Luisella dei quattro angeli

Il 23 agosto del 1799, Luisella Carfora si muoveva veloce e possente sull’acciottolato che l’avrebbe condotta dai signori menando una pesante cesta con la biancheria pulita. Si manteneva agile a dispetto dei chili che si erano sovrapposti alla primigenia corporatura da acciuga a causa di quattro gravidanze ravvicinate, inutili a renderla madre. Nessuno dei sui figli aveva raggiunto i dieci anni: il primo annegato prima di compiere un anno nella vasca tra i panni dei signori; il secondo morto di colera, il terzo di febbre ed il quarto ucciso dal padre, a botte, il giorno in cui Luisella decise di non essere più maritata.

Profumava Luisella, di acqua e lisciva, aveva il viso tondo e le guance rosa, sembrava sempre sorridere anche quando sbuffava. Il duro lavoro le aveva fatto sviluppare una muscolatura da carrettiere e vivere senza un uomo le aveva imposto quel tipo di linguaggio. L’abbigliamento estivo con le mezze maniche metteva in evidenza gli avambracci imponenti che incutevano rispetto negli interlocutori e soprattutto nelle interlocutrici, cosa molto utile in quanto le risse di piazza erano frequenti e necessarie per quelle che appartenevano alla sua classe sociale. Per donne così era morto il duca Serra di Cassano ma lei neanche lo immaginava. Gli ottomila ammazzati che la repressione borbonica aveva mietuto non la distrassero un attimo, lei non aveva gridato “acciril” al boia e neanche aveva spiato tra le vesti delle impiccate, gonfiate e tirate su dal vento per sapere se portavano le mutande. Pensava solo a lavare i panni e a farsi pagare quei pochi spiccioli per comprarsi i maccheroni e un mezzo litro di quella sbobba rossa che il cantiniere aveva l’ardire di chiamare vino.

Di fronte al portone serrato provò grande sorpresa “e mo’ come ci arrivo dalla duchessa?” urlò quasi mettendo la cesta sulla strada. “E ci vai da dietro” le rispose una voce a caso, una di quelle che non si fanno mai i fatti loro.

“E che jurnata che è schiarata” cantilenò inerpicandosi sulla ripida salita di Monte di Dio.

Giunta a Palazzo entrò direttamente, conosciuta dai guardiani e, perdendo in parte l’orientamento per l’insolito percorso, si trovò ai piedi del doppio scalone. Dall’alto, un’ombra nera di madre velocemente si ritrasse.

Nella stanza le imposte erano oscurate e si respirava un’aria pesane ed avvizzita, Chicchina vi entrò lugubre come una badessa, avvizzita come un pomodoro da pendaglio e silenziosa come una biscia.

“Duchessa, la lavandaia ha lasciato tre monete nella cesta, le avrà dimenticate, le metto nel vostro borsellino”

Dall’angolo più buio della stanza l’ombra nera di madre alzò la mano come per cacciare una mosca e non emise suono.

La settimana successiva la scena si ripeté pressoché uguale:

“Duchessa, questa volta la lavandaia ha lasciato sei monete nella cesta”

“Si vede che non ne aveva bisogno” rispose l’ombra attraverso le tenebre.

Chicchina era stata la nutrice di donna Giulia Carafa, duchessa Serra di Cassano e, sebbene le avesse fatto bere il latte dalle sue mammelle, non le aveva mia sfiorato il volto con un bacio. Chicchina era una donna d’altri tempi perfino per quei tempi; riteneva che gli aristocratici fossero quasi degli dei.

Arrivata a Palazzo insieme alla duchessa non se ne era mai distaccata come un cane da caccia, di quelli che non si prendono confidenza con il padrone. Era una donna superstiziosa e aveva passato parte delle sue credenze a donna Giulia. Nessuno a parte lei o donna Giulia stessa poteva toccare la biancheria di casa, lavata o sporca che fosse. Riteneva che attraverso i panni si potesse fare il malocchio e che la servitù ha sempre qualche motivo per avercela con i signori. Così, ora che la duchessa dal triste giorno della morte di Gennaro, era confinata su una poltrona presso una finestra serrata solo lei poteva svuotare e riempire la cesta.

Erano passati due mesi dal quell’infausto pomeriggio e dal secondo mese in poi, ogni volta che la cesta tornava a palazzo 3 monete restavano sul fondo senza apparente senso.

Chicchina iniziò a sospettare qualche sortilegio e, con il solo tono della voce, passò questo pensiero alla duchessa la quale quasi non parlava più e non incontrava nessuno.

“Ma chi è questa lavandaia?” domandò al terzo mese.

“Una certa Luisella, mi pare, non lo so. Se volete lo chiediamo a Sisina che è di Montecalvario pure lei”

E così Sisina si prese una gran paura, essere convocati nella stanza di donna Giulia faceva impressione da sempre ma ora che la stanza era buia e silenziosa come la madre, lo spavento erano ancora maggiore.

“Sì, donna Giulia, la conosco, la conoscono tutti a Montecalvario, si chiama Luisella, il cognome non lo so, ma tutti la chiamano Luisella dei quattro angeli”

Sisina parlava a voce bassa senza guardare la duchessa che in quel momento avrebbe visto giacchè per l’occasione le imposte furono riaperte.

“Chi sono questi quattro angeli?” la interrogò la signora alla presenza cupa di Chicchina.

E così Sisina, confondendosi più volte e sforzandosi di evitare i termini più stretti del suo dialetto, che peraltro Donna Giulia avrebbe perfettamente inteso dato che tutti i nobili napoletani lo parlavano, raccontò chi fosse Luisa Carfora.

