Il re è nudo. Rodolfo Visconti, sindaco Pd di Marano (Napoli), abdica e cede al volere del consiglio comunale: con 11 voti contrari, 8 favorevoli e 2 astenuti, l’assise si è espressa negativamente sulla tanto discussa delibera 148/2020 valida per l’affidamento del servizio idrico integrato ad Acquedotti SCPA. Dunque, l’acqua resta pubblica, per la felicità di comitati, forze sociali come Potere al Popolo (presente in aula nelle figure di Francesca Licata e Nello Nasti), clero locale e singoli cittadini. Che dopo quattro mesi di mobilitazione hanno ottenuto quanto chiesto. L’ultimo atto, il presidio all’esterno della sede del consiglio comunale (contingentato da Carabinieri e Polizia Municipale): a distanza di sicurezza e dotati di mascherine, i presenti – sostenuti pure da padre Alex Zanotelli, avvolto in una mantella recante la scritta “il mio voto va rispettato“, chiaro riferimento al referendum del 2011 – hanno manifestato tutto il proprio dissenso nei confronti del singolo provvedimento, e di conseguenza, nei confronti dell’amministrazione stessa al grido di “vergogna“, “dimissioni“, “venduto“. Di fatto, il dato politico dell’intero pomeriggio, è incontrovertibile: il primo cittadino è stato sfiduciato; la maggioranza è collassata. Tre le defezioni decisive riportate dal voto palese, tutte di area dem. L’approvazione del bilancio – prossimo appuntamento – pesa ora come una spada di Damocle su Visconti, che tuttavia a margine provoca i suoi avversari: “domani vadano a depositare le firme, io non mollo“.

Prima di sviscerare le dialettiche interne della seduta, risulta necessario un breve cenno su di un fatto – a dir poco opaco – che getta ulteriori ombre (qualora ce ne fosse ancora la necessità), sul peso specifico che l’esternalizzazione avrebbe avuto sulla città di Marano. A sorpresa, a poche ore dal consiglio, Acquedotti SCPA – un soggetto privato, va ricordato – invia un comunicato a sindaco e consiglieri, nel quale fa ricadere la colpa del rincaro bollette su Abc Napoli. Detto altrimenti: un’ingerenza bella e buona; l’importanza della posta in palio è tutta qui, con l’azienda che prova a spodestare la politica. Ad ogni modo poco prima che la seduta prendesse le mosse – attorno alle 16.30 – Visconti è apparso subito teso. Forse – ironia della sorte – per le due casse d’acqua disposte proprio innanzi ai suoi piedi (una prassi, per dar modo all’intero consiglio di dissetarsi), quasi a rappresentare quello che si materializzerà come un ostacolo invalicabile dopo due anni e mezzo di governo. Delle banalissime bottiglie alle quali il primo cittadino stesso ha attinto nervosamente prima di prendere la parola: un sorso mai così nefasto, presagio di una disfatta nient’affatto scontata.

Durante il consiglio fiume, durato circa quattro ore, dai banchi dell’opposizione le parole più dure appartengono a Stefania Fanelli (Sinistra Italiana, parte integrante della mobilitazione cittadina) e Teresa Giaccio (Fratelli d’Italia). Gli attacchi seguono due direttrici: una politica; l’altra di carattere formale relativo alla presentazione del provvedimento. “Perché, sindaco – inveisce la prima – ha tirato dritto su questa delibera senza ascoltare le istanze opposte? Me ne assumo la responsabilità. Quali interessi ci sono in gioco? Siamo coscienti delle criticità del servizio idrico, ma la nostra proposta prevedeva l’entrata in campo di Abc, che ha una capacità di riscossione dell’85%, ed era disposta ad entrare con il 20% garantendo collaborazione immediato per il recupero del credito pregresso. L’acqua non può essere oggetto di profitto; la delibera è illegittima, non è stata fatta alcuna gara d’affidamento“. D’accordo su quest’ultimo punto pure la meloniana, che mette il dito nella piaga, evidenziando uno dei tratti più critici: “se il Comune volesse recedere in anticipo dal contratto, le opere effettuate nel tempo da Acquedotti spingerebbero questo soggetto a chiedere un corrispettivo, aumentando ulteriormente i debiti della città“. Di contro, a levarsi dai banchi della maggioranza, sono le voci dei fedelissimi del sindaco: Luigi di Marino, capogruppo lista Visconti, e Ciro Marzi. “Votare questa delibera significherebbe sancire un cambiamento epocale per Marano” affermano entrambi con tono retorico, appellandosi ad un poco evidente senso istituzionale che manca del tratto principale: argomentazioni convincenti. Il motivo principale per la privatizzazione del servizio afferirebbe al fatto che “chi protesta, è tra coloro che non pagano“, ancora i due, che rendono chiaro il copione dell’amministrazione: stabilire un’uguaglianza tra evasione, e conseguente necessità di cessione dell’acqua, come se l’ente pubblico che rappresentano avesse smesso d’esistere.

Ma se il botta e risposta tra i quattro consiglieri appena citati risponde, in estrema sintesi, ad una normale dialettica opposizione-maggioranza, sono le voci di altri due consiglieri – ancora di maggioranza – a chiarire molte dinamiche interne. Si tratta di Giuseppe Concilio e Pasquale Coppola, capogruppo dimissionario dem. Concilio, voce tremante e quasi spaurita, ammette di fatto di non condividere formalmente e contenutisticamente il provvedimento con validi argomenti (“questo non ha capito nulla” dice il sindaco sottobanco) e va via senza esprimere voto. E poi c’è il dem, che sceglie l’astensione. Politico locale navigato, che sul finire della seduta rivela indirettamente di essere il vero deus ex machina del tatticismo messo in campo da quel Pd che da mesi gioca, osserva sornione; ridacchia, lancia sassi e nasconde la mano senza effettuare l’affondo decisivo nei confronti del sindaco. Riferimenti non dimostrati ad un’ipotetica camorra dell’acqua, legittimità della delibera, toni forti. Coppola parla a lungo, e con fare discutibile – da alcuni dei presenti definito minatorio – si riferisce ai suoi tre colleghi di partito che alla fine voteranno contro: “da domani sarete all’opposizione; se opterete per l’astensione, poi si vedrà“.

La battaglia sull’acqua pubblica, dunque, si è conclusa. Ma il futuro dell’amministrazione resta ancora tutto da scrivere.