Il professor Masullo risponde a Napoliflash24 con la sua consueta disponibilità

Raggiungo, naturalmente al telefono, il professor Aldo Masullo, uno dei più grandi filosofi italiani viventi, per chiedergli qualche sua considerazione sul drammatico accadimento di questo periodo: la diffusione del COVID-19, che l’11 marzo scorso l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha valutato possa essere caratterizzata come una pandemia.

«Qual è la reazione più significativa a tutto quello che stiamo affrontando in questo momento terribile, professore?»

«La reazione sostanziale è una sola, anche se ha aspetti diversi: lo sgomento. Seppur espressa in modo differente, anche se mascherata, anche se intrisa talvolta da eccessi di speranza e talvolta da eccessi di cupa insicurezza, la reazione è lo sgomento. E non poteva essere diversamente, dato il carattere di questo evento che potremmo anche chiamare catastrofico.

In questi giorni sto ricevendo molte telefonate di persone che mi chiamano per null’altro che per poter parlare, per stabilire un rapporto che consenta a ciascuno di sentirsi meglio per il sol fatto di parlare con un’altra persona. Come se questa situazione producesse in tutti la paura di esser soli e quindi il ricorso alla compagnia di altri. La comunicazione è sostegno alla vita, intesa come consapevolezza, come soggettività, come emozionalità.»

«E la comunicazione dei media?»

«La comunicazione dei mass media è una comunicazione di cui ci si può fidare fino a un certo punto, perché è una comunicazione inevitabilmente grossolana, fatta con una certa esigenza di farsi sentire. I mezzi di comunicazione pubblici sono sempre in concorrenza fra di loro e quindi talvolta alzano eccessivamente il tono, e da questo punto di vista non fanno un buon servizio alla comunità.

D’altra parte, però, proprio quel senso di smarrimento e di solitudine, che ognuno prova adesso, viene temperato, medicato, dalla comunicazione di massa, la quale, pertanto, ha una grave responsabilità: aiutare milioni di persone a sopportare questa situazione. La cautela a gestire la comunicazione di questo tipo è necessaria; è difficile, però, purtroppo, distinguere qual è la linea di divisione tra ciò che va detto e ciò che non va detto, tra come va detto qualcosa e come non va detto. Poiché i mezzi di comunicazione di massa sono numerosissimi, è anche vero che c’è una varietà enorme di comportamenti ed è molto difficile governare questa massa di comportamenti.»

«Stiamo vivendo un oggi di sofferenza e di affanni. E dopo…?»

«Il dopo sarà certamente molto più duro del presente perché il presente mobilita le energie, anche di carattere elementare: ci si sente impegnati, o colpiti, insomma c’è una forte sensibilità. Potremmo dire che ora è un momento di poesia, una poesia drammatica, tragica, mentre il futuro sarà la prosa: quando avremo la crisi economica, che seguirà inevitabilmente a questo spargimento di energie, a questo impiego infinito di forze economiche, la situazione sarà molto diversa dall’attuale e molto meno controllabile

«Come sta vivendo questa clausura forzata?»

«Già da tempo vivo in modo piuttosto raccolto e riservato, esco poco, non incontro molta gente: la mia età e le mie condizioni di salute me lo impongono. Quindi sembrerebbe che da parte mia dovessi vivere una continuità: come sto vivendo ora rispetto a come ero già abituato.  Ciò nonostante, devo dire, sento un salto tra la vita prima del virus e adesso. Anche se non direttamente, è come se si percepisse che qualcosa è venuta meno: la fiducia quotidiana nel vivere, nel processo dell’attività. Avverto intorno a me una mancanza di vita

«La prima cosa che ha in programma di fare quando si tornerà alla “normalità”?»

«Vorrei essere in condizioni di continuare a fare ciò che ho sempre fatto: desidererei avere meno difficoltà psicologiche, esistenziali, e anche pratiche, per poter riottenere gli strumenti della mia vita intellettuale

«Cosa si sta trovando a ripetere ai tanti che le chiedono un confronto, un sostegno?»

«Quello che sto ripetendo è che l’uomo è sempre esposto a eventi drammatici, alla sofferenza, al dolore, al pericolo, solo che ora tutto ciò ha un carattere generalizzato, globale. Come c’è la pan-demia, c’è la pan-patìa, se mi si consente di coniare questo vocabolo. C’è uno stato di sofferenza non individuale ma di tutti, quindi l’unica arma che rimane è quella del coraggio di resistere.

Come in altri tempi diceva il procuratore della Repubblica Borrelli: “Resistere, resistere, resistere!”. E resistere è anche un esercizio, è anche un’esperienza di dignità che l’uomo dà. La consapevolezza di ciò ci può aiutare, se sappiamo capirne il valore.»

Grazie sempre di cuore, professore!

Luciana Pennino

La foto copertina è di Pino Miraglia.