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Con la fine della gestione di Francesco Acton ha inizio il periodo più buio per il Museo Civico: ciò che l’incendio di S.Paolo Belsito non riesce a compiere, malgrado la tragica perdita di cinquanta opere d’arte, è attuato dall’incuria delle classi dirigenti che si susseguono alla guida di Napoli. Uno spasmodico avvicendamento di chiusure ed aperture caratterizza la storia del Museo Civico per più di vent’anni, procurando gravi danni alla struttura architettonica di Palazzo Como.
Nel 1999 chiuse nuovamente, questa volta a causa di furti e mancanza di risorse.
Solo nella primavera del 2012, grazie all’azione del direttore, Gianpaolo Leonetti (nel luglio del 2013 nasce poi l’Associazione Salviamo il Museo Filangieri ONLUS che promuove e sostiene il Museo in tutte le sue attività e ne diffonde la conoscenza).
I concerti, le mostre e l’organizzazione di vendite all’asta delle opere d’arte degli artisti contemporanei consentono, dalla costituzione di quest’associazione, il ritorno in vita del Museo Civico. La restituzione al pubblico della “Sala Agata” (intitolata proprio alla madre del filosofo partenopeo, Agata Moncada), avvenuta il 5 dicembre 2015 è stata resa possibile dalla collaborazione tra le istituzioni pubbliche e il mecenatismo dei privati.
La riapertura è stata resa possibile grazie infatti al fondo istituito dalla Regione Campania, con la collaborazione della Soprintendenza Speciale per il Polo Museale (costituito dal sindaco Luigi de Magistris, dal soprintendente Fabrizio Vona e dal rappresentante degli eredi Filangieri Riccardo Imperiali di Francavilla) e dell’Istituto Superiore per il Restauro del MIBAC e dall’ impegno collettivo che ha trovato un valido alleato nella Onlus Salviamo il Museo Filangieri.
In quello che è stato un lungo restauro, costituisce una piccola curiosità la scelta di recuperare, per le pareti, lo stesso colore utilizzato da Gaetano Filangieri nel 1882, anno della prima messa a punto dello spazio espositivo. Con lungimiranza e forse un po’ di pignoleria il fondatore aveva fatto accuratamente conservare i campioni della tinta utilizzata, cosa che si è rivelata utilissima ai fini dell’impresa di ripristino della sala . E così hanno fatto ritorno a casa 386 porcellane, maioliche e terrecotte della Collezione Perrone, conservate per anni presso il Museo Duca di Martina, così come un Mattia Preti che aveva, invece, trovato ospitalità al Museo Nazionale di Capodimonte.
L’intervento di restauro ha riportato all’originario splendore l’arredo dello storico palazzo. Lo stato di conservazione degli arredi e dei pannelli di rivestimento parietale non era infatti dei migliori: polveri miste, inquinanti atmosferici, cere pesanti e vecchi interventi di cattivo restauro, ma anche umidità ed eccessiva esposizione della luce, avevano provocato fenomeni di alterazione del colore e di deformazione del tenero legno. Ma ora è storia passata perché tutto è ritornato in vita. Ed è una grande notizia perché gli arredi costituiscono la vera cornice del museo, quella che custodisce gli oggetti della collezione.
Quindi oggi sono visitabili la “Sala Carlo” al piano terra che ospita sculture ottocentesche, reperti archeologici e collezioni di armi antiche e la “Sala Agata” al piano superiore, con uno splendido pavimento maiolicato, con alle pareti la quadreria che espone principalmente dipinti del Seicento napoletano, tra cui opere di Jusepe de Ribeira, Luca Giordano, Andrea Vaccaro, Battistello Caracciolo, Mattia Preti.
Lungo il perimetro superiore di questa sala è stato realizzato un corridoio in legno pregiato su cui sono disposti numerosi armadi con vetrine che espongono porcellane, ceramiche, maioliche e biscuit di pregiato valore artistico.

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Il corridoio perimetrale dà anche accesso alla biblioteca dotata di circa 30.000 volumi ed un archivio storico con documenti dal XIII al XIX secolo.
Questo era lo studio del Principe con un’imponente scrivania decorata ad intaglio.
L’edificio di Palazzo Como consiste di due piani e tre facciate, una su via Duomo con ingresso arcuato, una su via Lucrezia d’Alagno, e l’ultima sulla piazzola dell’antico conservatorio dell’Ecce Homo, e presentano tutte un alto basamento rivestito in piperno, un bugnato rustico intermedio corrispondente al primo livello e una parte più alta, a bugnato liscio, con soprastante cornicione. Sul portone di legno dell’ingresso sono riportati gli stemmi di casa Filangieri.
La vicenda del Museo Civico “Gaetano Filangieri” è la storia stessa del suo fondatore.
Le Antichità e le Belle Arti sono le passioni a cui Gaetano Filangieri si consacra, e fin dalla giovane età inizia ad intraprendere numerosi viaggi in diversi Paesi del mondo attraverso i quali, accanto all’approfondimento degli studi storici, gli è possibile dar vita ad una collezione di opere d’arte e manufatti che, presto, gli conferiscono una fama notevole nell’ambiente artistico-culturale di Napoli.
Egli nella diffusione delle innovazioni tecnico-scientifiche individua lo strumento privilegiato per lo sviluppo economico e per la fine della ghettizazione sociale.
L’incalzare delle guerre risorgimentali e i gli ostacoli procurati dalle gelosie degli ambienti della corte borbonica gli inibirono lo sviluppo di ognuno di questi progetti, fino all’unità d’Italia.
Dalla raccolta è evidente il clima dell’epoca in cui Gaetano Filangieri visse, uno scontro tra la fiducia del Positivismo con l’esaltazione del progresso scientifico, tecnologico e dell’evoluzione sociale ad una tendenza poi ad una spiccata sensibilità del Romanticismo, basata sull’immaginazione, con le sue fughe esotiche ed una profonda rivalutazione dell’individuo.
Entrando nel museo si resta sicuramente estasiati dalla struttura e dalla sua bellezza, dalla bellezza delle volte, degli intarsi in legno, dalla presenza di elementi oggetti che celebrano la famiglia di Gaetano Filangieri.
Del vecchio palazzo Como, in cui il museo è situato, non rimane più niente, tutto è rifatto e pensato con una funzione museale.
Riordinato ed organizzato per garantire una maggiore leggibilità degli oggetti esposti il Museo oggi non ha perso nulla del fascino e del calore del suo originario allestimento che costituisce una testimonianza storica estremamente interessante.

di Carlo Fedele

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