Una giovane fanciulla del popolo che ebbe la disgrazia di innamorarsi appena quattordicenne di un uomo tanto bello quanto sfaticato. Fin dai primi tempi del matrimonio fu ben chiaro chi dovesse uscire a guadagnare il pane.

Perfino incinta di 9 mesi la povera Luisella aveva dovuto sgobbare portando su e giù le ceste e lavando i panni. Quando ebbe il primo figlio, senza dormire la notte e senza smettere di lavorare di giorno era quasi uscita scema e per questo lasciò cadere il piccolino nella vasca senza accorgersene.

Tornò a casa con il corpicino annegato e suo marito la prese a cinghiate, il vicolo gliela tolse di sotto solo perché era già incinta. Il vicolo è sempre dalla parte dei bambini, che si possono picchiare sì ma non far morire.

E così dopo pochi mesi ebbe il secondo figlio, sempre senza smettere di lavorare. Ma questo bambino un po’ per il dispiacere, un po’ per le mazzate, un po’ per la paura nacque già “ammarrazzuto”; malaticcio e non sopravvisse al secondo inverno, nonostante la cura che Luisella ci aveva messo e le medicine che aveva comprato pignorando ogni cosa per fargli superare le febbri del colera.

Il terzo figlio di Luisella era bello e solare come suo padre prima che diventasse alcolizzato e sorrideva sempre come sua madre. Gli spifferi di casa senza più le coperte pesanti, perse al monte di pietà, lo uccisero prima dei tre anni.

Il quarto figlio era più tozzo ma sembrava un torello. Aveva pochi mesi quando Luisella lo affidò a una comare per non lasciarlo solo con suo padre. La comare però aveva un fidanzato e quando il marito ubriacone si addormentava se ne andava tre vicoli appresso a fare l’amore. Di solito il marito tornava così ubriaco da non sentire le strilla della sua creatura, ma quel giorno forse strillava più forte e non lo faceva dormire, così lo colpì, una due tre volte fino a quando stette zitto e quindi si addormentò.

Luisella li trovò così, la comarella scappata per la paura e la colpa, il marito addormentato e il figlio morto in mezzo al suo sangue di neonato. Non ci pensò due volte Luisella andò in cucina e prese un coltello “per chiavarlo nella panza di quel fetente’” disse Sisina, “ma quando una è troppo buona…”.

La mano vacillò e gli fece poco più di un graffio.

L’uomo si svegliò ancora intontito dall’alcool e urlò come un maiale scannato, tutti accorsero e capirono, anche il caporione che decise “So’ stati i mariuoli” anche se in quella catapecchia non c’era niente da rubare. Il vicolo non perdona chi uccide i bambini, fecero sapere al marito di Luisella che era meglio se si imbarcava e se a Napoli non tornava più.

“Da allora la chiamano Luisella dei 4 angeli”.

Sisina era risollevata dall’aver terminato il suo racconto, “va’ va’ le disse Chicchina e Donna Giulia le ordinò di chiudere di nuovo le imposte appena la serva lasciò la stanza.

Passò un’altra settimana  e ci fu una nuova consegna.

“Le solite tre monete” annunciò Chicchina.

“La settimana prossima falla venire da me”

Luisella sembrò molto sorpresa di quell’invito e, per la prima volta in 15 anni, entrò al piano nobile del palazzo.

Chicchina la introdusse nella stanza della duchessa, neanche Luisella si sentiva di guardare la nobildonna negli occhi e la salutò con lo sguardo basso.

“Perché non prendi tutti i soldi del bucato?”. La interrogò Chicchina.

“Prendo solo quello che lavo”

“Che significa?”

“Ogni volta trovo tre pantaloni, quattro camicie e sette mutande pulite e allora li lasciò là”

“Sono i panni di mio figlio, perché non li lavi?” intervenne dall’estremità della sala Donna Giulia.

“Sono puliti, signo’”

“Non ti ho chiesto se sono puliti, voglio che tu li lavi”

“Sono puliti signo’”

“E tu lavali lo stesso!”

“Ma a che serve, signo’? Vostro figlio è morto”

Donna Giulia si sollevò dalla poltrona e si avvicinò al colmo di ira.

“Come osi parlare di mio figlio, tu? Miserabile”

“Dico quello che dicono tutti, che perciò avete chiuso il Palazzo”

Donna Giulia stava per colpirla e fu allora che Luisella la guardò in viso, Luisella non aveva paura delle mazzate troppe ne aveva prese e date.

“è morto signo’, come i figli miei!”

Donna Giulia abbassò la mano.

“Per migliorare la vita di gentaglia come te, vermi che strisciano nel fango e là dovevate restare, come gli dicevo sempre io. Ma quale libertà? Quale democrazia, voi non meritavate il suo sangue, e voi l’avete ucciso, voi avete incitato il boia, avete urlato accirl

“Io no, signò, io no. Io a quell’ora bevo, non tanto, solo mezzo litro alla volta, ogni sera e quando ho smesso di bere li vedo tutti e quattro che fanno il girotondo, poi mi chiamano e io li abbraccio, ma quando mi svegliò, signo’ lo so che sono morti, come il vostro”

“Donna Giulia sollevò ancora il braccio, ma poi sentì una lacrima solcarle il viso dopo tanto tempo una lacrima, la lacrima di un dolore simile al suo.

“Anche tu, come me”.

Luisella non tornò più nel piano nobile del palazzo, ma non lasciò neanche le monete nella cesta perché, dopo aver parlato con la duchessa, decise che non fosse inutile lavare i panni di suo figlio.