Corte di Cassazione, sentenza n. 17067 del 2020

La Corte d’Appello di Napoli ha confermato la sentenza del Tribunale di Nola che aveva dichiarato l’illegittimità del licenziamento per giusta causa intimato ad un lavoratore in virtù del difetto di prova degli addebiti contestati, in particolare dell’asserita ingiustificata assenza del lavoratore dai luoghi dove era tenuto a svolgere la propria prestazione.

La società datrice di lavoro, dunque, è stata condannata alla reintegrazione del lavoratore e al pagamento di tutte le retribuzioni dalla data del licenziamento a quella dell’effettiva reintegra, nonché al versamento dei contributi previdenziali e assistenziali.

Contro la sentenza della Corte d’Appello la società ha proposto ricorso per cassazione, che la Suprema Corte ha rigettato.

La Cassazione ha ricordato che, in tema di licenziamento, il principio dell’immediatezza e della tempestività della contestazione dell’addebito va inteso in senso relativo, poiché è compatibile con un certo intervallo di tempo necessario al datore di lavoro per una valutazione delle inadempienze del dipendente.

In particolare la consolidata giurisprudenza di legittimità ritiene che i requisiti della immediatezza e tempestività, condizionanti la validità del licenziamento per giusta causa, sono compatibili con un intervallo di tempo quando il comportamento del lavoratore consti di una serie di fatti che esigono una valutazione globale ed unitaria da parte del datore di lavoro.

Tuttavia nel caso in esame la Cassazione, pur ritenendo rispettato il principio di immediatezza, essendo i fatti contestati racchiusi tutti nell’arco temporale di due mesi, ha considerato corretta la decisione della Corte d’Appello, giudicando inadeguata la prova dei fatti contestati al lavoratore, escludendo che gli stessi potessero rilevare ai fini del licenziamento.

Dottor Francesco Alifano

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