“Sti ppagliacciate ‘e ffanno sulo ‘e vive:
nuje simmo serie…appartenimmo à morte!”

Con queste parole si conclude ‘A livella, la poesia di Totò dedicata alla morte. Ed è proprio questa ossessione con la morte che ha generato quello che può essere definito un vero e proprio culto dei morti nella città di Partenope. D’altro canto non potrebbe essere diversamente in una città sorta sulla tomba di una sirena, e che possiede uno dei passaggi per gli inferi, il lago D’Averno, usato da Enea per entrare nel regno dell’Ade. Un culto, quello dei morti, che ha radici profonde, in un lontano passato pagano. Ma a Napoli il passato non è mai completamente passato, mai sepolto del tutto. Napoli accumula epoche storiche e culture diverse, il nuovo si aggiunge al vecchio senza eliminarlo in una specie di “space-time continuum”, come gli strati di una cipolla, dove basta levarne uno per trovare quello sottostante ancora vivo e fresco. Cosi’ il viaggiatore ed intellettuale francese Roger Peyrefitte descriveva negli anni 50 il culto dei morti a Napoli “(…) La scelta del teschio non si fa alla leggera, le persone in cerca procedono lentamente…l’occhio inchiodato sui tristi resti. Improvvisamente si fermano, e si sporgono per prendere un teschio, sul quale ancora non si legge alcun nome. Lo esaminano, lo girano, lo palpano…lo annusano come un melone. Interviene quindi la cerimonia della pulizia…”

Nel 1969 il cardinal Ursi vietò questa tradizione perchè ritenuta pagana. Il popolo, infatti, si rivolgeva ad anonime anime defunte del purgatorio, (anime pezzentelle – dal latino petere, chiedere) pregando e prendendosi cura dei loro teschi trovati nelle chiese e negli ossari. In cambio di questo “refrisco“, (dal latino refrigerium, che era offerto dagli antichi romani quando pranzavano vicino alle tombe dei loro defunti in loro onore) si chiedevano a queste anime favori, grazie o più in generale protezione, invece di rivolgersi a Gesù, alla Madonna ed ai santi “ufficiali”, seguendo così il protocollo cattolico. Nonostante  questo divieto, tuttavia, il culto dei morti è continuato in maniera clandestina.

Uno dei luoghi che testimonia la forza di questa credenza è la chiesa di Santa Maria del Purgatorio ad Arco, costruita nel 1604 per la venerazione delle anime dei defunti, ubicata sul Decumano Maggiore nell’attuale via dei Tribunali. I quattro teschi esterni, fuori l’entrata a chiesa, preannunciano il tono sobrio e la specificità del santuario. Costruita su due livelli quello inferiore nel sottosuolo speculare a quello superiore, è un mausoleo dedicato al culto dei morti. All’ipogeo si accede tramite una botola nel pavimento, l’atmosfera nel sottosuolo è tetra, e si confà all’uso del luogo. Il complesso  fu eretto su commissione di alcune famiglie nobili napoletane per farne un luogo di sepoltura. All’epoca la chiesa fu dedicata al culto delle anime del Purgatorio in modo che dopo la morte si potesse abbreviare il soggiorno in quel luogo e queste anime potessero raggiungere il paradiso. L’opera di Carlo Celano, ce lo dice attraverso questa testimonianza: “Notitie del bello, dell’antico e del curioso della città di Napoli per i signori forastieri”: “La pietà de’ napoletani havendo occhio non solo a’ bisogni corporali de’ cittadini, ma anco alla sovventione dell’anime, circa gl’anni 1604 molti gentil’huomini e divoti cittadini s’unirono et andavano questurando per far celebrare messe all’anime del Purgatorio. In brieve accumularono un capitale di 6000 scudi, et eressero una congregatione dentro la chiesa parocchiale”.

 Qui tra le altre anime c’è il famoso teschio di Lucia. Sul cranio è posata una preziosa corona ed un velo da sposa, adagiato su un cuscino e ha il suo nome scritto in grande sulla parete dietro. Diverse sono le leggende intorno alla storia della ragazza.  Secondo la tradizione si tratterrebbe di Lucia D’Amore, figlia di Domenico, principe di Ruffano, data in sposa al marchese Giacomo Santomago. Dato che la giovane principessa non voleva sposare il gentiluomo secondo alcuni si suicidò, per altri morì di dolore. Certi raccontano che tentò una fuga tragica, che era malata di tisi o che fu vittima di un omicidio mentre avanzava verso l’altare. Un’altra versione narra che in realtà ella fosse innamorata del marchese e che durante il viaggio di nozze fosse annegata. L’unico elemento in comune a tutte le diverse versioni è che la giovane non riuscì mai a consumare il rito del matrimonio. Così il padre, devoto alla chiesa del Purgatorio, decise di seppellirla nel complesso di Santa Maria. Lucia è diventata una luce di speranza per tutte quelle donne che desiderano trovare qualcuno per sposarsi. È conservata in un reliquiario circondato da messaggi e bigliettini che le devote le lasciano intorno per ricevere una grazia, alleviare un dolore o semplicemente per ringraziarla.

Anche il Cimitero delle Fontanelle, creato per ospitare tutti coloro che sono periti  in epidemie,  nel corso dei secoli, è da sempre meta di pellegrinaggio per quelli che credono nel culto dei morti. Tra le migliaia di teschi che si trovano li, forse il più famoso è quello del “Capitano”. Infatti si racconta che una giovane ragazza si recasse tutti i giorni al Cimitero delle Fontanelle perché ossessionata dal teschio di un vecchio capitano di vascello. Un giorno il suo fidanzato, ingelositosi delle attenzioni della ragazza verso il teschio, decise di sfidare il capitano trafiggendogli l’occhio con un bastone e deridendolo lo invitò al suo matrimonio. Arrivato il giorno del matrimonio il capitano non si fece attendere e quando  gli sposi gli chiesero di identificarsi, mostrò loro il suo corpo scheletrico, uccidendoli immediatamente. Le loro ossa sono ancora oggi preservate nel  cimitero delle Fontanelle. Ma a Napoli le leggende sulle anime “pezzentelle” sono tante quante i luoghi di culto dei morti, più o meno famosi, più o meno grandi. Nella città dell’accoglienza, ancora un pò pagana,  dove non si caccia mai via nessuno, c’è un posto per tutti…non solo per i vivi.

simona caruso

fonti

Marco Perillo, Misteri e segreti dei quartieri di Napoli,

Carlo Celano, a cura di Stefano De Mieri e Federica De Rosa, “Notitie del bello, dell’antico e del curioso della città di Napoli per i signori forastieri del canonico Carlo Celano napoletano, divise in dieci giornate”, Università degli Studi Federico II, Napoli, 2009.

Agnese Palumbo, Maurizio Ponticello, “Il giro di Napoli in 501 luoghi”, Roma, Newton Compton editori, 2014

Antonio Cangiano, “Lucia. La pezzentella col velo da sposa”, Napoli, 2010