Con la pandemia, la tendenza radicata degli italiani, di mantenere una quota consistente dei propri risparmi in liquidità, ha subito una accelerazione a causa elle preoccupazioni per l’economia in generale e della propria posizione lavorativa in particolare.

Tuttavia, sebbene sia un atteggiamento comprensibile, si deve essere consapevoli che: lasciare depositate delle somme in banca comporta dei costi, diretti e indiretti.

Dai conti correnti con giacenza media di almeno 5000 euro viene prelevata un’imposta di bollo fissa, che nel caso dei conti di deposito diventa proporzionale: per esempio se al 31 dicembre risultassero depositati 200.000 euro, l’imposta di bollo ammonterebbe a 100 euro cioè lo 0,05% di 200 mila euro, che sommato allo 0,05% già pagato nei precedenti trimestri, porta la spesa a 400 euro annue pari allo 0,20%.

Eventuali rendimenti, inoltre, risulterebbero tassati al 26%.

Esiste poi un’insidia che potrebbe passare inosservata, perché non comporta un esborso di denaro, ma che non per questo risulta meno rilevante: l’inflazione.

Ogni anno che passa, infatti, i prezzi al consumo crescono e con gli stessi contanti e i depositi in banca si riesce ad acquistare meno prodotti e servizi.

Dati alla mano, negli ultimi 20 anni i risparmi hanno perso ben oltre un quarto del loro potere d’acquisto.

Questi sono i risultati degli strumenti a basso e medio rischio degli ultimi anni confrontati appunto con l’inflazione

Anche senza esporsi troppo ai rischi, sarebbe stato possibile impiegare la liquidità, o anche una parte di essa, in strumenti di investimento con un profilo di  rischio non eccessivo e ricavarne un ritorno superiore all’inflazione.

Risultati apprezzabili già nel triennio ma che nell’arco di 10 anni assumono dimensioni piuttosto consistenti.

Chi investe i propri risparmi avendo cura di diversificare i rischi tra le varie asset class, oltre a non essere esposto a possibili prelievi forzosi, può partecipare al trend rialzista di lungo periodo dei mercati finanziari evitando di sostenere soltanto costi e impatti sul potere d’acquisto.

A solo titolo di esempio, negli ultimi 10 anni la rivalutazione dei titoli di stato internazionali (JPMorgan government Global bond index) è stata del 43,8%, quella dei titoli di stato EMU (JPMorgan government EMU bond index) del 52,2% e quella delle Borse mondiali (MSCI world index total return) del 173,2%.

Rivalutazione Borse mondiali, titoli di stato internazionali ed europei negli ultimi 10 anni

Ovviamente non c’è nessuna garanzia che gli investimenti finanziari per i prossimi 10 anni possano offrire rendimenti analoghi,ma la storia insegna che nel lungo periodo il rendimento delle azioni tende ad essere superiore a quello delle obbligazioni che, a sua volta, tende a superare quello della liquidità.

Marianna Genovese – Consulente Finanziario certificato EFPA

mariannagenov@gmail.com

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