“Sai, io non voglio davvero questo cuore nuovo. Perché il cuore è il centro delle emozioni e un attore è un uomo di emozioni. E se diventassi un attore diverso con il cuore di qualcun altro che batte dentro di me? “
Così diceva Massimo qualche giorno prima di morire, nell’attesa di una operazione già programmata per quel suo cuore malandato.
Questo 4 giugno sarà il ventiduesimo senza Troisi, ma è sempre come fosse successo l’altro ieri. Difficile che un Artista sia stato rimpianto, a Napoli come fuori, come si rimpiange Massimo e ditemi se non è vero che mentre si cita il suo nome vi sale un groppo alla gola ma anche un sorriso sulle labbra.
In effetti, tutto ciò che mise in scena era un copione non scritto, fatto di dialoghi surreali e di pensieri esistenziali che, oltre alla risata, lasciavano sempre una smorfia di malinconia.
Diceva di lui Gianni Minà: “…era un essere umano leggero, lieve, forse stonato, in un’epoca e in una società dello spettacolo dove imporre la propria presenza, essere arroganti, è il comportamento di moda. …”.
Di Troisi ricorderemo per sempre la gestualità e la mimica facciale e quel linguaggio napoletano nè antico nè moderno, un po’ italianizzato ma a tratti quasi incomprensibile, che per certi aspetti è di Eduardo De Filippo; egli da un lato esprimeva un’ironica critica nei confronti dei vecchi elementi di stile che caratterizza i napoletani e dall’altro i luoghi comuni della società moderna.
«Ma perché devo ricominciare da zero? Tre cose mi sono riuscite nella vita, e ricomincio da tre». Una frase simbolica della sua capacità di contrastare l’ovvio, di contraddire la banalità.
Massimo era un po’ surrealista, attraverso i sottintesi scardinava il pensiero comune, ribaltandolo, rovesciandolo, mostrandone le cuciture.
“Ma tra un giorno da leoni e cento da pecora, non si potrebbero fare cinquanta da orsacchiotto?”. Era essenziale, si direbbe.
Troisi nella sua esperienza di Artista sottolineava tante volte le contraddizioni psicologiche e relazionali della vita degli uomini e delle donne a partire, spesso, dal tema dell’amore.
Egli era malinconico e poetico, irriverente e provocatore, ma della modestia, dell’umiltà e della discrezione,  fece il suo stile di vita.
Troisi il Poeta faceva splendidi sogni intrisi di ideali, ma mai scontati e con quei sogni cercava di dimostrare che certi si possono avverare a patto che si continui a restare se stessi, che non ci si trasformi in quello che gli altri ci vogliono far diventare. Smuoveva le coscienze col sorriso ed a volte con quella faccia un po’ triste ma mai rassegnata.
L’importante è cercare di soffrire meno, diceva.
Nei suoi film Troisi riuscì a divertire raccontando storie serie; un’intera generazione si rispecchiò in quel giovane attore che non riesce a prendere posizioni ferme su nulla: l’amore, il lavoro, lo stile di vita, ma sempre in viaggio, fisico o metaforico, per raggiungere la meta.
Qualche volta si rifugiava nel passato, attraverso quei viaggi anacronistici vuoi di un padre cinematografico nell’attesa del miracolo, vuoi quando inutilmente cerca di spiegare a Leonardo da Vinci le novità tecnologiche del nostro tempo, anticipandone l’invenzione, giocando in maniera surreale sul progresso e le sue implicazioni.
Massimo non si esprimeva mai con la volgarità tipica di certi presunti comici che a partire dagli Ottanta ad oggi credono che per far ridere bisogna usare l’espressione forte, spesso gratuita. In questo senso, era un po’ Totò, ma più diretto, più pratico, più smaliziato.
L’unicità di Troisi è tutta qui: napoletano al cento per cento senza mai cedere a un solo cliché, ma la “napoletanità” la portava sempre con sè, pure in quel suo “non emigrare”, portandosi dietro quel bagaglio fatto di cultura intrisa di tutte le debolezze ma anche di tutta la forza vitale dei napoletani. Quella fuga a Firenze in “Ricomincio da tre” chi non la ricorda? Nei suoi lavori non trovavano mai spazio nè la camorra, nè la miseria, nè le altre “patologie” di questa città, ma il tutto senza retorica, senza illusioni, senza “superiorità” di sorta. Ed ovviamente senza sottomissioni…
“ll successo è un amplificatore, se uno è già imbecille diventa imbecillissimo, se uno è umano diventa umanissimo. Per me è una lente di ingrandimento di quello che sei, di quello che eri prima”. Grande Massimo!
Massimo Troisi chiude la carriera e la vita con il meraviglioso “Il postino”. Molte persone pensano che il film si conclude con la morte del protagonista perché Massimo era morto. Non è vero. Quando Mario Cecchi Gori, il produttore, gli chiese se terminando quel film con una morte non sarebbe diventato tutto troppo deprimente. Massimo gli rispose: “No, Mario, poiché non c’è morte nei film”.
Purtroppo, subito dopo sì, ma Troisi forse già lo sapeva…
E nel frattempo, qualche anno prima, già aveva ironizzato sulla sua morte come solo i Grandi sanno fare.

Massimo Troisi nasce il 19 febbraio del 1953 a San Giorgio a Cremano, in provincia di Napoli.

La famiglia Troisi, padre macchinista ferroviere, madre casalinga, abitava a San Giorgio a Cremano in piazza Garibaldi (all’epoca ancora Piazza Tarallo), in un palazzone ribattezzato “o palazzo ‘e Bruno miez’e Tarallo”. Quella piazza avrebbe poi portato il suo nome, piazza Massimo Troisi.

Carlo Fedele