18, nella tradizione cabalistica napoletana è il numero che rappresenta il sangue, ‘o sang, come si dice a Napoli. E proprio di sangue che si tinsero il 18 ottobre 1560, le sale della dimora di una famiglia nobile, quando il palazzo, ora conosciuto come Palazzo Sansevero, fu oggetto di uno dei più efferati delitti d’onore che la tradizione napoletana ancora ricordi. Il madrigalista Carlo Gesualdo, principe di Venosa e grande amico del Tasso, di cui musicò diversi testi poetici, e proprietario del palazzo, scoprì sua moglie, Maria D’Avalos, a letto con l’amante, il duca d’Andria Fabrizio Carafa.

Dopo aver vendicato il suo onore, il principe di Venosa espose anche i cadaveri nudi ed insanguinati dei due all’ingresso del palazzo. Il racconto tramandato vuole anche che un monaco domenicano gobbo, introdottosi nel palazzo verso tarda notte, dopo che la folla di curiosi si era diradata ed i servi si erano ritirati, abusò del corpo esanime della povera Maria d’Avalos.

Temendo la vendetta dei Carafa, il principe di Venosa fuggì da Napoli, e si rifugiò nel suo feudo, il castello longobardo di Gesualdo.  Qui visse per diciassette anni, consumato dal profondo ed incessante senso di colpa. Si suppone che in quel castello abbia fatto anche uccidere il bambino di Maria, credendo, che fosse figlio del Duca d’Andria, poiché nella sua follia, ne aveva notato una somiglianza.

Il palazzo, acquistato in seguito, dalla famiglia Sangro di Sansevero, fu per volontà soprattutto del famoso principe Raimondo completamente restaurato, per cancellare il tragico episodio da cui era stato brutalmente segnato. La leggenda vuole che condannato al dolore eterno, il fantasma tormentato della bellissima Maria vaghi da allora ogni notte per le buie strade di piazza San Domenico Maggiore e dintorni, in vesti succinte, con i capelli mossi dalla brezza.