Nonostante le precedenti trasposizioni cinematografiche dei suoi romanzi omonimi, L’amore molesto (1995, regia di Mario Martone) e I giorni dell’abbandono (2005, regia di Roberto Faenza), Elena Ferrante, l’araba fenice degli scrittori nazionali, molto nota anche all’estero, ha raggiunto la massima popolarità in patria grazie allo sceneggiato tv L’amica geniale, con la regia di Saverio Costanzo.

Il suo nome, in questi ultimi mesi, è stato sulla bocca di tutti: a ottobre un passaggio nelle sale cinematografiche rapidissimo e, qualche settimana dopo, la messa in onda televisiva che ha, da subito, registrato un indice di ascolto paragonabile a quello degli spettacoli più significativi del calcio e della musica.

Nel mese delle trasmissioni, la conversazione al primo caffè del mercoledì mattina tra colleghi e amici si concentrava immancabilmente sull’avere o meno visto la puntata della sera precedente. Simili eventi mediatici dividono chi c’era (davanti alla tv) da chi mancava. L’assenza, imputata come diserzione, costringe il distratto ad impegnarsi di più nella settimana successiva. Con questo meccanismo lo sceneggiato ha registrato un crescente record di ascolti.

La malia di Lila, sparita all’inizio della saga e raccontata dall’amica superstite in modo crudo e violento, è rimbalzata dalle pagine del romanzo agli schermi televisivi senza perdere nulla della sua forza di attrazione.

Se il romanzo si pone come enigma nel mondo della narrativa, presentando molte delle caratteristiche che rendono un’opera poco commerciale – lungo, generalista, corale (è difficile ricordare i nomi di tutti i personaggi), cupo, privo di una scrittura briosa – eppure indiscutibilmente un best seller; lo sceneggiato televisivo si è dimostrato non meno sorprendente.

Quasi senza cadaveri e – se questi c’erano – senza investigazioni, incentrato su una narrazione femminile spietata e perciò inconsueta; lo sceneggiato, senza misericordia per nessuno, è piaciuto tanto.

Come spiegare il successo di una storia che è paradigma di miseria e degrado, per di più proposta nella nostra epoca che sembra, in molte altre evenienze, preferire l’intrattenimento fine a se stesso, il caso che si risolve con la punizione del colpevole, la questione che si chiarisce rintracciando cause ed effetti?

Nell’inevitabile lost in traslation, lo sceneggiato si mantiene molto fedele al romanzo di cui ripropone l’atmosfera asfittica della marginalità senza speranza di riscatto, è l’epopea de “la plebe che vuole restare plebe” nelle terribili parole della maestra di Lila e Lenuccia.

Aspettando la seconda parte, delle quattro prevedibili, è possibile soddisfare ogni curiosità, o quasi, sulla vicenda attingendo alla versione stampata.