Alla generazione successiva agli artisti romantici e risorgimentali, appartengono i napoletani Antonio Mancini e Vincenzo Gemito.                                                                                                                                                                                       Autoritratto gemito

Essi sono spesso associati non solo per la loro stretta amicizia( divisero lo stesso studio) ma per diverse esperienze comuni: entrambi di origini umili, entrambi innamorati della stessa donna, entrambi colpiti dalla malattia mentale, sintomo di una situazione esistenziale di disagio e incertezza.

Mancini e Gemito spesso si servono dei medesimi  modelli: scugnizzi, adolescenti della strada, rappresentanti di quella realtà precaria e difficile vissuta da essi durante la propria infanzia. In molte opere è sempre presente il legame emotivo con il mondo popolare a loro familiare.

Fremiti di desiderio

In molte tele di Antonio Mancini fa da modello Luigiello, presente anche nel noto dipinto “Lo Scugnizzo” realizzato, come ricorderà l’artista stesso nella propria autobiografia, quando egli aveva appena sedici anni.

L’opera nota anche con il nome “Fremiti di desiderio“,  rappresenta  un  ragazzo vestito di brandelli che  si staglia in primo piano sul rosso cremisi del parato e del divano damascato; con le mani intrecciate e la testa di profilo sembra rabbrividire dal freddo, in realtà freme dal desiderio  per quanto lo circonda: stoffe pregiate, maschere teatrali, bottiglie di liquori, tazze di porcellane sparse sul pavimento che danno l’idea del disordine dopo un veglione.

In chiave sentimentale più che polemica, il pittore rappresenta l’adolescente lacero in un contesto borghese allusivo ai piaceri mondani a lui proibiti.

Sulla scia della grande tradizione del Naturalismo seicentesco, il Mancini dà al soggetto umile quella stessa dignità dei personaggi delle tele caravaggesche. Del tutto nuove e sperimentali sono, invece, le tecniche pittoriche.

Le sue ricerche cromo-luministiche mirano ad accensioni repentine di colore che sparge su tela mediante spatola, lasciandolo aggrumato ed evitando superficie levigate. Addirittura alcune sue tele anticipando i tempi, sono caratterizzate da una pittura polimaterica ossia gli impasti cromatici inglobano stoffe, lustrini, vetri colorati. Sicuramente in lui l’uso del colore assume un valore espressionistico, riflette uno stato d’animo.Scolaro povero

Nello “Scolaro povero” e nel “Dopo il duello” ritroviamo lo scugnizzo Luigiello e due realtà diverse a confronto: nella prima tela un mondo di miseria identificato dal dettaglio delle scarpe usurate del fanciullo, nell’altra tela il mondo agiato della borghesia evidenziato dalla candida e inamidata camicia in primo piano.

dopo il duello

Il pittore, sebbene più volte a Parigi, rimase estraneo al dibattito della nuova pittura impressionista.

Dal 1877 per quattro anni, per una grave crisi di nervi, fu ricoverato in un ospedale psichiatrico dove tuttavia continuò l’attività pittorica anche per fini terapeutici.

Una volta uscito dalla malattia, Mancini si affermò a livello internazionale come pittore di tele dai soggetti accattivanti e spumeggianti che seguivano la moda imperante dello stile di Fortuny, noto artista spagnolo del secondo Ottocento.

I dipinti di quest’ultimo periodo non presentano più quel palpito di sincerità e freschezza espresso nelle tele giovanili.

Gli stessi modelli resi su tela dal Mancini, furono plasmati in creta, terracotta, bronzo da Vincenzo Gemito.

Il  celebre scultore dell’Ottocento napoletano, appena nato fu abbandonato nella nota ruota dell’Annunziata e per un errore di trascrizione venne annotato Gemito, nome che l’artista non vorrà mai cambiare alludendo bene alla sua vita caratterizzata dal dolore. Anche egli come l’amico Mancini patì la malattia mentale che lo portò a relegarsi per tantissimi anni nella sua casa a via Tasso. L’elemento scatenante la crisi depressiva fu le accese critiche ricevute per la sua scultura “CarloV” commissionata da re Umberto per la facciata del Palazzo Reale di Napoli. Lo stesso artista non ne fu soddisfatto addebitando la causa nell’utilizzo del marmo, materiale a lui poco congeniale.

La sua vita, tuttavia, non fu segnata solo da dispiaceri: riuscì a sposare la bella Anna Cutolo, detta Nannina o Cosarella,  modella desiderata e prediletta dall’ambiente artistico napoletano. Probabilmente fu proprio questa donna ad essere la causa della rottura dell’amicizia e del sodalizio artistico con Mancini. Per ben quarant’anni i due artisti non si rivolsero più la parola.moglie gemito

Anche Gemito come Mancini ritrae soggetti tratti da una realtà emarginata che se da un lato delinea con estremo realismo, dall’altro dà loro la stessa dignità dei soggetti della grande statuaria classica; frequentava per intere giornate il Museo Archeologico studiandone le sculture e disegnandone minuziosamente le parti anatomiche.

pescatoriello

Tra le opere più note sicuramente c’è “Il Pescatoriello”, soggetto diverse volte ripetuto dallo scultore; essa ritrae un giovane scugnizzo napoletano in bilico su uno scoglio nell’atto di trattenere sul petto dei piccoli pesci guizzanti. Il fanciullo pur colto in un ‘apparente stasi, sprigiona un’interna vitalità ed energia.

Gemito espresse le proprie capacità artistiche anche nel disegno e nelle incisioni, famosi i ritratti della moglie non che il suo autoritratto in cui appare non più giovane ma al culmine del successo.

Annamaria Pucino