A distanza di un anno dalla sua ultima pubblicazione, Letizia Vicidomini è già in libreria con un nuovo romanzo

Letizia Vicidomini foto

“Nero. Diario di una ballerina” (Homo Scrivens) è la vicenda di una ragazza fortunata nata in  una famiglia benestante della Napoli bene. Un talento naturale per la danza classica. Il successo. L’amore. Tutto scivola facile sui binari della perfezione ma all’improvviso l’ingranaggio s’inceppa.  Tutto si tinge di nero. Un viaggio in fondo a un’anima attraverso le pagine di un diario di una ballerina che un giorno ha perso la vista del cielo. Letizia Vicidomini sa incantarci raccontando le emozioni.

Partiamo dalle radici: che cos’è per lei la scrittura?

La scrittura per me è un modo di comunicare, uno dei tanti che utilizzo per sentirmi vicino alla gente. Sono una persona che si “accomoda” bene tra le persone, con la curiosità costante di conoscere l’altro. Non potrei mai fare vita solitaria, e chiacchiero con tutti, dal collega al vicino in fila alla posta. Scrivere amplifica il risultato di questo bisogno, mi fa arrivare velocemente a un numero maggiore d’interlocutori.

Ma Letizia Vicidomini sembra avere una passione artistica che fa fatica a rimanere confinata in un unico ambito: è attrice, speaker radiofonica, presentatrice. Ci racconta qualcosa in più?

Ho cominciato a fare radio negli anni ottanta, con le prime emittenti private, poi è diventato un lavoro. Ho collaborato con le maggiori radio campane e anche con qualche network nazionale, mantenendo sempre lo stesso genuino piacere. Lo scambio, il contatto, la trasmissione di sentimenti e passioni mi hanno aiutato nell’avventura della scrittura: immagino sempre di raccontare le mie storie a “viva voce”, come fossero favole. Il teatro, invece, è un sogno di bambina realizzato, anche se solo a livello amatoriale. I miei genitori amavano Eduardo. Ho visto e rivisto le sue commedie innumerevoli volte, arrivando a conoscerle a memoria. Qualche anno fa, finalmente, ho preso coraggio, mi sono iscritta a un laboratorio teatrale e mi si è aperto un mondo. Lo spettacolo più bello che ho interpretato è stato “Le serve” di Jean Genèt, un dramma psicologico difficilissimo da interpretare.  Però, che soddisfazione!

“Nero. Diario di una ballerina.” Già il titolo preannuncia in qualche modo il ritorno a una certa vocazione “noir”. Quali sono gli elementi di continuità e le principali differenze con il resto della sua produzione?

Nero è il mio quinto lavoro in sette anni. Ho cominciato con due romanzi pubblicati con un piccolissimo editore con distribuzione on line, e le due storie rappresentano la matrice dalla quale è nata “La poltrona di seta rossa”, che ha visto la luce lo scorso anno. Questi romanzi avevano la connotazione di saga familiare, con tante micro storie e personaggi all’interno, legati strettamente tra loro. In mezzo c’è stata l’esperienza de “Il segreto di Lazzaro” (ed. CentoAutori), dove alla vicenda di una famiglia, pugliese questa volta, si intrecciavano elementi noir, momenti di buio e dolore, una volontà di giustizia fortissima. Alla fine, forse per una conseguenza logica ed esigenza di sperimentazione, ho avuto voglia di raccontare una storia ancora più “nera”.  E poi ad Aldo Putignano, il direttore di Homo Scrivens ,  l’idea è piaciuta fin da subito, tanto da decidere di farmi inaugurare la collana “Dieci” . Un vero onore, per me.

“ Nero. Diario di una ballerina” è la storia di una danzatrice del San Carlo di Napoli. Da dove nasce la sua attenzione al mondo della danza che appare descritto con tanto realismo? Ha un passato da ballerina?

Purtroppo non ho mai ballato, pur rimanendo estasiata dinanzi ai grandi danzatori. Grazie al mio lavoro di presentatrice, però, ho avuto spesso la possibilità di vivere l’atmosfera del “dietro le quinte”, verificando la grande volontà e determinazione di chi pratica questa disciplina durissima con il sorriso sulle labbra. Questo è stato l’imput emotivo, poi mi sono documentata tanto, e spero di aver reso nel modo migliore questo mondo affascinante.

Il San Carlo, il Caffè del professore, le strade del quartiere San Ferdinando accompagnano la protagonista col ruolo di semplice sfondo o prendono parte alla costruzione del significato del romanzo?

I luoghi nei quali si muovono i personaggi di una storia sono fondamentali.  Non riuscirei a raccontare nulla senza immaginare, e far “vedere”, dove accadono certe cose e Napoli è uno dei set che preferisco, perché pur non essendo napoletana mi sento adottata da questa città unica.

Quali sono i progetti per il futuro di Letizia Vicidomini?

Scrivere, scrivere, scrivere ancora. Sono diventata un po’ bulimica, e ogni giorno qualche idea si fa avanti, nuovi personaggi vengono a bussare alla mia porta. Credo che deciderò tra pochissimo a quale delle vicende dare ascolto, e mi lascerò prendere completamente, diventando strumento della storia. In fondo (e tu lo sai bene) questo siamo quando ci mettiamo a scrivere: semplicemente narratori.

Enza Alfano