“Una risata vi seppellirà”

Caro Libero (si fa per dire),
il tuo titolo “Comandano i terroni”, con un chiaro intento diffamatorio, che capirebbe persino un qualsiasi nordista, non mi ha stupito o indignato più di tanto.
Altro che “sterile polemica”, come hai cercato di giustificarti, anche dopo quel titolo indegno, dopo averla fatta “fuori dal vaso”. Sono ridicoli i tentativi di giustificazioni con l’analisi terminologica, e sgrammaticata, di “terrone”, come lavoratore della terra.
Le parole hanno un significato profondo, le parole sono concetti, come direbbero i filosofi. E nel senso comune delle lande del Nord, che credi di rappresentare, “terrone”, non è una carineria. Ma è un insulto identitario.
Non offendere la tua intelligenza.
Nulla di nuovo, di sorprendente. Succede tutte le domeniche negli stadi della Padania, con la caterva di insulti contro la squadra del Napoli. Succede a Pordenone, dove su un cassonetto si invitano i cittadini a non comportasi da napoletani.
Il tuo titolo esprime la “pancia” di quella parte del Nord (a dire il vero, non tutto fortunatamente) che è perennemente a caccia di un nemico. Che individua alternativamente nei meridionali, nei negri, negli zingari.
Non mi sento offeso, perché noi meridionali, noi “terroni”, come ci chiamate, siamo fieri di esserlo.
Perché noi “terroni” crediamo nella tolleranza, nel dialogo, nel miscuglio di razze, di lingue, di identità, di religioni. Per noi “terroni” gli esseri umani sono tutti uguali. Non ci interessano il colore della pelle, la religione, i gusti alimentari.
Gli uomini sono uomini. Non sono prima italiani e poi uomini.
Noi “terroni” costruiamo ponti, non alziamo muri. Non chiudiamo i porti, ma apriamo le nostre case. Se vediamo un profugo che soffre, rivediamo e riviviamo la vita dei nostri nonni.
Siamo “terroni”, e ne siamo fieri. Perché esprimiamo un’altra concezione della vita. Siamo uomini di mare, aperti e solari.
Siamo così tolleranti, che resistiamo alla tentazione di mandarti a quel Paese. Una risata è sufficiente. Vi seppellirà.
Ma, paradosso per paradosso, ti ringrazio per quel titolo. Perché spero rappresenti un campanello d’allarme per i meridionali con la memoria corta. Che dimenticano facilmente anni e anni di insulti.
E che, prigionieri della sindrome di Stoccolma, abbracciano le bandiere dei vecchi nemici.
Sono  “collaborazionisti”. Pronti a perdere la propria anima per un pezzo di pane.
Sveglia Sud. Vogliono continuarti a sfruttare, così come emerge dalla richiesta di autonomia. Che non è altro che la “secessione dei ricchi”, come l’ha definita l’economista Viesti.
Il lupo perde il pelo ma non il vizio.

Patrizia Sgambati