Le radici del famoso dolce partenopeo risalgono a 2000 anni fa

Nel periodo preromano fra i vari culti che si celebravano in città , vi era quello in onore alla dea Cibele, dea madre della fertilità. Nella tenebrosa cripta di Piedigrotta, caste sacerdotesse compivano riti propiziatori offrendo particolari pani speziati dalla forma triangolare la cui immagine richiama alla sfogliatella e, nello stesso tempo, all’organo genitale femminile
Questo dolce venne innalzato dalle sacerdotesse della dea frigia come simbolo di illibatezza.
Petronio, in epoca romana, nel Satyricon, riferisce di una grotta presso Napoli, non lontana dalla tomba di Virgilio, in cui avvenivano culti orgiastici in onore di Priapo, divinità della fecondità e degli amori licenziosi, a cui si offrivano panetti speziati triangolari gli stessi che, tra l’altro,si possono notare nel grande ciclo di affreschi pompeiani , presenti nella Villa dei Misteri.

sfogliatella
Dalla femminilità inviolata a quella sensuale e lasciva, la sfogliatella, nell’Ottocento, recupera la sua purezza ancestrale e si libera di ogni richiamo erotico,divenendo patrimonio esclusivo delle monache napoletane. Essa torna ad essere emblema di candore e recupera del passato, solo la simbologia della fertilità; non è un caso che già nel Medioevo il Tempietto di Piedigrotta, convertito in luogo cristiano con la trecentesca chiesa angioina, ritorni ad essere luogo di pellegrinaggio delle giovani spose e delle mogli infecondi.
La misteriosa ricetta del mitico dolce napoletano, fu custodita gelosamente per molto tempo nelle mura claustrali del Convento della Croce di Lucca. In seguito a uno spionaggio culinario, frequente tra le novizie, il segreto della sfogliatella, nell’Ottocento, arrivò a superare i confini napoletani giungendo alla costa salernitana, tra Furore e Conca dei Marini; nacque così la Santa Rosa,

sfogliatella

una variante della sfogliatella riccia con crema e amarena, allusione quest’ultimo elemento alla verginità violata…

Annamaria Pucino