L’esclusiva intervista rilasciata dall’ultima regina delle Due Sicilie Maria Sofia di Borbone
di Jerry Sarnelli

Pochi sanno dell’esistenza di un’intervista fatta all’ultima regina di Napoli, Maria Sofia, realizzata nel novembre del 1924 a Monaco dal giornalista del Corriere della Sera Giovanni Ansaldo. Maria Sofia viveva gli ultimi anni della sua lunga e travagliata esistenza – era nata nel 1841 – in un vecchio ma imponente palazzo, ospite di un nipote, figlio del fratello il Duca Carlo Teodoro di Baviera, dopo che al marito Francesco II di Borbone, morto nel 1894, era stato sottratto, con un gravissimo atto di pirateria, il legittimo regno. Il giovane giornalista si trovò di fronte una vecchia signora di 83 anni che, malgrado le tante vicissitudini, niente aveva perso della sua regalità e del suo innato charme. Maria Sofia era ancora lucidissima e ricordava perfettamente il suo fin troppo breve ma felice periodo napoletano, quando per tutti era “a’ Reggina”. Nel corso dell’intervista non vengono risparmiati giudizi taglienti riguardo ai Savoia che, a quel tempo, erano ancora saldamente seduti sul trono d’Italia. A un certo punto Maria Sofia diventa persino profetica esclamando: “Il modo in cui loro hanno trattato noi è di brutto augurio. Dio non voglia che un giorno, anch’essi, non abbiano da difendere, dall’esilio, i loro patrimoni personali”. Previsione in parte avveratasi, benché i Savoia avessero già provveduto a sottrarre alla confisca gran parte del loro patrimonio.
Di seguito l’intervista integrale.

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INTERVISTA  ( I parte, domani alle 19.00 la II parte)

Maria Sofia di Baviera, regina di Napoli, vedova di Francesco II di Borbone. Non solo vive ancora, ma regna. Duchessa di Castro per il volgo dei maitres d’hotel e dei fattorini, imperatrice dell’anima per me.

Amo in lei la bellezza e la dignità della tragedia.

I re ci saranno sempre, trionferanno delle teorie e delle rivoluzioni, perché la tragedia è necessaria, ed essi soli ne sono i personaggi.

I poveri uomini hanno bisogno di esseri viventi, affrancati per nascita dalle miserie della promiscuitá sentimentale e da certe convenzioni verso l’uguaglianza, da certi livellamenti del dolore, da certi ménagements della rispettabilità.

Giorni fa, Maria Sofia, rovistava in certe vecchie casse, da anni non aperte.

Ne trasse fuori due poveri acquerelli, due vedutine del Vesuvio, dolcemente velate da un languore di esilio, che aveva tremato nella mano del dilettante. Il suo fido Barcellona, che le era accanto, le trovò belle.

“Ti pare?” replicó la regina, socchiudendo gli occhi e guardando in prospettiva i due acquerelli. “Ti pare? Le dipinse il mio re. No, il mio re, tu lo vedi, non fu imbecille… Come dicono.”

E rise. La vecchia regina di ottantatré anni ride ancora, dolcemente o con un secco convulso, e un `onda di sangue le monta ancora giovanilmente dal cuore alle tempie, fino alla radice dei capelli bianchi ; ride ancor oggi come nella casa paterna di Possenhofen, nella reggia di Napoli, nelle casematte di Gaeta, ai tempi dei suoi diciott’anni.

I grandi sdegnosi sono propensi al riso: è, in essi, una attitudine di di difesa contro la vita. Diversamente da sua sorella Elisabetta d’Austria, Maria Sofia cercò la felicità. Lo dice: “Noi, le cinque figlie del duca Max, ci chiamavano da giovani die Wittelsbacher Schwestern, le sorelle Wittelsbach. Portavamo tutte e cinque le treccie nere, ricondotte a giro appena al di sopra delle orecchie e sulla fronte, al modo delle contadine dello Oberbayern.

Poi tutte pigliammo il volo: Elisabetta diventò imperatrice d’Austria, Elena diventò principessa di Thurn und Taxis, Matilde sposò Luigi conte di Trani, Carlotta il duca di Alençon: ma di tutte e cinque, io era quella più predisposta dalla natura a godermi la vita” Il suo disegno è stato dunque una lenta e faticosa conquista, la sua indifferenza è una corona ben più gloriosa di quella monarchia normanna.

Le angustie di questi ultimi anni, le peripezie di una vecchiaia appena agiata, non le hanno tolto il suo riso, che ancor oggi vela il suo viso di porpora, la porpora della sua intima e vincitrice regalità, che le avventure del mondo e degli uomini non possono offendere. Maria Sofia vive a Monaco. Ospite del nipote, il figlio del duca Carlo Teodoro.

Il vecchio palazzo costruito dal duca Max sulla Ludwigstrasse accoglie, nell’ala sinistra, la sede della Deutsche Bank; nell’ala destra, la regina di Napoli. Accomodamenti inevitabili.

