Processione_di_S._Gennaro_per_l'eruzione_del_1631

Domenico Gargiulo, meglio conosciuto come Micco Spadaro, in quanto proveniente da una famiglia di fabbricanti di spade, fu tra quei pittori napoletani che contribuì con il proprio talento, a far si che il Seicento divenisse il secolo d’oro della pittura napoletana.

Egli fu tra gli iniziatori della pittura di genere ossia della rappresentazione della vita quotidiana dell’epoca. Le sue tele presentano una particolare cifra stilistica caratterizzata da figurine allungate, abbozzate, inserite in scene affollate in cui non manca mai una particolare cura per l’elemento paesaggistico.

A lui dobbiamo le tragiche immagine dei diversi avvenimenti che segnarono il periodo vicereale spagnolo e che, dal superstizioso popolino napoletano, fu considerato periodo “iellato“.

– Eruzione del Vesuvio: nel 1631 si risveglia il Vesuvio che dormiva dal 79 d.C. , dalla distruzione di Pompei ed Ercolano. Nella memoria storica dei napoletani si era dimenticato che quell’originale monte bicipite fosse un vulcano attivo; esso, ricoperto di fertile vegetazione, era divenuto un luogo di villeggiatura dove coltivare abbondanti vigneti.

Al boato del vulcano, come raccontano le cronaca dell’epoca e ben
rappresentato dallo Spadaro, i napoletani si precipitarono nelle piazze e in modo corale, temendo che la lava giungesse in città, invocarono il nome del Santo protettore contro le calamità naturali: San Gennaro. La storia leggendaria della città racconta che il Santo apparisse svolazzante in cielo rassicurando i cittadini e, con una mano protesa in avanti, arrestasse la lava. In seguito a tale avvenimento San Gennaro da una folla unanime fu  decretato primo patrono della città.

rivolta masaniello

-Rivolta di Masaniello: nel 1647 il popolo napoletano, guidato dal pescatore amalfitano Tommaso Aniello detto Masaniello, prese d’assalto, a piazza Mercato, le baracche dei gendarmi vicereali che riscuotevano le esose tasse, che andavano a riempire le casse spagnole. L’aumento della gabella della frutta fu l’elemento scatenante della sommossa popolare, in seguito alla quale caddero molte teste da entrambi gli schieramenti. Con occhio attento e preciso, Micco Spadaro registra le fasi più drammatiche dell’avvenimento indugiando anche sulla descrizione della storica piazza, un tempo luogo deputato per le esecuzioni capitali, su cui dominava l’imponente mole dell’antica Basilica del Carmine Maggiore.

-Peste del 1656: il pittore eseguì diverse tele per documentare quella che è stata ritenuta una delle peggiori tragedie che abbia, in tutti i tempi, colpito la città di Napoli.

Nel febbraio del ’56 la terribile peste nera arriva in città probabilmente attraverso le soldatesche mercenarie rientranti dal Nord Europa, che stazionavano abitualmente negli appositi Quartieri Spagnoli. All’inizio, sebbene le autorità fossero a conoscenza della presenza del morbo in città, non fecero niente per fermarlo. La peste dilagò a macchia d’olio e assunse proporzioni spaventose; nella prima metà d’agosto, l’epidemia giunse all’acme, registrando 4000 vittime al giorno, le zone più colpite furono quelle popolari. Non mancarono gli episodi della “caccia agli untori” che nella ignorante e superstiziosa fantasia popolare, erano i responsabili di quanto accadeva: essi ungevano le porte delle abitazioni per propagare il male.

Come ben si riscontra anche dai dipinti del nostro cronista del Seicento, si scavarono lazzaretti e fosse comuni nelle zone extramurarie, a Largo Mercatello (attuale Piazza Dante), nella zona dei Vergini, nella Sanità; alla fine i cadaveri vennero gettati in mare non sapendo più come eliminarli.

Il flagello durò sei mesi e cominciò a scemare in seguito ad acquazzone provvidenziale che purificò fattivamente i vicoli del centro antico. Ancora una volta il merito fu attribuito al caro San Gennaro le cui reliquie, il giorno prima del temporale, erano state portate in processione.

Durante il lungo periodo in cui Napoli fu colpita dalla peste, Micco Spadaro  soggiornò nella Certosa di San Martino per i cui monaci già aveva affrescato alcuni ambienti. Per ringraziare i certosini dell’ospitalità, realizzò, come ex voto, una grande tela in cui sulla destra si ritrae anch’egli con la tavolozza in mano, affiancato da un suo aiutante. La tela è un po’ la summa di tutta la sua attività; in essa vi è qualche anticipo dei principi figurativi del Barocco, ravvisabili nella composizione per diagonale e per l’impianto teatrale. La scena è impostata in un loggiato aperto che lascia intravedere Largo Mercatello, un po’ oltre vi è il mare su cui affiorano i cadaveri degli appestati.

In primo piano vi è rappresentata una sorprendente galleria di ritratti tra cui il cardinale Filomarino, all’epoca criticato per essersi rifugiato lontano e non aver prestato aiuto alla popolazione. A sinistra del dipinto vi è l’allegoria della peste resa come una donna discinta e violenta con in mano la frusta e il flagello. L’uomo in nero morto di peste e il fanciullo accanto accentuano l’enfasi teatrale insieme al teschio in primo piano.

Al centro dell’opera, il Cristo con i Santi Pietro, Gennaro, G. Battista e Ugo accoglie le implorazioni della Vergine, mediatrice delle richieste di San Brunone, fondatore dell’ordine certosino.

ex voto spadaro

Questo straordinario dipinto può essere considerato un vero e proprio compendio di tutti i generi pittorici in cui si sperimentò l’artista: pittura di genere, ritratto, autoritratto, veduta paesaggistica, natura morta, momento mori, ma soprattutto conferma la sua efficace abilità nel descrivere e inchiodaresu tela eventi e momenti storici di cui indirettamente fu protagonista.

Annamaria Pucino