E’ un cammino guidato lungo i sentieri tortuosi e oscuri degli anni Settanta. Compagno di viaggio è Marco Baliani, guida è Maria Maglietta, da oggi fino domenica 20 gennaio al Teatro Nuovo di Napoli.

Ci sono termini spesso rievocati in questo racconto-ricordo degli eventi che precedono e seguono i cinquantacinque giorni di prigionia di Aldo Moro.

“Attori, non più compagni sono”. Questa frase da inizio al racconto di Baliani, che, marchiato, inizia il suo teatro politico con “Il Re è nudo” davanti ai compagni di militanza. Correva l’anno 1973.

Da questo momento la sua storia si intreccia con quella di tanti uomini comuni che vivono il rapimento di Aldo Moro, “un uomo del potere“, ma non l’uomo del potere.

Ognuno compare sulla scena nel ricordo sofferto di Baliani. Ognuno si affaccia nella Storia reagendo per senso di appartenenza a un corpo. Un senso che si rivela spesso connotato della stessa euforia e spinta che Baliani afferma di provare all’inizio della sua narrazione nel ricordo del momento in cui apprende la notizia del rapimento.

Un senso che colpisce anche il narratore nel momento in cui sente la notizia della cattura del Presidente della Dc.

Per poi, lasciare posto allo straniamento, cresciuto nelle riunioni in cui il legame coi compagni di partito si raffredda. Tanto che lo stesso Baliani, già visto dai suoi come “attore” ma non più “compagno”, preferisce sentirsi vigliacco, abbandonando quelli che altrimenti sarebbero diventati compagni di militanza in strutture clandestine e, quindi, di tipo militare.

E’ il momento in cui si comprende che i muri imbrattati di scritte come “10, 100, 1000 Moro”, sono sintomi di rabbia pronta ad esplodere in altro.

Poco importa che tra gli ex compagni arrabbiati ci fossero amici visti soccombere sotto il tonfo dei manganelli. Poco importa che per liberare uno di loro, lo stesso narratore ha lanciato una molotov rudimentale. O forse è proprio questo aver superato il limite, scoprendo una parte inesplorata di sé. Non è forse la stessa reazione rabbiosa del poliziotto che si è visto arrivare addosso frustate di catene e manganellate di chiavi inglesi ad opera dei suoi amici di partito.

Reazioni simili con mezzi diversi, generate dalla rabbia di chi sente violato il recinto protettivo del proprio corpo di appartenenza.

In questo scenario, segnato da euforia rivoluzionaria priva dei sogni iniziali e intrisa di rabbia cieca, dettata dal senso di giustizia per sé, si consuma il processo del popolo a Moro, corpo di uno Stato, al quale nessuno sente più di appartenere e alla cui presunta ragione qualcuno ha scelto di sacrificare una vittima, cioè “un uomo divenuto funzione, cosa“.

“Essere odiati, fa odiare”. Con questa frase di Pasolini, Baliani tenta di capire come si sia passati oltre il limite, che lui stesso aveva superato col lancio della molotov rudimentale. Inizia, così, la parte più introspettiva dello spettacolo, che culmina con la scelta finale: né con le Br, nè con lo Stato, nè con te, nè senza di te.

Mentre di lì a poco il 9 maggio 1978 l’Italia ascolta nei notiziari la notizia della morte di due uomini divenute cose, pedine.

Di Aldo Moro si troverà il corpo in un auto del popolo. Né un corpo né un’immagine si avrà in ricordo di Peppino Impastato, straziato di botte, smembrato da un treno e fatto esplodere dal tritolo che il clan Badalamenti gli aveva attaccato addosso.

Entrambi vittime di una guerra tra quelle che per Baliani sono due Chiese: gioventù con troppa fede e generazione di padri con propri ideali, traditi, ma pur sempre ideali. Guerra in cui si è scelto di non trattare per loro. In un crescendo narrativo che porta all’indifferenza del narratore e di una intera nazione verso quello che è forse spiegabile come un suicidio di Stato.

TEATRO NUOVO

via Montecalvario 16 – t. 0814976267

http://www.teatronuovonapoli.it

Da mercoledì 16 a domenica 20 gennaio

Corpo di Stato