L’Ischia di Elena Ferrante: un paradiso italiano

Una breve traversata in traghetto da Napoli, villaggi rustici di Ischia – mirabilmente evocati dalla romanziera italiana – hanno mantenuto il loro fascino e la loro bellezza

Poche opere di narrativa hanno catturato l’afosa granulosità del sud Italia come il grande successo del quartetto napoletano di Elena Ferrante, che si è conclusa questo mese con la traduzione in inglese de La storia del bambino perduto.  La Napoli degli anni 50 di ferrante è una palude caotica di sudore e ambizione ostacolata – un luogo in cui suoi personaggi lottano tutti per scappare. Ma con un salto attraverso il Golfo di Napoli, Ferrante trasporta i lettori in paradiso.

Ad un’ora di traghetto dalla città, Ischia è un’isola lussureggiante di 17 miglia quadrate, lussureggiante e piena di buganvillee che non è praticamente cambiata da quando nelle estati languide i protagonisti adolescenti di Ferrante – in fuga dal calore mortificante di Napoli e dalla povertà – scoprono le loro rispettive sessualità sulla spiaggia dei Maronti. Ancora oggi, la maggior parte dei visitatori di Ischia sono italiani; molti, come Elena Ferrante e Lila, sono napoletani provenienti da tutta la baia, spesso tornando alle stesse pensioni e appartamenti in affitto ogni anno, ogni estate, con la speranza di rivedersi con vecchi amici. E anche se le più grandi cittadine dell’isola – Ischia Porto, Forio e Lacco Ameno – si sono trasformate in un’imitazione ancor più rarefatta della vicina Capri, i suoi borghi rievocano ancora i giorni languidi delle eroine di Ferrante.

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A pochi minuti a piedi su un percorso collinare punteggiato di lucertole guizzanti, il complesso di piscine termali di fronte al mare, Aphrodite Apollon, evoca una rovina classica estesa: le piscine drappeggiate di fiori – ognuna porta il nome di una divinità greco-romana – dissolvendosi gradatamente nella scogliera. Ma per chi è alla ricerca di un’esperienza per una spa più organica, una camminata di 40 minuti attraverso gole vulcaniche, conduce a Cavascura, un piccolo centro benessere, sembra una capanna posta sopra le sorgenti termali, il cui utilizzo risale all’epoca romana. Massaggi qui sono ancora fatti con fango terapeutico, le saune sono costruite nella grotta, e l’acqua per le docce è riscaldata dalle stesse sorgenti vulcaniche. Questo non vuol dire che Sant’Angelo sia eccessivamente tradizionalista. Al crepuscolo, visitatori e gli abitanti riempiono la piazza del paese, e i bar che  traboccano di festaioli in cerca di limoncello fresco.

Ma il più grande incantesimo di Ischia non sta nei suoi villaggi, e neppure nella luce scintillante del suo mare – ma tra le sue colline, dove pochi turisti si avventurano. Intorno ai 789 metri il Monte Epomeo, presenta un paesaggio di Ischia drasticamente diverso. Scogliere polverose e fiori lasciano il posto a rovi, la lava bianca e vigneti cupamente verdi.

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La maggior parte dei visitatori di montagna di Ischia tendono a fare come Elena Ferrante e il suo indegno caro Nino  ha fatto ed andare dritto in cima dell’Epomeo – un tragitto lungo un’ora dal villaggio di Fontana, per essere ricompensati non solo dalla vista sul mare, ma anche da cibo fresco nei ristoranti locali. Per un soggiorno più lungo – un giro per le tante stradine che si snodano per l’unica tangenziale dell’isola – rivela altri segreti di Ischia. Le frazioni tra Sant’Angelo e Epomeo – Serrara Fontana, Noia – sono semplici, villaggi: ognuno con pallide case dipinte, una chiesa del 19 ° secolo con statue dipinte di Maria e degli arcangeli e uno o due bar che servono caffè espresso e spremuta fresca d’arancia. Quassù il cibo è diverso, troppo: non pesce, ma fresco coniglio montagna, all’ischitana preparato, con erbe e pomodori freschi. I ristoranti circondati da vigneti qui sono spesso deserti – per il pranzo, può essere necessario chiamare in anticipo (per trovare un coniglio). 
Momenti prima di intraprendere la sua prima relazione, il narratore di Ferrante, Elena Greco, contempla l’ozio sensuale dell’isola. “Ora la luna era visibile in mezzo a nubi sparse dai pallidi bordi; l’aria della sera era molto profumata, e si sentiva il ritmo ipnotico delle onde “.

