca. Ricordano il mare a Santa Lucia: e ora a Santa Lucia il mare non lo trovano più Ricordano l’agonia gioconda del teatro San Carlino (1) e di Pulcinella: o San Carlino è morto, e Pulcinella ha ceduto il campo a tutta una turba di buffoni esotici.
Ricordano Piazza Castello, a sera, tutta rossa di fiaccole, sonora di mandolini o chitarre, clamorosa di moltitudine: e Piazza Castello è ora deserta sotto il chiarore delle lampade elettriche, e intristisco all’ombra secolare del Maschio Angioino. Napoli sarà una città grande, ricca e felice: sorgerà anche dal suo rinnovato cuore il poeta a cantare la fioritura delle nuove energie; ma non per questo i napoletani della transizione avranno men ragione di dolorare per tanta poesia che se ne va. I più vecchi giurano addirittura che «si stava meglio, quando si stava peggio»: quando essi dicono il governo era negazione di Dio, ma glorificazione di stomaco: quando Sua Maestà Borbonica faceva piangere o Sua Maestà Pulcinella faceva ridere. Ma i vecchi son brontoloni, o glorificano, naturalmente, oltre misura, la bontà di un tempo che, in fondo, fu quello della loro gioventù. Non così i miei concittadini d’oltre il 1860: ancor giovani, essi hanno la strana sensazione di essere come invecchiati bruscamente: nel giro di qualche lustro hanno visto demolire e riedificare la città, e venir su tutta una generazione diversa nel costume e nel sentimento, e pur contemporanea. Venti anni son bastati a compiere un lavoro secolare di trasfigurazione. Ciò che sarebbe dovuto avvenire per moto evolutivo è avvenuto in modo rivoluzionario. E i miei compaesani e coetanei son rimasti, come dire?, in un periodo di vita intrauterina: non morti e non ancora vivi e vitali. Napoli non è più la città vecchia, e non è ancora la città nuova: non è più Napoli, e non è ancora Milano. Ha perduto Tore ‘e Criscienzo (2), il guappo amabile e generoso, il difensore disinteressato della donna, del vecchio e del ragazzo; ma ha Totonno ‘e Santo Dummineco (3), il truffaldino evoluto, tipo insidioso di Rocambole partenopeo. Colei che ricamava all’uncino fa, ora, la canzonettista, esotizza il suo nome, e parla col «caro lei». Il «giovine di studio» e il «commesso di negozio» si son dati all’arte, ora: e si cingono del lauro di macchiettisti osceni. E l’esemplificazione potrebbe continuare, e dar la prova di questa umile verità: Napoli, per questo aspetto, ha peggiorato nel cambio: certa malignità esotica ci ha guastato il sangue. Restaurazione ad imis: d’ambiente e d’anima. Hanno costretto i pescatori di Santa Lucia a uscire dalle lor tane del Pallonetto e dai budelli ingombri di vele e di nasse; han fatto imbastardire, laggiù, la sorgente di acqua ferrata, nostalgia di tutti i nostri visitatori; Tore Starita è morto, e con lui la sua bianca osteria sul mare (4), e l’erede ha ingrandito e infranciosato il suo restaurant, a Santa Lucia Nova; hanno dato lo sfratto agli ostricari, e non più del sorridente Macchietiello sentirò il suo invito:
Ah, chi accatta òstreche, spuònele e ancine !
So’ belli frutte pe signurine !
né le brune e carnose lucianelle, nei pomeriggi domenicali, gareggiano nella conquista del cliente, buongustaio di tarallini e d’acqua solfurea:
— Signò, cca sta Luciélla vosta
Tutto è finito, laggiù. Al posto degli antichi caseggiati son surti alberghi con l’insegna bilingue; e la chiesa di Santa Maria della Catena (5) pare una florida vecchia napoletana, in una compagnia di anemiche e imbellettate chanteuses. Ove erano Starita e le lucianelle crescono ora erbe maligne e si scolorano gli annunzi di pubblicità dei fratelli Mele. La tramvia elettrica taglia la vìa, sotto un groviglio di reti aeree e col tintinnìo esasperante del campanello d’allarme, unica voce di modernità nell’attuale solitudine della via, una volta così festosa e assordante di plebe marinaresca. Una vita caratteristica è stata spenta dal soffio di una più concreta civiltà: e al borgo odoroso di àlighe si è sostituito, finora, il «quartiere della Bellezza»: cioè, niente.
