Accadde più o meno dodici anni fa. Avevo da poco dato alle stampe “Napoli Salonicco Auschwitz”, il secondo dei volumi (il primo era stato “Fantasmi del Cilento”), che utilizzando cronache minime che hanno da sfondo Napoli, e più in generale la Campania, racconta della tragedia vissuta da milioni di ebrei – compresi diverse centinaia di napoletani – nel periodo a cavallo tra gli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso. Quell’ultimo lavoro, a cui darò per titolo “Traditi”, narra del doppio dramma vissuto dagli ebrei che, prima del novembre 1938, avevano aderito al fascismo. Fu allora, mentre lavoravo a quel libro, che tra le mani mi capitò una vecchia e sbiadita foto, che immortalava una famiglia di ebrei napoletani colta in un raro momento di serenità. Quasi subito l’occhio scivolò sui quattro bambini. A dire il vero il quarto – quel fagottino che Elda Procaccia stringeva tra le braccia, come per paura che qualcuno glielo strappasse dalle mani – non lo misi a fuoco immediatamente.

Pacifici Luciana

   Luciana Pacifici

Impiegai un po’ di tempo per capire che si trattava di Luciana: la figlia della figlia dello Shamash della sinagoga di Napoli e di Loris Pacifici, nata qualche settimana prima che quella foto fosse scattata. In una successiva immagine, il fagottino prese le sembianze di una bambina. Una bella bambina. Di Luciana Pacifici, deportata ad Auschwitz il 30 gennaio 1944, due giorni dopo aver compiuto otto mesi di vita, ci restano solo qualche foto e un mucchietto di cenere disperso nel vento di Auschwitz. E in me, che ho ricostruito la storia della sua sfortunata famiglia (11 persone, due sole delle quali scampate alla deportazione e alla morte, ma non al dramma comune a tutti i sopravvissuti della Shoah), l’immagine di una madre disperata, incredula che quel miracolo della vita dovesse dissolversi nel buio e nel gelo di un carro bestiame che in quell’ultimo lunedì di gennaio stava trasportando lei e la sua famiglia in una terra sconosciuta. Una terra che cominciò ad odiare ancora prima di calpestare.

Procaccia, Molco e Pacifici (famiglie) a Napoli 1943

Il 17 novembre 2015, settantasettesimo anniversario della promulgazione delle leggi razziali, Luciana è tornata nella “sua” Napoli. Lo ha fatto facendo assumere ai tanti che l’hanno voluto una grossa responsabilità: quella di rimettere ordine nei tasselli della storia.

Sì perché via Luciana Pacifici, la strada del quartiere Pendino che è stata dedicata alla più piccola delle oltre quaranta vittime napoletane della Shoah, ha preso il posto di quella che per più di quarantacinque anni si è chiamata via Gaetano Azzariti. Un nome che Napoli conosceva per essere stato, dal 1957 al 1961, la quinta carica dello Stato; ma anche – cosa assai meno nota – un superbo interprete di un trasformismo tutto italiano, che le alchimie della politica e la cattiva memoria di un popolo hanno incredibilmente trasformato in un padre nobile della Repubblica. Sì perché Gaetano Azzariti non fu solo presidente della Corte Costituzionale e, quattordici anni prima, presidente del tribunale della razza, la più ignobile delle istituzioni dell’Italia fascista e antisemita. In questo breve lasso di tempo ha avuto anche il tempo di svolgere le funzioni di ministro di Grazia e Giustizia nel governo presieduto da Pietro Badoglio; capo della segreteria del ministro Guardasigilli Palmiro Togliatti; consulente nella Commissione di epurazione voluta dallo stesso Togliatti e dall’allora Presidente del Consiglio, Ferruccio Parri; e di presidente del Tribunale Superiore delle acque pubbliche.

DSC_0885

Una vicenda, quella legata al nome di Gaetano Azzariti, che la dice lunga su come è stata scritta la storia di questo Paese. Un Paese che non è mai riuscito a fare i conti con il proprio passato; che ha permesso che il nome del principale ispiratore di «tutte le leggi fasciste» (come ricorda l’ex sottosegretario alla Giustizia Giuseppe Morelli, che dalle colonne del Corriere della Sera del 26 ottobre 1943, ne aveva censurato il comportamento da voltagabbana), oltraggiasse per quasi mezzo secolo la storia della città delle Quattro Giornate.

via Luciana Pacifici

via Luciana Pacifici

In questi anni mi sono spesso chiesto se gli abitanti di una qualunque città o anche sperduto villaggio della Germania avessero scoperto di avere Himmlerplatz o una Goebbels Straße, come avrebbero reagito. Conosco invece cosa è accaduto in Italia quando decine di strade e piazze sono state dedicate a criminali di guerra o a complici delle pagine più buie del fascismo. Niente. Lo sanno gli abitanti di Neviano, in provincia di Lecce, che hanno una strada del paese dedicata a Rodolfo Graziani, che più che un valoroso generale da ricordare sui libri di storia, è stato un imperturbabile macellaio che un tribunale militare condannò a 19 anni di carcere per collaborazionismo, e l’ONU inserì nella lista dei criminali di guerra, per le responsabilità nell’uso di gas tossici durante la campagna d’Etiopia e il massacro di diverse centinaia di monaci e pellegrini nel convento copto di Debra Libanos, non lontano da Addis Abeba. Nessuna protesta è mai giunta da Noicattaro, in provincia di Bari, dove non si è trovato di meglio che dedicare una scuola a Nicola Pende, primo dei dieci “scienziati” sottoscrittori del Manifesto della razza, dopo che il Comune di Bari e quello di Triggiano gli avevano dedicato una strada. Un’Italia dalla memoria assai corta che ha finanche permesso che una strada di Castellammare del Golfo, in provincia di Trapani, fosse dedicata a Telesio Interlandi, il giornalista siciliano fondatore e direttore del quindicinale “La difesa della razza”, punto di riferimento della politica razzista fascista. E l’elenco potrebbe continuare a lungo, passando per via Sabato Visco a Salerno, via Arturo Donaggio a Falconara Marittima, via Galeazzo Ciano a Isola Capo Rizzuto, via Ettore Muti a Velletri, via Dino Grandi a Palma di Montechiaro, via Aurelio Padovani a Itri, via Benito Mussolini a Villanova di Camposampiero in provincia di Padova. Strade dedicate a uomini che di illustre hanno ben poco; che – inutile quasi aggiungerlo – l’Italia avrebbe fatto assai meglio a mettere all’indice che non a cementare ad un angolo di strada, quasi fosse un vanto. O, peggio, un fulgido esempio di rettitudine morale e civile da tramandare alle generazioni future.

Luciana Pacifici

Il 17 novembre del 2015 Napoli, a differenza di altre città e altre amministrazioni, ha compiuto un atto di grande coraggio, civiltà e giustizia, dimostrando – più con i fatti, che non con le parole – che i conti con il passato si possono fare in qualsiasi momento. Anche partendo dal nome di una strada che ci aiuti a ricordare che il vento delle leggi razziali e della Shoah ha spirato anche sulla città del Vesuvio. Proprio perché – come ricordava il filosofo e scrittore spagnolo George Santayana – un popolo che non ricorda il proprio passato è destinato a riviverlo.

Nico Pirozzi

Intervista di Raffaele Cofano a Nico Pirozzi e al Sindaco di Napoli Luigi de Magistris