L’industria nel Mezzogiorno preunitario

di Vincenzo Di Vita

Le regioni meridionali ed insulari italiane, oggi interessate da fenomeni di deindustrializzazione conseguenti alla crisi economica mondiale, detenevano importanti primati dal punto di vista degli insediamenti produttivi nel periodo preunitario.
Nel periodo 1830-1861, il Sud Italia presentava un livello di concentrazione industriale, seppure nelle forme embrionali comune a tutti gli stati europei, superiore a quanto riscontrato in molti altri stati italiani preunitari.
Secondo i dati del censimento del 1861, la manodopera industriale italiana era prevalentemente concentrata nelle regioni meridionali; nel regno duosiciliano erano presenti oltre il 51% degli operai industriali dell’intera penisola.
I settori trainanti erano la siderurgia e la metalmeccanica dove lavoravano 20.000 addetti rispetto ai 60.000 dell’Italia preunitaria. La Real Officina di Pietrarsa, che occupava 1.000 operai e dove si costruivano motrici navali, era la più grande fabbrica di Italia.
La Zino ed Henry, poi Macry ed Henry, occupava oltre 600 operai; la Guppy era il maggior stabilimento privato dell’intera penisola. Completavano il quadro di insediamenti industriali preunitarie le ferriere di Ferdinandea, dove lavorarono 1.500 addetti, e le industrie della Mongiana in Calabria. Altri centri siderurgici e meccanici erano sorti a Fuscaldo, in Terra di Lavoro, Picciano (Abruzzo), Atripalda (Avellino).
Ma anche altri settori furono interessati da fenomeni di industrializzazione più intensi rispetto a quanto riscontrato negli altri stati italiani ed europei dell’epoca. Tra questi il settore cantieristico, col cantiere di Castellamare di Stabia dove lavorano 1.800 operai e l’Arsenale Cantiere di Napoli con 1.600 operai, l’industria conciaria, diffusa a Napoli, Castellamare, Tropea, Teramo e Puglia, l’industria chimica ed estrattiva basata soprattutto sulle estrazioni di zolfo proveniente dalla Sicilia, l’industria tessile, con l’Opificio di San Leucio e la Egg di Piedimonte che impiegava 1.300 operai: per comprendere il grado di concentrazione delle industrie duosiciliane si pensi che l’altra grande filatura italiana, la lombarda Ponti, impiegava solo 414 operai. Altri settori in fase di sviluppo erano l’industria cartiera ed alimentare.
Ciò che colpisce per l’epoca storica è il maggior grado di concentrazione industriale che il territorio duosiciliano presentava rispetto al resto degli stati italiani preunitaria: nelle Due Sicilie vi erano oltre 5 stabilimenti industriali nel settore tessile che occupavano ciascuno oltre 1.000 operai mentre negli stati centro-settentrionali gli stabilimenti non superavano i 500 addetti. Nel settore cantieristico i due arsenali occupavano quasi 3.500 operai; in Italia solo l’Ansaldo di Genova impiegava un numero quasi pari di operai, 1.600.
La politica industriale ricevette un intenso e decisivo impulso grazie ai provvedimenti emanati da Ferdinando II nel biennio 1823-1824 ispirati a logiche protezionistiche dei settori locali: furono imposti dazi elevati sulle importazioni e sulle materie prime che potevano essere prodotti dalle industrie duosiciliane. Inoltre, la Cassa di Sconto anticipò finanziamenti alle industrie manufatturiere. Le misure protezionistiche sostennero l’industria tessile e metalmeccanica che furono attrattive per imprenditori stranieri che investirono sul territorio.
Fu l’inizio di una fase industriale che raggiunse il suo culmine nel decennio 1850 e poi declinò rapidamente all’indomani dell’unificazione italiana per effetto delle mutate politiche economiche del nuovo Regno che privilegiò le industrie di altri territori con commesse e finanziamenti a discapito delle imprese meridionali.
Gli effetti di queste misure sul territorio furono drammatici: il divario tra i redditi medi delle regioni meridionali e settentrionali che, all’indomani dell’unificazione, era piuttosto contenuto e’ andato ampliandosi nel corso dei decenni fino a raggiungere i livelli attuali con un reddito medio delle regioni del Mezzogiorno pari a circa il 64% di quello delle regioni centrosettentrionali, secondo l’ultimo rapporto Svimez.

Vincenzo Di Vita