Non molto è cambiato.

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Elena Ferrante’s Ischia: an Italian island paradise

A short ferry ride from Naples, Ischia’s rustic villages – wonderfully evoked by the Italian novelist – have retained their charm and beauty

Few works of fiction have captured the sultry grittiness of southern Italy like Elena Ferrante’s wildly successful Neapolitan quartet, which concluded this month with the English translation of The Story of the Lost Child. Ferrante’s 1950s Naples is a chaotic mire of sweat and stymied ambition – a place her characters all struggle to escape. But with a hop across the Gulf of Naples, Ferrante transports readers to paradise.

A one-hour ferry ride from the city, Ischia is a 17-square-mile island of parched tufa and bougainvillea that has hardly changed since the languid summers when Ferrante’s teenage protagonists – fleeing Naples’ stultifying heat and poverty – discover their respective sexualities on the thermal beach at Maronti. Even today, the majority of visitors to Ischia are Italians; many, like Ferrante’s Elena and Lila, are Neapolitans from across the bay, often returning to the same guesthouses and rental apartments every year, each summer a chance to catch up with old friends. And although the island’s larger towns – Ischia Porto, Forio, and Lacco Ameno – have turned into an even more rarefied imitation of nearby Capri, its villages still evoke the languid days of Ferrante’s heroines.

A few minutes’ walk up a hillside path dotted with darting lizards, the sea-facing thermal pool complex at Aphrodite Apollon evokes an extended classical ruin: the flower-draped pools – each named after a Greco-Roman deity – are all but dissolving into the cliffside. But for those in search of a more organic spa experience, a 40-minute hike through volcanic gorges leads to Cavascura, a tiny shack-like spa over thermal springs whose use dates back to Roman times. Massages here are still done with fango (therapeutic mud), the saunas are built into the cave, and the water for the showers is warmed by the springs themselves. That’s not to say Sant’Angelo is excessively traditionalist. At dusk, visitors and locals fill the town square, and bars – overflow with revellers seeking chilled limoncello and genial raucousness. But Ischia’s greatest enchantment lies not in its villages, nor even in the shimmering of its seaside – but in its hills, where few tourists venture. Around the 789-metre Monte Epomeo, Ischia’s landscape changes dramatically. Dusty cliffs and flowers give way to brambles, white lava and darkly green vineyards.

Most visitors to Ischia’s mountain tend to do as Ferrante’s Elena and her unworthy beloved Nino did and make straight for the top of Epomeo – an hour-long scramble from the village of Fontana, to be rewarded not just by sea views but by lunch at La Grotta da Fiore, which is carved into the soft volcanic rock. But a longer stay – wandering the many narrow lanes that wind off the island’s single ring road – yields more of Ischia’s secrets. The hamlets between Sant’Angelo and Epomeo – Serrara, Fontana, Noia – are simple, geometric villages: each with pale painted houses, a 19th-century church with painted statues of Mary and the archangels and one or two bars for espressos and fresh spremuta d’arancia (orange juice).

Up here the food is different, too: not seafood but fresh mountain rabbit, prepared all’ischitana, with fresh herbs and fresher tomatoes. The vine-strewn restaurants here are often deserted – for lunch, it can be necessary to call (and secure a rabbit) in advance.  Moments before embarking on her first affair, Ferrante’s narrator, Elena Greco, contemplates the sensual idleness of the island. “Now the moon was visible amid scattered pale-edged clouds; the evening was very fragrant, and you could hear the hypnotic rhythm of the waves.”

Nothing much has changed.

The Guardian

 Traduzione di Simona Caruso