Masso-mafie: un neologismo coniato all’inizio degli anni ’80 da Giuseppe D’Urso, docente universitario e presidente per la Sicilia dell’istituto Nazionale di Urbanistica, che per primo individuò nelle logge massoniche deviate il collante tra istituzioni, politica, cultura e mafia. D’Urso racconta che “attraverso le logge le organizzazioni tentano di aggiustare i processi che le riguardano, trattano per indirizzare l’informazione, la piccola e grande economia nazionale. La possibilità di entrare in contatto con la classe dirigente sia locale che nazionale e persino con l’alta finanza internazionale fa gola a chi ha ingenti capitali da investire.”
Questo fenomeno è indice di una sofisticata evoluzione della mafia “coppola e lupara“, che adesso costituisce solo un’immagine di facciata: la vera mafia contamina silenziosamente le istituzioni, s’inerpica strategicamente sino ai gradi più alti, con il tramite dei colletti bianchi, insospettabili impiegati, funzionari, professionisti collusi con le logge massoniche.

Questo il tema del dibattito tenutosi sabato 25 gennaio alle ore 10 presso il Teatro Mercadante, con gli interventi del giornalista del Il Fatto Quotidiano Antonio Massari, il magistrato membro del CSM Mario Suriano, in sostituzione di Michele Ciambellini, assente perché nominato relatore della commissione disciplinare che affronterà la questione di Nicola Gratteri, l’avvocato Fabio Repici, il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho ed il sindaco di Napoli Luigi De Magistris, alla presenza degli allievi di sette istituti secondari di secondo grado della città, accompagnati dai docenti: il liceo Comenio, il Nitti, il F. Caracciolo, il Ferdinando Galiani, il Volta, il Duca degli Abruzzi ed il liceo classico Pansini.

L’evento è iniziato con la proiezione del video intitolato Una toga strappata, realizzato dai ragazzi dell’Accademia di Belle Arti, diretti da Stefano Incerti: si racconta dell’inchiesta Poseidone e della Why Not, quest’ultima sui soldi stanziati dall’Unione Europea per l’informatizzazione e i lavori interinali in Calabria, rubati dal comitato d’affari, entrambe condotte da Luigi De Magistris e toltegli non appena le indagini toccarono tasti dolenti della corruzione istituzionale. L’inchiesta Poseidone, approfondita subito dopo dall’intervento di Antonio Massari, fu condotta da Luigi De Magistris tra il 2005 ed il 2007: da magistrato presso la procura di Catanzaro, l’attuale sindaco di Napoli indagò sull’uso illecito di 800 milioni di euro di finanziamento europeo, destinati alla costruzone di impianti di depurazione. Il 10 maggio 2005 De Magistris annunciò le perquisizioni, inizialmente previste per il 18 e che dovette anticipare per il sospetto che qualcuno lo avesse comunicato segretamente agli indagati. L’indagato principale era il senatore Giancarlo Pittelli, il quale aveva ricevuto la “soffiata” sulla perquisizione niente di meno che dal procuratore capo Mariano Lombardi, superiore di De Magistris. Quest’ultimo quindi si trovò ad affrontare l’indagine in solitudine, ostacolato dallo stesso procuratore capo, che alla fine gli impedì di proseguire il lavoro, accusandolo di non avergli comunicato dell’indagine su Pittelli, scelta che De Magistris, consapevole della corruzione del capo, era stato costretto ad intraprendere. Se le indagini avessero avuto un seguito, probabilmente sarebbe emerso quel che si è venuto a sapere solo recentemente grazie alle indagini del procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri: il senatore Pittelli, massone e alleato del boss ‘ndranghetista Luigi Mancuso, riceveva soldi da quest’ultimo tramite la società Trust Plastron, di loro proprietà. Il 19 dicembre 2019, nel blitz Rinascita-Sott che ha portato a 334 arresti della cosca Mancuso, Pittelli è stato arrestato. Subito dopo l’intervento di Mario Suriano, che sottolinea l’importanza della memoria storica, parlando delle indagini di Gherardo Colombo, facente parte del pull di Mani Pulite e guida dell’inchiesta su Michele Sindona, banchiere