La Bellezza salverà Napoli: interviste a napoletani, per nascita o per scelta, che producono Bellezza

Un magnifico studio con arredi antichi, da cui, affacciandosi, si potrebbe quasi toccare il mare, visto che la sede del rettorato dell’Università degli Studi di Napoli “L’Orientaleè il Palazzo Du Mesnil in via Partenope (http://www.unior.it/). Si tratta della più antica Scuola di sinologia e orientalistica d’Europa, con una solida tradizione di studi nelle lingue e nelle culture dell’Europa, dell’Asia, dell’Africa e delle Americhe.

Lo studio è quello della rettrice Elda Morlicchio, con la quale inizio a chiacchierare partendo dalla fine: i sei anni del suo mandato scadono il 31 ottobre 2020, e dunque è tempo di bilanci.

«Qual è stato il più grande ostacolo e quale la maggiore soddisfazione, rettrice, in questi sei anni?»

«Mi sono trovata ad affrontare tanti piccoli ostacoli ma sicuramente uno dei più grandi è derivato dall’impossibilità di creare un sistema di accoglienza degli studenti stranieri. La volontà dell’Ateneo è quella di rimanere incardinato nel centro storico (la sede dei dipartimenti è a via Duomo, a Piazza San Domenico Maggiore e a Largo San Giovanni Maggiore, ndr), ritenendo tale localizzazione nel contesto urbano un elemento importante. Questa realtà, molto affascinante ma anche molto complessa, fa sì che ci siano difficoltà per gli alloggi degli studenti e, più generale, per gli spazi dedicati alla didattica. Abbiamo anche un notevole spazio, oltre 700 mq., occupato ormai da quasi dieci anni da collettivi… Quindi direi che il maggiore ostacolo è proprio la carenza di spazio, lamentata anche dagli studenti stessi, sia i frequentanti che i laureati.

Fra le più grandi soddisfazioni, invece, potrei ricordare gli elogi che raccolgo in giro per l’Italia e per il mondo, diretti ai nostri studenti, ai tanti laureati che lavorano in strutture pubbliche e private. Formare dei giovani che poi nella vita si fanno onore, trovando una collocazione coerente coi loro sogni e le loro aspettative, è la cosa che mi inorgoglisce di più!»

«Qualcosa in particolare che ci terrebbe ancora a fare?»

«Vorrei creare una struttura più efficiente per adeguare le proposte didattiche agli strumenti messi a disposizione dalle nuove tecnologie, ovvero potenziare ulteriormente le proposte esistenti che già ricorrono alla multimedialità e alla comunicazione in rete. Certo, anche in questo caso servono spazi e strutture, oltre che risorse umane ed economiche.»

Nata a Pompei, e lo precisa con orgoglio, la rettrice, sempre fortemente legata all’agro nocerino-sarnese, per scelta è napoletana da molto. Laureata alla Federico II, lì comincia la sua carriera di ricercatrice nel 1983.

«Fu grazie ad alcuni Maestri, di quelli presenti nella formazione universitaria di ciascuno di noi che ti danno il la per far bene, e per me sono stati Federico Albano Leoni e Luciano Zagari, purtroppo scomparso qualche anno fa, che mi si aprì l’universo dell’indagine, dell’approfondimento. Non è mancato poi un pizzico di fortuna: dopo anni di blocco totale, agli inizi degli anni ’80 furono finalmente banditi in tutta Italia duemila concorsi di ricercatore. Forse, in questo caso, più delle qualità scientifiche ha avuto un ruolo decisivo il dato anagrafico!»

Nel 2000 è chiamata come professore ordinario dall’Università di Salerno; felice di tornare nella sua provincia di origine, vi rimane fino al 2004, anno in cui si sposta all’Università L’Orientale.

«Era un ateneo frequentato pochissimo nei miei anni giovanili. Mi si aprì quindi un mondo nuovo e stimolante, da cui fui accolta subito con molto affetto e in cui mi integrai con rapidità. La germanistica all’Orientale è sempre stata molto forte e di altissima qualità, quindi per me entrare a farne parte era un gratificante punto di arrivo finale della mia carriera. E invece, dopo dieci anni, arriva il rettorato, a cui sinceramente non avevo mai pensato…»

«Quanto si è modificata negli ultimi anni la modalità di essere rettore/rettrice?»

