Analfabetismo funzionale: pronunciato così, sembra davvero il nome di una malattia.

Sì, di una di quelle patologie con cui si nasce, battesimo e funerale di un’esistenza segnata. Di una di quelle tragedie che, non sai per quale motivo, ti saltano addosso, non importa se tu sia uscito o meno dall’utero materno.

E, come di una vera e propria malattia, anche dell’analfabetismo funzionale si parla così tanto da far sentire un po’ tutti dei veri e propri esperti in materia.

L’analfabeta funzionale è, quasi sempre, un individuo giovane. I primi sintomi tenderebbero, quindi, a comparire in età adolescenziale, per poi protrarsi nel corso dell’età matura.
Poco evidenti nella maggior parte dei contesti, i disturbi, però, si manifesterebbero prepotentemente al momento di leggere e comprendere testi di qualsiasi natura, con conseguenze gravissime in ambito formativo e professionale.

Insomma, messo così, l’analfabetismo funzionale sembrerebbe davvero una malattia. E probabilmente, lo diventerà davvero, se non ci decidiamo a smettere di intenderlo come tale e ad iniziare a guardare in faccia la realtà. Comodo considerare le avversità come fatalità, deresponsabilizzando fenomeni collettivi o personali e diventandone, inevitabilmente, correi.
No, l’analfabetismo funzionale non è una malattia. Ed è bene riconoscerlo il prima possibile.

Vi ricordate il buon vecchio Monopoly?

“Che c’entra?”, direte voi.

Tanto, secondo me.
Pensateci: se ci volevate giocare, se volevate guadagnarvi un posto, a quel tavolo, magari in mezzo ai “grandi”, dovevate avere a che fare con probabilità, imprevisti, ipoteche e contratti.
Dovevate gestire soldi, resti, debiti, crediti, indicazioni, divieti, obblighi.
Per divertirvi, per competere, dovevate leggere, contare, capire, imparare, ricordare.

E, adesso, ditemi: da bambini, avete mai sentito parlare di voi o di qualcun altro come di un analfabeta funzionale? No? Forse, merito di una pandemia non ancora dilagata, o di efficacissimi vaccini, adesso introvabili?

Sì, forse di vaccini ce n’erano, in giro, e non ce ne siamo mai accorti. E non parlo solo del Monopoly, ma anche di tutti quei contesti in cui siamo stati messi nella condizione di sforzarci di capire e di imparare per raggiungere gli scopi che sentivamo maggiormente “nostri”, e non perché qualcuno ce lo avesse imposto. Insomma, ci ha vaccinato il non essere cresciuti in un sistema che, come questo, semplifica costantemente la realtà, spesso con la scusa di agevolare giovani vittime di una società complessa, ed avallando, invece, un comodo e pericoloso atteggiamento acritico delle nuove generazioni.

App, informatizzazione massiva della realtà, comunicazione su grandi distanze in tempo reale, notizie sovrabbondanti che ci raggiungono ovunque. La realtà, ormai, non richiede più sforzi. Sforzi per giocare, per gestire problemi, per comunicare, per ricercare, interpretare e decodificare informazioni, sono, ormai, lontani anni luce. Ma se la formazione domestica e scolastica è cambiata, le competenze e gli sforzi richiesti agli adulti non sono cambiati.

E, allora, non ci resta che imparare dalle aragoste.

No, tranquilli, non sono impazzita, come non è mai impazzito Abraham J. Twersky, rabbino chassidico e psichiatra americano, che ci insegna che l’aragosta è un animale capace di costruire il proprio guscio in modo autonomo, e con grande maestria, proprio perché, nel tempo, questo comincia ad “andarle stretto” e la obbliga ad industriarsi per ritrovare il benessere perduto.

Ecco. I nostri ragazzi sono proprio come delle aragoste. Ma con un guscio che cresce insieme a loro fino alla fine della loro fanciullezza. E che, poi, a un certo punto si ferma, e proprio nel momento in cui sono più vulnerabili. E, a quel punto, quei ragazzi non sapranno più se sarà meglio continuare a soffrire, rinunciare ad avere un guscio, o provare a costruirne uno, in fretta e in furia, in modo approssimativo.

Evitiamo questo scenario drammatico.

Diamo più Monopoly e meno gusci, ai nostri ragazzi.

Ci ringrazieranno.