I giovani principi Wittelsbach, le nuove generazioni, si sono fabbricate altre dimore, a Bad Kreut, a Berchtesgaden, a Tegernsee: essi si portano dietro la servitù valida: hanno lasciato alla vecchia regina due servitori che indossavano con estremo decoro la livrea dei Wittelsbach, bianco-azzurra, e che introducono con dignità nell’anticamera nuda, con poche poltrone in raso giallo, ma senza – se Dio vuole – tutto il bric a brac degli appartamenti privati del poveri e banali re con regno.

Due vecchi servitori pensionati, due cameriere, il segretario: ecco la corte di Maria Sofia. II segretario è un catanese, il Signor Barcellona: da più di vent`anni al servizio della regina. E racconta, con devozione ingenua e onesta di impiegato.

Il conte de La Tour, il barone Carbonelli, il conte di San Martino, gli ultimi gentiluomini che circondarono la vecchia Maria Sofia prima della guerra, tutti morti.

“Io solo li sostituisco” fa il signor Barcellona con una infinita discrezione.

“Il patrimonio di Sua Maestà era tutto investito in fondi austriaci. Voi capite Ie conseguenze. La regina possedeva anche una bella villa sul boulevard Maillot, a Parigi. Fu lì che, anzi, ci sorprese la guerra. Oh, tutte le avventure per rispedire in Germania la servitù tedesca!… La regina ha la cittadinanza italiana, è italiana. La Pubblica Sicurezza francese fu allora molto gentile, per il passaporto. Io dissi: Ma capite bene, signori: non vorrete che una vecchia regina venga personalmente al commissariato! Capirono, e mandarono un delegato. Poi capitò il moratorium degli interessi: eravamo già qui a Monaco. Ma i Wittelsbach aiutavano ancora la regina: c’era sul trono il principe reggente. Leopoldo, quello stesso che la condusse all’altare, per procura di Francesco. Molti italiani, molti, visitò la regina nei campi di prigionieri. La regina parla correntemente italiano, appena qualche termine francese, ma di rado: e quelli se ne meravigliavano.

E lei spiegava così: “Sono una signora, che conosce bene Napoli”. Oppure: “Sono una signora, che imparò da giovane a parlare italiano”.

Poi diceva: “Povera gente! Si stupiscono di trovarmi cosi simile a loro, perché domando se hanno avuta tutta la loro razione di broda!”. Regalò ai campi di prigionieri tutti i suoi libri italiani.

Un tempo, noi ricevevamo una ventina di giornali, parecchi, anche giornali italiani: ma come si fa, adesso, con questa valuta? La regina riceve ancora qualche giornale italiano, ma così sapete… cosi, quando c`è qualche cosa di interessante…

Il segretario non vuol pronunciare le parole proprie: “di seconda mano”. Ha ragione. I re non possono accettare nulla di seconda mano: né il trono, né il giornale. Io rifletto: quanto sarebbe bello e nobile se i più grandi giornali italiani inviassero una copia in omaggio a una vecchia Signora di ottantadue anni, che fu… Ma sì. Neanche da pensarci. Saremmo accusati di borbonismo latente.

“È così con la posta. Quanta posta, un tempo, signore! La regina faceva molta beneficenza, pagava delle piccole pensioni. Una la vuol pagare anche adesso, al vecchio Giovanni Tagliaferri, di Caserta, che fu con lei a Gaeta: è quello che si ricorda ancora adesso più cose di quando la regina era giovane, e guidava sei cavalli, con salda mano, per i viali di Capodimonte. Ma anche la posta, a poco a poco… Fu molto triste quando dovette sospendere il sussidio all’ospizio dei piccoli vetrai italiani, alla Plaine Saint-Denis, vicino a Parigi.

Fu suor Maria d’Ajutolo che ora è morta anche lei, che l’aveva portata a vedere cos’era la miseria di quella gente. Suor Maria d’Ajutolo era una donna energica, che quando parlava degli orrori della Plaine Saint-Denis, o di qualche altro affare del genere, piantava gli occhi in faccia alla regina, e diceva: “C’è da vergognarsi, Maestà “.

E la regina replicava fermamente convinta: “Si, c’è da vergognarsi, suor Maria”. Quando le dissi che ormai non si poteva più fare quella spesa del sussidio, la regina era seduta di là al suo tavolo da lavoro, e ripeté due o tre volte, guardando così, nel vuoto: “C’è da vergognarsi, Maestà “. Poi aggiunse: “Nessuno mi parlò mai cosi bene come suor Maria “.

Ne aveva infatti una stima grande. Adesso, la regina scrive più a poca gente. In Italia ha ancora qualche amico dei tempi lontani: come la duchessa Della Regina, che è anche contessa di Macchia, di Napoli. Per il 4 di ottobre, che è il compleanno della regina, e per il nome di Maria, la duchessa manda sempre a chiedere che cosa la regina gradirebbe di più. E sapete, cosa indico sempre, io? Una cassettina di maccheroni, con un po’ di cacio e di conserva, tanto almeno da poter fare un po’ di pasta asciutta.

E la duchessa manda sempre tutto puntualmente. La duchessa è vecchierella pure lei, conobbe la regina a Caserta, non la rivide mai più, da quei giorni. Ma fa il pacco ancora lei, io conosco la calligrafia. Bisogna scrivere sull’indirizzo: “Liebesgaben “.