«Tantissimo, perché oggi è cambiato innanzitutto il ruolo dell’università. Una volta era fondata su due pilastri, didattica e ricerca; nel tempo ne abbiamo aggiunto un altro, ovvero la terza missione, cioè l’attività sul territorio. Oggi l’università deve avere anche l’obiettivo di lavorare con la realtà al di fuori dell’accademia: non più una monade isolata con scarsissimi contatti con la scuola superiore, per esempio, con cui attualmente ci sono rapporti molto molto stretti grazie a percorsi di orientamento degli studenti, sostenuti da progetti ministeriali, e grazie all’aggiornamento del personale docente che, di elevato livello qualitativo, soddisfa così bisogni specifici.»

«E per un maggiore coordinamento con il mondo del lavoro?»

«Le normative richiedono che l’Università abbia contatti col mondo del lavoro e io naturalmente mi adopero in questa direzione, ma è un discorso difficile, anche perché il mercato del lavoro, per i nostri laureati, è l’intero globo terrestre: ho giovani che svolgono interessanti lavori con aziende internazionali o con organizzazioni non governative che hanno sedi all’estero, dal Giappone all’Africa. Chi si forma nel nostro ateneo, possiede le cosiddette soft skills, ovvero abilità di comunicazione e di problem solving, in quanto studiare una lingua, tradurla, significa, nei fatti, risolvere un problema, imparare ad avere una visione diversa del mondo e quindi a relativizzare la propria realtà. Abilità, dunque, che possono essere impiegate nei più diversi contesti professionali.»

«Durante il suo rettorato ha continuato anche con l’attività didattica?»

«Nei primi 4 anni, sì, seppur in modo parziale. Ci tenni molto per mantenere il rapporto con gli studenti, poi però mi resi conto che non mi potevo dedicare quanto era necessario e quindi proprio il mio senso del dovere e la responsabilità nei confronti degli studenti mi portarono a chiedere, negli ultimi due anni, l’esonero totale. Riprenderò a partire dall’inizio di novembre, non appena scade il mio mandato.»

«Cosa desidera per i suoi studenti?»

«L’augurio che ho sempre rivolto ai ragazzi è quello di poter realizzare i loro sogni, e se possibile di farlo senza allontanarsi dalla propria terra. O, per lo meno, che un trasferimento sia una scelta e non un obbligo. Per esempio, molti miei studenti che conoscono la Germania per l’Erasmus ne restano affascinati e ci tornano per lavorare e per vivere. Abbiamo, per fortuna, costruito una generazione di giovani che si sentono cittadini del mondo, però essere giunti a un impoverimento della popolazione italiana in generale, e meridionale in particolare, è una sconfitta.»

«E cosa consiglierebbe, invece, ai ragazzi ancora in fase di scelta universitaria?»

«Fate una scelta non solo di testa ma anche di cuore! E questo vale in modo particolare per chi voglia iscriversi all’Orientale; qui lo studio non consiste nell’apprendimento della lingua straniera tout court ma anche della cultura di un paese nella sua globalità: senza studiare la storia, la geografia, l’archeologia, la letteratura, la storia dell’arte di un popolo non ne potrò conoscere mai bene la lingua e non potrò mai svolgere il ruolo che sono chiamato a svolgere, ovvero far dialogare l’Italia con un altro Paese. Il livello di motivazione deve essere molto molto alto, per conoscere un’altra cultura bisogna esserne innanzitutto innamorati, appassionati. Non mi stancherò mai di ripeterlo, perché spesso questo aspetto viene sottovalutato! Tra l’altro, ormai lo studio di una lingua straniera, ovvero di ciò di cui essa è espressione, con il potenziamento della comunicazione globale, è ancora più complesso di quello che era qualche decennio fa e quindi richiede maggiore impegno.»

Alla rettrice Morlicchio è stata assegnata la prestigiosa onorificenza del Cavalierato dell’ordine al merito della Repubblica Federale della Germania, istituita nel 1951 per premiare chi si distingue per meriti acquisiti in ambito economico, sociale e culturale.

«Si trasferirebbe a vivere in Germania?»

«Ci ho vissuto un anno e mezzo, trent’anni fa. Vivere all’estero come scelta definitiva è qualcosa che emotivamente può diventare faticoso: da una parte arricchisce, ma dall’altra viene a mancare il senso di appartenenza, diventando cittadino di due realtà ma, nello stesso tempo, estraneo a entrambe. In questi ultimi tempi, inoltre, la svolta a destra che si sta registrando in alcune regioni della Germania è assai preoccupante, anche per gli stessi tedeschi. Non è più la Germania democratica, aperta e liberale di qualche anno fa.»