Come Santa Lucia, così Piazza Castello, e i rioni suburbani di Mercato, di Pendino, di Porto: tutte le abitudini particolari si abbattono, come le vecchie case sotto il piccone della «Società di risanamento», per far posto a una regola di vita nazionale, che si manifesta anche nella uniformità delle nuove costruzioni edilizie.
Tutta la poesia di Napoli è sepolta in quelle macerie; le feste popolari di Piedigrotta, di Montevergine, di Santa Maria della Neve e dell’Archetiello; i venditori di ogni specie di mercanzie, i quali tenevano banco e gridavano le glorie dei lor prodotti su le piazze; il pubblico banditore, nella ricca divisa di maresciallo del tempo di Murat, celebrante a suon di fanfara le insegne e il vino della nuova osteria aperta nel rione; il cantor di Rinaldo, laggiù, al Molo, col suo bisunto scartafaccio capovolto, in una mano, e nell’altra la bacchetta di abete, destinata a segnare il ritmo della sua rapsodia cavalleresca; il burattinaio rauco, per l’ultimo attrito tra i lignei personaggi di Colombina, di don Nicola e di Pulcinella; il pagliaccio del baraccone, con. la casacca cinese, il cappello a cono e il volto impiastricciato di farina; i teatrucoli sacri all’opera dei pupi, ai quadri plastici,ai drammoni estratti dalle cronache romanzesche di don Ciccio Mastriani e alle commedie di attualità del chitarrista Altavilla e di Totònno Petito: e i posteggiatori(6) ricantanti ai forestieri, brilli di chops, sul terrazzo del «restaurant Strasburgo» (7), la canzone recentissima di Piedigrotta, e poi l’inno immortale:
O cara Napoli,
suolo beato,
ove sorridere
volle il creato,
tu sei l’impero
dell’armonia!
Santa Lucia!
Santa Lucia!
Non poteva, naturalmente , sopravvivere il cantore alla vita che fornì materia al suo canto. E il poeta napoletano non c’è più, o agonizza.
Poiché il poeta, non ha più nulla da dire, a meno che esso non si decida a cantar le glorie delle lampadine elettriche, del cinematografo, del grammofono, del fonografo e delle cartoline illustrate. La canzone viva, ma in degenerazione. Si è fatta, anch’essa, decadente: i nostri poeti per poco non traducono in vernacolo Mallarmé e Oscar Wilde. La piccola fonte, ma limpida, dell’ingenuità sentimentale si è inquinata, come la sorgente di acqua ferrata, a Santa Lucia. La commozione si è attutita: di cuore o di paesaggio. La Unzione si è sostituita alla sincerità: l’artifizio all’arte. Il poeta di questa Napoli anfibia vuol cantare l’amore, e probabilmente non ha mai amato: vuol piangere nei versi, quando, forse, non ha mai pianto nella vita: dice di credere, ed è uno scettico. Da un così fatto stato d’animo, quali strofe possono scaturire, se non quelle improntato a volgarità di sensi? Salvatore di Giacomo canta ancora vittoriosamente, poiché egli sa vivere di memorie e di rimpianti: la voce del poeta viene a noi, ci crolla intorno.
Egli è Napoli che se ne va.
All’ombra del patrio campanile commemoriamo, dunque, la poesia napoletana, la quale trovò sempre nella canzone la sua voce più viva e diffusa. Napoli ha fama universale appunto per la sua canzone. Terra essenzialmente musicale, la nostra, nota meglio per le sue nenie e per le sue tarantelle, che non per le istorie del general Colletta, per le sue figure di eroi e di educatori popolari come Tommaso Aniello e Padre Rocco, per le architetture ciclopiche del Vanvitelli e le tele viventi dello Spagnoletto, per la dottrina giuridica di Mario Pagano e di Gaetano Filangieri, e per le teste mozze dei repubblicani del 1790. Coloro che mai posero piede sul suolo partenopeo, conoscono e amano Napoli a traverso le strofe e le note di Santa Lucia,di Funiculì-funiculà!, di Comme te voglio amà!, di Scètete, di ‘0 sole mio. Masaniello, Vanvitelli, lo Spagnoletto e Mario Pagano devono cedere il campo della celebrità patriottica ai poeti e ai musicisti della canzone.
