L’Ospedale degli Incurabili – Parte I

<<Passando oggi nel traffico caotico di via Foria, una delle strade più inquinate della città, sembra impossibile che questa zona, chiamata un tempo “Caponapoli”, fosse una delle più salubri di Napoli e che, molto probabilmente, proprio per questa ragione la nobildonna catalana Maria Lorenza Longo l’aveva scelta per costruirvi quella struttura ospedaliera che, ancora oggi, a dispetto degli anni e dell’incuria delle istituzioni, è, per importanza e per tradizione storica, una delle maggiori di tutta l’Italia Meridionale.>>
Così racconta Erminio De Biase in un articolo intitolato “Quando un ospedale fa la storia”, pubblicato sulla rivista l'”Alfiere” (riportato dal Sito quicampania.it)
De Biase ripercorre qui l’antica e gloriosa storia dell’Ospedale degli Incurabili, riportando i nomi degli illustri personaggi che vi hanno lavorato ed elencando i tesori di cui è ricco.

a) La fondazione e la sua missione umanitaria
La nobildonna catalana Maria Lorenza Lonc (il cognome fu poi italianizzato in Longo) fondò l’ospedale per adempiere ad un voto. Esso opera, ininterrottamente, dal 23 marzo del 1522, da quando, cioè, vi furono trasferiti gli ammalati dall’ospedale di San Nicola alla Dogana, nonostante incendi e saccheggi subiti nel corso del tempo.
Fu un ospedale fondato da una donna principalmente per le donne: in esso si dava non solo asilo, ma anche assistenza e dote a Pentite e Convertite e perfino mariti a fanciulle povere e oneste.
Ed in ossequio a questa tradizione consolidatasi nei secoli e per attuare, forse, il pio desiderio della sua fondatrice: “Qualsiasi donna ricca o povera, patrizia o plebea, indigena o straniera, purché incinta, bussi e le sarà aperto”, sta ora per sorgere, al suo interno, una modernissima “Casa del Parto” che accoglierà partorienti ed accompagnatrici, preparerà all’evento non solo le madri ma anche i padri, in modo da garantire ai futuri cittadini di Napoli qualcosa di più di una pura e semplice struttura sanitaria.

b) L’ “Ospedale degli Incurabili” e il perchè del suo nome
Anche se il nome esatto è “Ospedale di Santa Maria del Popolo” esso è conosciuto come l’Ospedale degli Incurabili e, molto probabilmente, deve questa definizione al fatto che all’inizio della sua attività provvedesse a curare la sifilide, patologia allora sconosciuta e quindi “non curabile” o, come affermano altri, perché ospitava malati che non potevano essere curati altrove o altrimenti, per mancanza di disponibilità economica.

c) I grandi medici che vi hanno lavorato
Dalla sua fondazione ad oggi, medici famosi gli hanno prestato qui la loro opera, da Domenico Cotugno, Marco Aurelio Severino, Carlo Gallozzi, fondatore della Chirurgia Pediatrica, Clemente Romano, Antonio Cardarelli, Giuseppe Ria, iniziatore della terapia clinica sperimentale e Mariano Semmola, caposcuola della Terapia Clinica, Giovanni Antonelli e Luciano Armanni, padri della Anatomia Patologica, Michele Troja, pioniere dell’urologia, Francesco Vizioli, che diede il via alla elettroterapia, alla terapia fisica ed alla radiologia, e tanti altri brillanti elementi di quella “Scuola Medica Napoletana”, tra cui Giorgio Cattaneo, antesignano delle terapie psichiatriche, dal cui nome la fertile fantasia partenopea trasse ispirazione per definire mastuggiorgio l’infermiere specializzato nella sorveglianza dei malati di mente.

d) Il Collegio Cerusico
Fin dall’inizio del ‘700, era qui attivo il Collegio Medico Cerusico che, agli studi teorici, affiancava proprio la pratica medica, cosa che ne fece un antesignano degli attuali college di tradizione anglosassone.
Questa “Facoltà dell’Ospedale”, addirittura, rilasciava certificati necessari all’ammissione all’esame finale di laurea in medicina e, poiché si favorivano gli studenti poveri e meritevoli, da ogni angolo del Regno delle Due Sicilie affluivano giovani volenterosi di apprendere le Scienze Mediche.
Dieci anni dopo la forzata unità d’Italia, per effetto della riforma De Sanctis, il Collegio Medico Cerusico fu definitivamente chiuso e Napoli perse un altro dei suoi primati.

e) I suoi Santi e i suoi Tesori
Viene inoltre riportato che anche una nutrita schiera di Santi, ben trentatré, hanno legato il loro nome a quello dell’ospedale, circondandolo, così, di un’ideale aureola. Fra gli altri: San Gaetano Thiene, Sant’Andrea Avellino, San Luigi Gonzaga, Sant’Alfonso de’ Liguori, il Venerabile don Placido Baccher, Padre Ludovico da Casoria, il Venerabile Bartolo Longo e San Giuseppe Moscati che, pur di rimanere tra i suoi malati, rifiutò di lasciare l’ospedale per andare ad occupare una prestigiosa cattedra universitaria.

La struttura ospedaliera non ospita, però, solo malati.
Essa è anche un vero e proprio complesso artistico, uno “scrigno pieno di tesori d’arte” dai cinquecenteschi portali, alla Cappella dei Bianchi, al chiostro maiolicato ed alla Chiesa ricca di marmorei sepolcri, di numerosi bassorilievi e di vecchi confessionali, purtroppo in completo abbandono…
Come non ricordare, poi, la celeberrima farmacia monumentale (colma di splendidi vasi policromi settecenteschi, contenuti in imponenti stigli di radica di noce intarsiati in oro) dal cui soffitto si è dovuto staccare un imponente affresco affinchè la sua bellezza non fosse definitivamente compromessa da infiltrazioni d’acqua.
“Eppure, numerosi turisti vengono qui appositamente per visitarla e per fotografarla, addirittura dal Giappone!”, riferisce con orgoglio misto a rammarico il professor Luigi De Paola.
Già, come non chiedersi perché i nostri amministratori locali, con voluta indifferenza, abbandonino a se stessi tanti tesori d’arte e preferiscano, invece, inchiodare sul selciato cape di morte di metallo, innalzare incomprensibili montagne di sale o erigere muri storti ed arrugginiti?!…
Ma, tornando a parlare dell’Ospedale degli Incurabili, all’interno merita molta attenzione la Cappella dei Bianchi, così denominata perché appartiene ai “Bianchi della Giustizia”, compagnia sorta a Napoli agli inizi del ‘500, con lo scopo di assistere e confortare i condannati a morte e le loro famiglie, anche economicamente. Dopo ogni esecuzione essa provvedeva al trasporto ed all’inumazione della salma, sepoltura che avveniva proprio nell’ambito delle mura del nosocomio, proprio nella cappella di Santa Maria Succurre Miseris.
Queste opere di misericordia della Confraternita, sostenuta ai tempi di Ferdinando I di Borbone con un assegno regio annuo di oltre quattrocento ducati cessarono, come tante altre cose, nel 1860. All’interno di questa Cappella, infine, il 12 novembre del 1806, una fossa senza nome accolse le spoglie di Fra Diavolo, al secolo Michele Pezza, mandato alla forca dai francesi.

Fernanda Zuppini

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