La fisica è su una strada sbagliata. Siamo tutti su una strada sbagliata”, disse sibillinamente Majorana, poco prima di scomparire, una frase che ha avuto interpretazioni diverse nel corso degli anni. Ed è proprio da Napoli che si persero le tracce del fisico siciliano.
Nel 1937 Ettore Majorana, genio della fisica e parte del gruppo di ricercatori di via Panisperna con Fermi e Segre’, accettò la cattedra di professore di Fisica teorica all’Università di Napoli per meriti scientifici. Lo scienziato aveva precedentemente rifiutato l’offerta di Yale e Cambridge, al termine del suo periodo romano, dove divenne amico di Antonio Carrelli, professore di Fisica sperimentale presso lo stesso Istituto.
Napoli come a Roma, Majorana condusse una vita estremamente ritirata, con i suoi malanni che si ripercuotevano inevitabilmente sul suo carattere e sul suo umore. Il 12 gennaio 1938 Majorana accettò ufficialmente la cattedra di Fisica Teorica presso l’Università di Napoli.

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Annuncio per la scomparsa di Ettore Majorana stampato sulla Domenica del Corriere .

La sera del 25 marzo 1938, all’eta di 31 anni, Ettore Majorana partì da Napoli, lasciando l’albergo “Bologna“, in via Depretis 72, dove aveva preso residenza, con un traghetto della Tirrenia alla volta di Palermo, li si fermò un paio di giorni alloggiando presso il “Grand Hotel Sole.
Il giorno stesso a Napoli, prima di partire, così scriveva a Carrelli:
Caro Carrelli, ho preso una decisione che era ormai inevitabile. Non vi è in essa un solo granello di egoismo, ma mi rendo conto delle noie che la mia improvvisa scomparsa potrà procurare a te e agli studenti. Anche per questo ti prego di perdonarmi, ma soprattutto per aver deluso tutta la fiducia, la sincera amicizia e la simpatia che mi hai dimostrato in questi mesi. Ti prego anche di ricordarmi a coloro che ho imparato a conoscere e ad apprezzare nel tuo Istituto, particolarmente a Sciuti; dei quali tutti conserverò un caro ricordo almeno fino alle undici di questa sera, e possibilmente anche dopo.

La lettera ai familiari aveva un tono diverso:
Ho un solo desiderio: che non vi vestiate di nero. Se volete inchinarvi all’uso, portate pure, ma per non più di tre giorni, qualche segno di lutto. Dopo ricordatemi, se potete, nei vostri cuori e perdonatemi.

Il 26 marzo Carrelli ricevette da Majorana un telegramma in cui egli diceva di non preoccuparsi di quanto scritto nella lettera che gli aveva precedentemente inviato.
Non allarmarti. Segue lettera. Majorana.
Lo stesso giorno fu scritta e spedita anche questa ultima lettera, durante il suo breve soggiorno a Palermo:


“Palermo, 26 marzo 1938 – XVI
“Caro Carrelli,
Spero che ti siano arrivati insieme il telegramma e la lettera. Il mare mi ha rifiutato e ritornerò domani all’albergo Bologna, viaggiando forse con questo stesso foglio. Ho però intenzione di rinunziare all’insegnamento. Non mi prendere per una ragazza ibseniana perché il caso è differente. Sono a tua disposizione per ulteriori dettagli.”

Dopo quest’ultima lettera Majorana fece perdere le sue tracce. S’iniziarono le ricerche. Delle indagini si occupò il capo della polizia Arturo Bocchini. Enrico Fermi sollecitò più volte le investigazioni. Lo stesso Bocchini, che evidentemente, per alcuni indizi, non credeva all’ipotesi del suicidio, aggiunse di suo pugno sul dossier di Majorana:i morti si trovano, sono i vivi che possono scomparire“. Delle ricerche se ne interessò lo stesso Mussolini, ed una ricompensa di 30.000 lire fu offerta per chi ne desse notizie, ma non si seppe mai più nulla di lui, almeno non in modo inequivocabile.

Vari sono stati gli avvistamenti e gli indizi trovati a Napoli dopo la sua scomparsa: il professor Vittorio Strazzeri dell’Università di Palermo asserì di aver visto a bordo, alle prime luci dell’alba del 27 marzo mentre la nave sulla quale era imbarcato si accingeva ad attraccare a Napoli, un uomo che corrispondeva alla sua descrizione. Un marinaio disse di averlo scorto sul traghetto, dopo aver passato l’isola di Capri, non molto prima che il piroscafo attraccasse, e la società Tirrenia, sottolineò che il biglietto di Majorana provava lo sbarco nella città partenopea. Anche un’infermiera che lo conosceva sostenne di averlo visto, in questo caso nei primi giorni dell’aprile 1938, mentre camminava per strada a Napoli. Ma non fu mai trovata nessuna prova della sua destinazione e le ricerche in mare non diedero alcun esito.

Le indagini furono condotte per circa tre mesi e si estesero a un Istituto di Gesuiti che si trovava vicino a dove lui abitava, dove pare si fosse rivolto per chiedere aiuto, forse come reminiscenza del suo periodo scolastico presso i Gesuiti di Roma. La famiglia seguì anche una pista che sembrava portare al Convento di S. Pasquale a Portici, ma alle domande rivoltegli il padre guardiano rispose enigmaticamente: “Perché volete sapere dov’è? L’importante è che egli sia felice“.
L’unica certezza fra tanti dubbi consiste nel fatto che già a gennaio del ’38 Majorana aveva prelevato tutti i soldi dal suo conto, e riscosso 5 stipendi arretrati di cui non si era preoccupato fino a quel momento, il tutto ammontava circa a 10.000 dollari attuali. Il suo passaporto inoltre, non fu mai trovato.
Il giorno prima di salpare da Napoli verso Palermo nel viaggio di andata, aveva consegnato alla sua allieva Gilda Senatore una cartella di materiale scientifico: questi documenti furono mostrati dopo vari anni al marito della donna, anch’egli fisico. Questi ne parlò con Carrelli il quale lo riferì al rettore che volle darci uno sguardo, dopo di che le carte andarono perdute.

Da Napoli si sono perse le tracce di Ettore Majiorana, divenendo un altro dei misteri che fanno parte del folklore e delle leggende metropolitane partenopee. Ci fu una ridda di ipotesi e indizi, tra cui una pista tedesca, una sudamericana ed una siciliana, ma non si ebbero mai certezze sulla sorte del fisico. È importante sottolineare che nelle sue lettere egli non parlò mai di suicidio ma solo di scomparsa. Particolare significativo perché  Majorana era molto attento alle parole.