Ieri, sabato 30 Marzo, si è tenuto, presso la Sala Assoli ai Quartieri Spagnoli di Napoli, un incontro dal titolo: “È l’ironia la fuga dalla realtà?”, secondo appuntamento del ciclo di incontri organizzato da “Casa del Contemporaneo” sul tema “Il racconto della città”.

Relatori, il Professor Aldo Masullo e il regista Andrea De Rosa, suo studente alla Facoltà di Filosofia. Moderatore, Enzo d’Errico, direttore del Corriere del Mezzogiorno.

Il tema affrontato è stato la relazione tra il concetto di ironia e il Napoletano, partendo dal tentativo di delineare un “modello Napoletano”. Questi due concetti, con le parole dello stesso Masullo, «l’uno di carattere linguistico, retorico, l’altro di carattere storico, antropologico, politico, si incontrano o non si incontrano?».

Il Professore ha ricordato la sua nascita ad Avellino, il trasferimento a Torino e poi il ritorno nel napoletano, a Nola esattamente, dove si inserì in una quinta elementare ad anno iniziato, non senza trauma, viste le profonde differenze nel modo di socializzare e nella lingua.

«Senza retorica, dico che se io so qualcosa, lo devo ai miei insegnanti, cominciando da quelli della scuola elementare, sia  a Torino che a Nola… questo significa il valore della scuola!». Tale dichiarazione non poteva non scatenare uno scrosciante applauso.

Il Professore ha fatto riferimento ai primi anni scolastici a Nola per sottolineare che il suo rapporto con il Napoletano «è forse un rapporto più importante di quello dei Napoletani, perché sono stato messo in condizioni di scontrarmi con questa cultura, prima ancora di esserne adottato e di adottarla

Masullo ha provato a farci capire se esista davvero un “tipo napoletano” in questo modo:

«La letteratura ha creato il mito del Napoletano come una forma umana diversa da tutte le altre, quindi un’eccezione: nel bene o nel male suscita ammirazione per il sol fatto che sia un’eccezione.

«Napoli è una città completamente diversa da tutte le altre: è l’unica città al Mondo che non vive nel tempo lasciando dietro di sé il passato, ma vive nel tempo conservando in sé il passato come se fosse presente. Hegel avrebbe parlato… scusate, ogni tanto faccio il filosofo… Hegel avrebbe parlato di un superamento che incamera dentro di sé ciò che supera. Napoli quante città è? Anche archeologicamente le troviamo tutte, queste città: è stratiforme e il tempo non è orizzontale, è verticale. E questo dà anche il senso della profondità: conserviamo le radici, via via che andiamo avanti… naturalmente qualche volta le radici marciscono, e questo è un altro problema, perché nulla, nella realtà, è tutto positivo o negativo, e quindi anche Napoli è positiva e negativa.

«Il Napoletano, oggi, è un personaggio disorientato che, da un lato, cerca di penetrare all’interno del nuovo, della civiltà del nostro tempo, del modo presente di vivere, dall’altro, però, non è che ci si trovi molto bene e tenta disperatamente di conservare il proprio passato in una forma ancora viva. Una delle forme vive di conservare il proprio passato è l’arguzia. Il Napoletano non è ironico, è arguto. L’ironia è un modo per realizzare la sovranità dell’intelletto rispetto alla vita. L’ironia guarda le cose a distanza, ci gioca intorno, le prende in giro.»

Il Professore ci ha poi ricordato che «l’ironia comincia con un gesto filosofico, quello di Socrate che, nei Dialoghi platonici, nel conversare con gli altri, finge di essere più ignorante degli astanti, partendo da un principio importante: la verità non si può imporre, la verità nasce dalla spontaneità degli esseri umani nella loro vita complessa, intellettuale, fisica, emozionale: nel loro complesso ognuno produce la verità, si avvicina alla verità. Quindi io, che credo di essere dotto, se voglio veramente realizzare la mia sapienza, devo rendermi conto di essere ignorante: so di non sapere. Socrate faceva questo gioco, che non era solo un gioco dialettico: mettere gli altri in difficoltà, costringerli a ragionare… il problema è questo: costringere gli altri a ragionare. Si tratta di uno dei problemi più grandi del nostro presente: siamo in una condizione in cui è più difficile che mai indurre gli altri a ragionare. Ognuno vuole avere ragione, senza ragionare per giungere alla ragione.

«L’ironia è la capacità di indurre l’altro a ragionare, ma supponendo una condizione di libertà collettiva, civile, in cui siamo tutti alla pari: nessuno mi può costringere e quindi l’unica vera funzione del pensiero è di spingere l’altra persona a pensare e, da sola, arrivare alla libertà. Dove la libertà manca, non si tratta più di lasciare che l’altro trovi la sua libertà… gliela impongo io, basta!

«Ritornando alla stratificazione della città, anche l’antropologia napoletana è fatta a strati: se ricordiamo le novelle di Boccaccio, quelle ambientate a Napoli, quei personaggi sono molto vicini ad alcuni di una certa nostra, ancora attuale, maniera di vedere il Napoletano: scaltro, scanzonato, produttore di imbrogli, però sempre capace di cavarsela, come Pulcinella.»

Maschera contadina che dalla campagna arriva in città e fa di tutto per sopravvivere, Pulcinella si sente sempre minacciato dall’Autorità, che non vuol dire che sia anche autorevole, perché in realtà usa la forza per imporsi. Ecco, questo rappresenta «il nocciolo del Napoletano, se un nocciolo c’è: il continuo doversi misurare con la forza del potere… e questo è storico! Napoli è sempre stata soggetta a un sovrano, per giunta straniero. E ciò spiega, tra l’altro, il fatto che il Napoletano, ancora oggi, non riesca mai a fare vera e propria solidarietà con gli altri Napoletani, perché essendo vissuti sempre in servitù, ci siamo abituati, per campare, a metterci sotto le ali protettive del padrone. E quale modo migliore di essere accolti e protetti dal padrone che non parlar male del concittadino, che non mettersi con lui in antagonismo?

«Dal singolo Napoletano, dal modello, passiamo ai Napoletani veri, concreti, che siamo tutti noi: che cosa facciamo per trasformare questa città? Nulla! Siamo tutti divisi, perché siamo stati sempre tutti servi… Perciò il Napoletano non può essere ironico, non può mettersi a distanza dalla vita: lui ci sta dentro, ne è travolto, e l’unica cosa che gli resta da fare è usare l’arguzia, ovvero la battuta, la trovata di spirito, la facezia: questo rende al Napoletano possibile sopravvivere.

«Il vero problema che ci dobbiamo porre è se dobbiamo accettare semplicemente di sopravvivere o finalmente dobbiamo deciderci a vivere

Luciana Pennino

L’immagine in evidenza è tratta dalla pagina FB della Sala Assoli