Ha una storia la canzone napoletana! Certo; ed è storia ricca di vicende, suggestiva di memorie, triste o gioconda o insidiosa, come l’anima della sua gente, ancor frammentaria e dispersa nei suoi capitoli e ignorata nelle sue origini (8). Quando la voce partenopea ha cantato la prima volta? All’età di Falero Aborigeno, io penso; e forse all’età delle tre sirene e dei re pastori. «Il tempo, nota il Bideri, ha disperso le canzoni latine, quelle greche, quelle etrusche, e tutti i canti fescennini, di cui quelli moderni conservano il tipo e le cantilene». A rigor di storia scritta, se si eccettui qualche fugace allusione petroniana a certa specie di canto a distesa, in uso presso i napoletani d’allora, nessun documento di canti popolari, anche dei secoli posteriori, è pervenuto a noi. Né tracce visibili esistono fino al Trecento, quando il dialetto era in dignità di lingua scritta.
Nulla si degnavano quei sapientissimi di raccogliere dal volgo: l’umil canto popolare non poteva trovar posto in pagini illustri. Messer Giovanni Boccaccio e l’abate Petrarca, ospiti in Castelnuovo, i quali pur s’intrattengono intorno alla celebrazione di una festa napoletana in onore di una Madonna del pede rotto, non mai accennano alla canora consuetudine nostra. Di quelli festività religiosa e marinaresca le notizie si allargano in cronache quattrocentesche; ma nessun cenno o frammento di canzoni è in quelle antiche carte (9).
Manca la storia: ricorriamo alla tradizione. Nel corso delle varie epoche, la canzone ha certo mutato forma e ritmo; ma essa è, sostanzialmente, antica come il mare, come il cielo, come l’anima di Napoli. Un popolo emerso dall’alveo di una civiltà che ha consacrato alla donna e all’amore monumenti incrollabili di bellezza; un popolo semplice, sentimentale, contemplativo, stoico, superstizioso, fanatico anche, fino a creder ciecamente, e da secoli, ai miracoli di troppi santi e agli esorcismi d’innumeri fattucchiere; un popolo così fatto trova nella musica e nel canto, come tutte le stirpi incallite in una specie di selvatichezza casalinga, l’espressione immediata del suo sentimento.
Con l’avvento dell’Accademia quattrocentesca, la quale qui, a Napoli, ebbe alla Corte Aragonese assertori e artefici illustri, fra i quali il soavissimo Jacopo Sannazar, che alle camène lasciar fa i monti ed abitar le arene, il dialetto perde, a poco a poco, anche la sua dignità di lingua ufficiale, fino a ritornare, nel secolo decimosesto, alla sua fonte originaria di eloquio esclusivamente plebeo. Pur, in quelli anni il popolo contò i suoi poeti e i suoi rapsodi; ma furono umili cantori, forse anche analfabeti, di una vita troppo chiusa nel trivio: come tali, non degni di storia o di. cronaca. Ed è gran peccato davvero; poiché proprio al tempo estremo degli Aragonesi Napoli ebbe il suo poeta autentico e dolce in Velardiniello, il quale, su la fede dell’arcadico Cortese,
… facea ire a lava
Li vierze, e chella storia componette,
Che fu tanto laudata e tanto brava,
Dove co stile aròieco nce dicette,
Cient’anne arreto, ch’era viva vava.
Ma di Velardiniello, cantor popolare, che nulla ha da invidiare ai più felici poeti napoletani degli ultimi anni, e che, anzi, di quei poeti può dirsi lo spirituale pater familias, poche ottave a pena noi serbiamo. È quanto basti a farci rimpiangere tutta la poesia dispersa del suo secolo. Fu, allora, anche il volgo sedotto dalle grazie della rinascenza letteraria: e divennero canti suoi propri, ripetuti e acclamanti per piazze e chiassuoli, lo ancor frasche e amabili villanelle. canzoni d’amore, scritto di solito io lingua, raramente in dialetto.