«E tornando a Napoli, qual è la cosa che più manca qui per vivere bene o quanto meno meglio?»

«L’attenzione e il rispetto agli spazi comuni da parte delle istituzioni a ciò deputate. Lo stato di ciò che ci circonda condiziona l’operato e i comportamenti di tutti. Siamo più facilmente portati a rispettare l’ordine e la pulizia, quando l’ambiente in cui viviamo è ordinato e pulito. Credo che l’aggressività del napoletano, in preoccupante crescita negli ultimi anni, derivi anche dall’essere circondato da incuria e degrado. Certo è solo il primo degli aspetti critici che mi viene da dirle ma penso poi alla problematica delle periferie e dei giovani che ci vivono, per esempio; tuttavia ritengo che partire dal mantenere e migliorare la Bellezza dell’ambiente in cui viviamo, e in cui ospitiamo turisti e stranieri, potrebbe essere un buon inizio

«Mi confidi una delle prime cose che farà dal 1° novembre prossimo…»

«Ricomincerò a concedermi qualche weekend fuori città, cosa a cui ho dovuto rinunciare in questi anni per i tanti impegni: ecco, per un lavoro del genere, che sia uomo o donna a svolgerlo, è fondamentale una grande collaborazione dei colleghi ma anche, sul piano privato, il supporto e la comprensione della famiglia

Ciò a cui invece non ha mai rinunciato è la musica: appassionata soprattutto della lirica e della sinfonica, trova in questo mondo un rifugio di relax. Non manca davvero mai di seguire le stagioni concertistiche dell’Associazione Scarlatti e del Teatro di San Carlo e ringrazia il papà che, sin da piccola, la portava ai concerti delle Terme di Castellammare o all’Auditorium della RAI per i concerti della Orchestra Scarlatti.

Mentre mettevamo a punto il testo della nostra conversazione, siamo entrati nel pieno dell’emergenza COVID e dunque l’intervista è rimasta in stand-by. Ma ora posso integrarla con un’altra domanda, a cui la rettrice gentilmente mi risponde, anche se a distanza.

«Come ha affrontato il suo Ateneo l’emergenza epidemiologica da Covid-19?»

«Agli inizi di marzo ci sono stati dei momenti di disorientamento, anche perché la situazione peggiorava di giorno in giorno e richiedeva misure sempre più rigide. Ma siamo riusciti a mettere in atto tempestivamente le misure di sicurezza richieste dalla Regione e dal Governo e ad adottare, in meno di dieci giorni, la modalità a distanza per le attività di didattica e per gli esami. Abbiamo considerato una priorità assoluta non rallentare il percorso delle nostre studentesse e dei nostri studenti. E possiamo dire di esserci riusciti, grazie all’impegno e alla dedizione di tutta la comunità accademica. E si sono regolarmente svolte, sempre a distanza, anche le sedute di laurea e gli esami finali di dottorato.

Un solo rammarico: abbiamo dovuto, per ovvi motivi di sicurezza, rinunciare alla mobilità internazionale.»

Nel frattempo è arrivata anche la comunicazione dell’Anvur (Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca) sulla valutazione dell’Ateneo ai fini dell’Accreditamento periodico da parte della Commissione di Esperti della Valutazione. «Siamo molto gratificati perché L’Orientale ha conseguito l’accreditamento con un giudizio “pienamente soddisfacente” (livello B), che rende merito a tutto il lavoro e all’impegno che abbiamo dedicato per raggiungere questo importante obiettivo. Si è trattato di un’esperienza di tanti mesi, iniziata a novembre 2018, che ci ha aiutato a rafforzare il senso di appartenenza all’istituzione e ci ha spinto a mettere meglio a regime alcuni ambiti. Nel complesso certo un’esperienza faticosa, che ha tolto molto tempo a tutti, personale docente, tecnico amministrativo e bibliotecario, nonché agli studenti, e a tutti loro sono molto grata, ma decisamente anche molto utile.»

Insomma, ultimi mesi del mandato che la rettrice non potrà facilmente dimenticare!

Luciana Pennino

La foto di copertina è uno scatto di Antonio Aragona ed è stata fornita dalla rettrice per questa intervista.