Il 6 Maggio 1880 fu inaugurata la Funicolare del Vesuvio, un’opera che trovò all’epoca molti scettici, tanto che alcuni giornali parlarono di profanazione a quella montagna affascinante ma temuta.
Due vagoncini, il Vesuvio e l’Etna, salivano sbuffando lungo tre rotaie arrampicandosi alle pendici del vulcano.
Quei vagoni erano di solito vuoti, forse per la paura del nuovo, forse per l’antica superstizione che voleva non si dovesse “sfruculiare” il gigante addormentato.
La “Societè anonyme du chemin de fer funiculaire du Vèsuve“, casa costruttrice di questa ardita via, pensò bene allora di avvalersi di un po’ di pubblicità e, come nei moderni Caroselli, affidò ad una canzone l’opera di propaganda per avvicinare il grande pubblico e riempire le carrozze.
Due autori di provato valore, il giornalista napoletano Peppino Turco e il musicista stabiese Luigi Denza, si cimentarono per creare “Funiculì funiculà“, canzone che avrebbe fatto il giro del mondo e non solo la salita del Vesuvio. Fu presentata per la Piedigrotta, manifestazione che decretava il successo o meno delle composizioni poi fischiettate da un popolo intero e cantate stampate su copielle.

2denza
Pietro Gargano, ricercatore e giornalista appassionato, così scrive in un articolo su “Il Mattino” del 20 Agosto 2001: “Gli autori la scrissero nella villa della famiglia Denza sulla collina di Quisisana a Castellammare e la presentarono, cantandola pure, nei saloni dell’albergo Stabia Hall. Denza era al pianoforte.
La qualità della musica era straordinaria, Richard Strauss la riprese in “Aus Italien”. Alcuni brani furono utilizzati da molti altri autori colti e celebri. Si distinse, ad esempio, Gustav Mahler che utilizzò la canzone ai limiti del plagio nel lied “Wo die schoenen trompeten blasen”.
L’eco fu strepitosa anche economicamente: gli affari della Funicolare prosperarono d’incanto, ai botteghini si formò la fila. Soprattutto, Funiculì getto le fondamenta della canzone d’arte napoletana. Il giornale di Turco, il “Capitan Fracassa” di Roma, ne pubblicò il testo e vide aumentare le tirature.
I motivi per sostenere la tesi della primogenitura di Funiculì funiculà non mancano. Il primo riguarda la musica: si rifaceva al canto popolare, prendeva le mosse da “Lo zoccolaro” che a metà Ottocento Teodoro Cottrau aveva ripreso dalla voce di un venditore ambulante e trascritto in uno dei suoi fascicoli musicali che tanto piacevano ai viaggiatori stranieri”.
In un anno, secondo la tradizione della Piedigrotta, se ne vendettero un milione di copielle e le casse della milanese Casa Ricordi ne ricavarono notevoli introiti.
Se Turco e Denza si differenziavano da moltissimi che vennero dopo è perché seppero cogliere il senso del futuro nei vagoncini che sferragliavano verso il cratere.
Luigi Denza nacque a Castellammare di Stabia, il 23 febbraio 1846, nell’albergo Inglese gestito in Via Mazzini 32 dai genitori (che in seguito sempre a Castellammare rilevarono il Quisisana).
Fu apprezzato allievo al conservatorio di San Pietro a Majella di Mercadante e di Serrao. Denza, da giovanissimo, aveva composto romanze da camera contendendo all’amico Francesco Paolo Tosti il primato di quel genere. Quattro anni prima di Funiculì, nel 1876, la sua opera lirica Wallenstein – su libretto di Angelo Brunner – era stata applaudita al San Carlo.
E invece furono le canzoni a tributargli il meritato successo di pubblico: tra esse, “Voce luntana” su versi di Salvatore di Giacomo e “Mnummare e mmummarelle” su versi di Rocco Pagliara. Inoltre “Duorme”, “Facite Ammore”, “Lu telefono”, “Rosa”, “Tirate ‘a rezza”, “Uocchie nire”, “Quanno passo pe la via”.
Perseguitato dal successo di “Funiculì funiculà”, in fin dei conti una “canzonetta”, nel 1890 Denza si trasferì a Londra, dove finalmente poté dedicarsi alla musica classica. Diventò direttore della London Academy of Music e maestro di canto (dal 1898) della Royal Academy of Music. Abitava in un villino a St. John’s Wood. D’estate tornava tra gli amici stabiesi per scampagnate allegre e cori davanti al pianoforte circondato da belle dame. Morì a Londra il 27 gennaio 1922.
Sul palazzo natio, a Castellammare, nel 2001 è stata affissa una lapide su cui ci sono incisi un pentagramma con alcune note e parole della canzone celebre.

Aieressera, oi’ ne’, me ne sagliette,
tu saie addo’?
Addo’ ‘stu core ‘grato cchiu’ dispiette farme nun po’!
Addo’ llo fuoco coce, ma si fuie
te lassa sta’
E nun te corre appriesse, nun te struje, ‘sulo a guarda’!…
Jammo ‘ncoppa, jammo ja’…
funiculi’, funicula’…

Nel frattempo, la Funicolare continuò a funzionare a pieno regime fino all’eruzione del 1944, che ne provocò la distruzione.
Vuoi vedere che l’antico avvertimento di non “sfruculiare” la montagna c’entri qualcosa?

di Carlo Fedele