privato che oltre ad intrattenere rapporti con le organizzazioni criminali, siciliane e statunitensi, era anche alleato di Licio Gelli, a casa del quale, a Castiglione Fibocchi presso Arezzo, il 17 marzo del 1981, furono rinvenuti gli elenchi degli iscritti alla Loggia P2 (Propaganda due, loggia aderente al GOI, Grande Oriente d’Italia). È seguito l’intervento di Fabio Repici, avvocato difensore di De Magistris e Gioacchino Genchi, avvocato e informatico che lavorò alle intercettazioni telefoniche dalle quali emerse l’alleanza criminosa, al tempo dell’inchiesta Poseidone. Repici ha evidenziato come i meccanismi emersi con l’indagine di De Magistris sono stati gli stessi emersi dal processo Gotha, aperto nel 2016, e dall’inchiesta dello stesso Gratteri. Si tratta di meccanismi sofisticati e parassitari, come fa presente Federico Cafiero De Raho, facendo una panoramica storica dei rapporti tra mafia e logge massoniche: tutto ebbe inizio negli anni ’80, con i rapporti tra ‘Ndrangheta e Cosa Nostra, quando la prima ebbe la possibilità di accedere ad un vasto traffico internazionale di cocaina e accumulare, di conseguenza, ingenti capitali. Proprio questi ultimi costituirono il trampolino di lancio per stringere rapporti e fare investimenti: 30 miliardi all’anno guadagnati col traffico di cocaina erano reinvestiti in economia e nel frattempo i rapporti con le logge crescevano, tanto che il gran maestro della Loggia d’Oriente dovette dimettersi perché la loggia era quasi completamente contaminata dagli ‘ndranghetisti. Quando il sistema di infiltrazione nelle istituzioni si fu stabilizzato, tanto da promuovere un vero e proprio “osservatorioper l’individuazione di potenziali alleati da portare avanti in politica, la ‘Ndrangheta interruppe l’alleanza con Cosa Nostra, che nel frattempo aveva dichiarato guerra allo Stato: c’era così tanta ‘Ndrangheta nello Stato stesso che una guerra non sarebbe stata conveniente. Come ha detto De Magistris nell’intervento conclusivo della mattinata “la mafia ha capito che le bombe scuotono coscienze“: le stragi come quella di Capaci e di via d’Amelio non funzionano più, perché destano la partecipazione dell’opinione pubblica. Adesso le operazioni mafiose sono gestite con notevole raffinatezza politica, tanto che talvolta le autorità, corrotte, si scagliano contro coloro che tentano di far uscire allo scoperto certi meccanismi. È quello che è accaduto a De Magistris quando, dopo l’inchiesta condotta, si è sentito dire dallo stesso procuratore che era un grande lavoratore, che lavorava talmente da interpretare il proprio mestiere come una missione e…che non era questo quello che ci si aspettava da lui. Quando i magistrati di Salerno perquisirono gli indagati di Catanzaro, tra cui Pittelli, Lombardo, finanzieri e altri magistrati, confermando quanto venuto fuori dalle indagini dell’attuale sindaco, i magistrati calabresi li sottoposero al paradossale “contro-sequestro”: contro la legge che vieta la reciprocità delle indagini tra magistrati, a Catanzaro si vietarono ulteriori indagini con la scusa di una guerra tra procure, i magistrati di Salerno che avevano condotto le perquisizioni furono trasferiti e De Magistris fu sottoposto a processo, con l’accusa di aver commesso infrazioni durante le indagini.
Ciononostante, il sindaco conclude l’evento con un invito alla speranza e un consiglio agli studenti presenti: “noi vogliamo parlare di queste cose perché crediamo nelle istituzioni. È la mafia che deve lasciarle, non le persone per bene […] tornando indietro farei esattamente la stessa cosa, credo che valga la pena di fare le cose con onestà, coraggio, autonomia, cercando di farle insieme ad altre persone” perché “quando non si perde la dignità dei valori umani, quando non si perde ciò per cui val la pena vivere e non sopravvivere, quando si perseguono degli ideali si ha sempre la possibilità di trovare la forza” e , come diceva Paolo Borsellino, preferire il fresco profumo di libertà, che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale.