Nel rapporto tra Benedetto Croce ed il mare di Napoli, il filosofo ritrova nella costa partenopea i segni di un percorso particolare, che unisce, in modo indissolubile, il passato ed il presente. Il mare della favola di Cola Pesce, così come quello delle scorribande dei turchi, riesce a trasmettere sempre, secondo l’autore, la sua ondata di suggestioni. Qui Croce rinuncia alle sue vesti di filosofo e storico: si rivela uomo, raccontando aneddoti e ricordi personali, capaci di legarlo ad un luogo. È proprio questa dimensione intima a conferire un taglio accattivante ed intenso alle sue parole: le tracce della natura stanno scomparendo perché essa, nel corso del tempo, ha cambiato volto, intaccata per sempre dall’agire umano. Il mare della città, agli albori del 1950, non era già più quel di una volta…

“Oh quanta vota, la sera, a lu tardo,
iéveme a spasso cu tanta zitelle
ncopp’a li scuoglie de messé Lunardo,
e llà faceamo spuónnele e patelle!…

«Ecco un frammento che trovo in una raccolta moderna di canti popolari napoletani, e che è certamente antico di alcuni secoli, come mostra l’allusione allo scoglio su cui sorgeva la chiesetta di San Leonardo, il quale santo vi è chiamato arcaicamente “messere Leonardo”. Dove è ora quello scoglio, segno un tempo delle poetiche escursioni di giovanotti e ragazze, che vi mangiavano i “frutti di mare” (spuónnele e patelle), o piuttosto vi facevano all’amore? Sparito da un pezzo: trasformato dapprima nella “loggetta del mare” della Villa, dove io ricordo di essermi ancora intrattenuto nella mia fanciullezza, e poi la loggetta pure assorbita nella nuova Via Caracciolo. E a me piace talvolta ricantare tra me e me quel vecchio canto di lieto ricordo, perché mi fa sorgere alla immaginazione una Chiaia, ossia una “piaggia”, assai diversa da quella che vediamo al presente. E, con l’immaginazione, sommergo nel mare la Via Caracciolo, la Piazza Umberto I e una buona metà della Villa; dispoglio la zona di piante, di fontane e selciato, e la riconduco ad aspetto tra campestre e marino, ponendo un orto innanzi al Palazzo Satriano, uno scolo d’acqua al punto dov’è ora la fontana della Villa, e lasciando nel resto una molle arena sulla quale riposano le barche e si asciugano al sole le reti dei pescatori; serbo ad un dipresso la linea dei palazzi della Riviera, ma rendendola più rada e umile, con piccole case e molti giardini, con la chiesa di San Rocco, costruita nel 1530, col palazzo (ora Sirignano), […], e con la Torretta, a tre piani, costruita più in là per la stessa difesa nel 1564, dopo che nel maggio di quell’anno i turchi, guidati dal rinnegato Ucciali, ebbero fatto bottino e prigionieri sulla spiaggia; infine, ai due terzi circa della spiaggia, al posto che risponde all’incirca al presente boschetto della Villa, risollevo dalle onde lo scoglio di “messé Lunardo”, di San Leonardo in insula maris; e riottengo la scena che doveva avere dinanzi agli occhi il compositore del canto».
(B. Croce, Passato e presente. La spiaggia e la Villa di Chiaia, in ID., Storie e leggende napoletane, Milano, Adelphi, 2005, pp.257-258).

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Qui la leggenda popolare citata all’inizio e trascritta da Benedetto Croce: Niccolò Pesce, l’uomo che diventa pesce per necessità o per scelta.

“Pesce era un fanciullo che amava starsene sempre in mare, facendo gridare sua madre, la quale, un giorno, nel calore dello sdegno gli gettò la maledizione, che “potesse diventar pesce”, e da pesce o quasi pesce egli visse da allora, capace di trattenersi ore e giorni immerso nelle acque, come nel suo proprio elemento, senza bisogno di risalire a galla per respirare.
E a percorrere in mare lunghe distanze rapidamente Niccolò Pesce usava l’astuzia di lasciarsi ingoiare da taluno degli enormi pesci che gli erano familiari e viaggiare nel loro corpo, finché, giunto dove bramava, con un coltellaccio che aveva sempre seco, tagliava il ventre del pesce e usciva libero nelle acque, a compiere le sue indagini.
Una volta il re fu preso da desiderio di sapere come fosse fatto il fondo del mare; e Niccolò Pesce, dopo lunga dimora, tornò a dirgli che era tutto formato di giardini di corallo, che l’arena era cosparsa di pietre preziose, che qua e là s’incontravano mucchi di tesori, di armi, di scheletri umani, di navi sommerse.
Un’altra volta discese nelle misteriose grotte di Castel dell’Ovo, e ne riportò manate di gemme.
Ancora il re gli commise d’indagare come l’isola di Sicilia si regga sul mare, e Niccolò Pesce gli riferì che poggiava sopra tre enormi colonne, l’una delle quali era spezzata. Ma, finalmente, un giorno venne al re voglia di conoscere a che punto veramente colui potesse giungere della profondità del mare, e gli ordinò di andare a ripigliare una palla di cannone, che sarebbe stata scagliata nel faro di Messina.
Niccolò Pesce protestò che avrebbe obbedito, se il re insistesse, ma che sentiva che non sarebbe mai più tornato a terra. Il re insistette.
Niccolò salto subita nelle onde; corse corse senza posa dietro la palla che s’affondava veloce; la raggiunse in quella furia d’inseguimento e la raccolse nelle sue mani. Ma ecco che, alzando il capo, vide sopra se le acque tese e ferme.
Lo coprivano come un marmo sepolcrale. S’accorse di trovarsi in uno spazio senz’acqua, vuoto, silenzioso. Impossibile riafferrare le onde, impossibile riattaccare il nuoto.
Colà restò chiuso, colà terminò la sua vita”.

di Carlo Fedele