Particolarmente suggestiva è la veduta della zona ad ovest di Napoli, il golfo di Pozzuoli.

Il paesaggio dei Campi Flegrei è caratterizzato da laghi, isolette, spiagge sinuose, da promontori e colline vulcaniche che lo rendono estremamente bello e mutevole.

Tutto il territorio  scaturì da una moltitudine di crateri, disseminati tra il Vesuvio e la foce del Claris, e le cui eruzioni fecero si che i Greci chiamassero queste terre “flegraios” ossia ardenti.

Tali manifestazioni vulcaniche alimentarono l’immaginazione degli antichi i quali in questa regione collocarono i loro miti più terribili e ancestrali. Qui, secondo la leggenda, approdarono Enea ed Ulisse per apprendere rispettivamente il proprio futuro dalle ombre dei trapassati e dai vaticini della famosa sibilla cumana.

Inizialmente la zona fu abitata dai Greci ( Cuma fu la prima città della MagnaGrecia) e successivamente posseduta dai Romani.

A partire dall’età repubblicana sulle sponde del Golfo di Pozzuoli, la nobilitas romana iniziò a costruirsi  “ville d’otium”  lussuose dimore in cui riposarsi dalla vita caotica dell’Urbe e dedicarsi a piacevoli letture.

Probabilmente furono gli Scipioni e il loro Circolo, ad influenzare la nascita di un atteggiamento filoellenico: Cornelia, figlia dell’Africano, si fece costruire una villa a Miseno, mentre prima di lei il console Cneo Cornelio Scipione Ispano, venne ai Campi Flegrei per farsi curare le sue infermità dalle medicamentose acque cumane. Infatti, accanto al fascino della cultura greca, la Regione offriva anche i vantaggi terapeutici di una la ricchezza prodigiosa di acque termali che la nuova medicina ellenistica considerava un rimedio miracoloso per molti mali. Cominciò così una moda inarrestabile che ebbe come epicentro la piccola insenatura di Baia

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A Baia lussuose ville dell’aristocrazia romana sorsero l’una accanto all’altra: prima sui colli, poi sempre più prossime al mare, infine dentro le onde grazie al ritrovato tecnico di una straordinaria malta idraulica fatta con la pozzolana della zona. La polvere puteolana indurendosi nell’acqua consentiva di edificare con una particolare tecnica, “opus pilarum”, ville su pilastri, residenze sopraelevate.

Tali ville erano costruite” a terrazza”, alla maniera che fu detta appunto “baiana”, per godere nello stesso tempo, per i quartieri bassi della prossimità alla spiaggia, per quelli superiori della superba bellezza del paesaggio del Golfo.

Celebre fu Caius Sergius Orata, cavaliere romano e geniale inventore del sistema delle “suspensure”,  ossia un ingegnoso sistema che permetteva attraverso una serie di tubature in terracotta, di incanalare le numerose fumarole vulcaniche della zona e trarne vantaggio.

Grazie a ciò nacquero impianti termali e vivai per l’ ostricultura e la pescicultura, quest’ultime attività, molto redditizie, erano praticate in particolare nel bacino del lago di Averno e di Lucrino, nome quest’ultimo  che non a caso si riferisce ai guadagni, alla possibilità di lucrare nella zona.

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A Baia sempre sorsero le prime grandi terme di cui il complesso detto della Sosandra (dalla scultura rinvenuta di Afrodite Sosandra oggi al Museo Archeologico), rappresenta una delle testimonianze archeologiche più interessanti.

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La continuità della villeggiatura dall’età repubblicana a quella imperiale, è documentata dalle visite di Augusto, Tiberio, Claudio, Nerone, Domiziano, Adriano.

Non è stato ancora identificato il palazzo imperiale ma la recente scoperta di un ninfeo decorato di statue del I sec. a.C all’estremità est del golfo di Baia, nella zona di Punta Epitaffio, ha fatto supporre appartenesse alla residenza di Claudio citata da varie  fonti.

Molti interessanti reperti e ricostruzioni di ambienti antichi  sono visibili nel  Castello di Baia, risultato di varie ristrutturazioni storiche, oggi sede del Museo Archeologico dei Campi Flegrei.

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La vita brulicante di Baia, esecrata dagli scrittori moralisti come luogo di perdizione, e vagheggiata dai poeti mondani come luogo di ogni delizia, si riversava anche sulle località vicine , sulle ville di Bacoli, Miseno e della stessa Napoli.

Numerosi erano i moli ai quali venivano attaccate dai patrizi variopinte imbarcazioni, tanto da indurre Orazio ad affermare ironicamente che nel golfo ormai non c’era più spazio neanche per i pesci.

Anche altri noti scrittori latini  non esitarono ad  esprimere giudizi poco lusinghieri verso tale località già all’epoca considerata alla pari di  Sodoma e Gomorra.

Properzio raccomanda alle madri di non mandare le proprie giovinette in vacanza a Baia, mentre Marziale narra che qui una donna arrivava come Penelope e ne ripartiva come Elena.

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In effetti fu quello imperiale un periodo di vari piaceri peccaminosi concessi all’ombra di scenografici ninfei e nelle fresche amenità della natura, una natura mai come nella zona fregrea, particolarmente ardente.

Annamaria Pucino