“La villanella o villetta (scrive Salvatore di Giacomo, il quale è stato non soltanto il purificatore della nostra poesia vernacola, ma di essa è anche lo storico geniale e amoroso), era sempre una canzone popolare, spesso accompagnata dal ballo. Musicalmente, era una composizione polifonica, ma questa non impediva allo cantatrici di renderla monodica. Andava, come tutta la musica profana, sotto il nomo di madrigale (10). Cantilene patetiche, e canzoni giocose o satiriche, le villanelle, cui si adattava, di frequente, in armonia col carattere di esso, un ballo particolare: la ceccona, specie di danza e li accompagnava le cantileno; la ntrezzata, detta poi tarantella, ballo di carattere gaio, svolgentesi a suon di colascione; e il torniello, ballo in giro, che accompagnava il canto corale”. Rievoca il di Giacomo, richiamandoli con pazienza cenobitica dalle tombe di ingialliti scartafacci e da libri polverosi oramai negli archivi, nomi di fattori e cantori, e anche versi, di villanelle cinquecentesche e secentesche ( 11). Tra i primi, Giovanni Leonardo Primavera, agnominato Gian Lonardo dell’Arpa (12), e il Lombardi, lo Spano, il Trabaci, e Giovan Domenico Montella; tra i secondi, famosissimi, tal compare Jutto, il quale suonava di concerto col Primavera, e qualche volta da solo, al largo del Castello, e certo Sbruffapappa, e il divo Pezillo, suonatore ambulante, lazaro dei conviti partenopei, preferito dalle donne allegre, e del quale intesse le laudi anche il poeta Filippo Sgruttendio.
Si portavano, anche allora, serenate alla «bella del core» e alla «amante crudele»; e c’era, come oggi, il cantatore. Amatissimo e ricercato, a quei tempi, Cola Mucchio, suonator di cetra; lo Sgruttendio ricorda qualche strofa di canzonette mandate da costui alla celebrità. Eccone una:
Fare mme voglio na scoppetta a miccio
E de palle la voglio carrecare,
Pe la tirare a Tolla, ch’ha lo riccio
Che mm’ ha feruto, e non mme vo’ sanare.
Tubba-catubba, la tubba-tubbella!
Tubba-tubbella, lo chicherichi ! (13)
Era tutta una pleiade di musicisti e poeti e cantori ambulanti nel suburbio napoletano. Di villanelle, e anche di canzonette succose di canaillerie, ce n’è a dovizia nella Napoli d’allora.
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(1) Importante nella storia della commedia napoletana. Sorgeva in Piazza Castello. Fu demolito nel 1881. Di esso si occupa ampiamente il Di Giacomo, nella sua Cronaca del teatro San Carlino (1891).
(2) Salvatore de Crescenzo, famoso camorrista del secolo scorso.
(3) Antonio Parlati, una delle più triste figure dell’odierno processo Cuocolo.
(4) L’osteria di Salvatore Starita, ora scomparsa, era popolarissima, come il suo principale, che i napoletani chiamavano familiarmente Zi’ Tore.
(5) È la chiesa parrocchiale del rione di Santa Lucia.
(6) Suonatori ambulanti.
(7) Questo restaurant sorgeva anche in Piazza Castello; e fu demolito, insieme co’ teatri e la baracche di quella piazza, nel 1884.
(8) Sui canti popolari d’Italia, e specie del Mezzogiorno, han fatto importanti o voluminosi studi il
Nigra, il d’Ancona, il Pitrè e il nostro Vittorio Imbriani. Ma sono, e saranno, incerte e confuse le notizie sulle origini di essi.
(9) Una specie di cantilena ancora in uso presso le nostre donniciuole, e che si inizia con una invocazione al sole, si fa risalire a tempi anteriori a quelli di Federico II di Svevia.
(10) S. DIGIACOMO, La prostituzione a Napoli nei secoli XV,XVI e XVII (Napoli, 1899).
(11) Tra gli altri, discorre di villanelle alla napoletana il novellatore cinquecentesco Fortini, da Siena. E su la canzone napoletana del Cinquecento si hanno notevoli monografie dell’Imbriani, del Morgara e di altri studiosi del bel tema.
(12) Di costui si serbano le Canzoni napoletane a tre voci, edite a Venezia nel 1670
(13) Citano capoversi e frammenti di villanelle il Basile, il Cortese, il Sarnelli e, più di tutti, il del Tufo, nelle sue volgarissime improvvisazioni poetiche, e il Costo, nel suo Fuggilozio. Altre canzonette e villanelle alla napolitano sono sparse in varie pubblicazioni: tra queste, notevole, una raccolta di Canzoni antiche del popolo italiano. ristampata in Roma nel 1890. Si ricordane pure la canzonetta della Zingarella che indovina, quella di una figliuola che chiede marito alla mamma, e quella del Gatto, una satira politica.

Fine della seconda parte

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