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Come erano felici quando don Camillo e Peppone si “appiccicavano”. Quando tutto era chiaro: chi erano gli amici (presunti) ed i nemici (dichiarati). Quando il laicismo era una condizione dell’animo e non un vessillo sbandierato al momento opportuno. Quando i comunisti “mangiavano” i bambini ed i preti nel confessionale inibivano i comportamenti impuri delle signore con il velo in testa, inginocchiate in segno di umiliazione e pentimento.

Era un’altra Italia, quella in cui esisteva ancora la “controra”. Quel momento magico della giornata in cui tutti erano in casa per il solenne riposino con le persiane accostate perché solo un filo di luce filtrasse. La ricordo quella luce, quella striscia luminosa attraverso la quale era visibile il pulviscolo. Oggi facciamo la guerra agli acari perché portatori di allergie. E proprio in quei pomeriggi si consumavano le affettuosità dei genitori. Noi lo sapevamo e nulla ci turbava. Non sapevamo minimamente cosa potesse essere il deficit affettivo. La modernità ci ha portato a consumare gli affetti, a ridurli, inscatolarli, identificarli, denominarli, qualificarli, ma senza mai più viverli veramente con semplicità e naturalezza.
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Era un’altra Italia, quella in cui la lasagna della mamma o la Nutella non erano considerate armi improprie. Si mangiava la carne un paio di volte alla settimana, senza problemi, senza che nessuno si dispiacesse per questo e la piramide alimentare era una ovvietà per le famiglie italiane. Non v’era altro modo di concepire l’alimentarsi.

Era un’altra Italia quella in cui i ragazzi usavano il dono della parola e non un app del telefono per comunicare fra loro. Quando sarà scomparsa la generazione degli adulti e dei “diversamente giovani”, i ristoranti saranno dei templi, dove anche tossire potrà sembrare imbarazzante visto il silenzio totale: tutti con il capo rivolto sullo smartphone indici e pollici puntati sulla tastiera in velocità, pronostico l’aumento delle sindromi del tunnel carpale come malattia del futuro.

Ma bando alle ciance, da vecchi nostalgici pronti per la rottamazione (sembra che non vada più di moda). Il nostro tempo è questo, si corre, ci si affanna, si comunica sempre meno e ci si ama sempre meno, troppo presi dalle angosce quotidiane o forse perché al momento della controra non si è più vicini nella penombra della camera da letto in sottoveste ma ciascuno è con il proprio vicino di scrivania o comunque nei luoghi del lavoro quotidiano. download (2)

Don Camillo e Peppone non litigano più, sono apparentemente vicini, condividono esperienze e ciascuno ha abdicato a qualche convincimento,  talvolta con sofferenza, altre con una sorta di coming out, un pentimento generazionale.  Ancora poche minoranze agitano la bandiera dell’appartenenza, ma nella confusione l’unico risultato che ottengono è quello paradossale di favorire proprio il peggiore nemico, quello più lontano culturalmente e ideologicamente. È la metafora del nostro tempo bellezza.
Tutti zitti, pronti, selfie!

Patrizia Sgambati