C’è un luogo comune da sfatare e passa dal concetto di patria, spiegato da Maurizio Viroli, professore di Teoria politica alla Princeton University, nella seconda edizione delle “Lezioni di Storia Festival“. Nella relazione tra “Nazionalisti e patrioti” si declina il rapporto tra “Noi e loro“, cui è dedicata la manifestazione culturale, svoltasi dal 27 febbraio al 1 marzo grazie all’organizzazione dall’associazione A voce alta e dalla Fondazione Teatro Bellini su un progetto di Editori Laterza e Regione Campania. Nei giorni della quarantena causata dal coronavirus, #laculturanonsiferma, come dimostra la decisione della Società campana di beni culturali, ente promotore del festival, di caricare sui propri canali YouTube e Facebook i video degli incontri, disponibili anche su Spotify: bit.ly/storiafestival20. La scelta della lezione da pubblicare avviene ogni giorno con una votazione su Telegram: https://t.me/scabec.

Nel dibattito politico dell’Europa della seconda metà del Settecento, emergono le idee che si ritrovano nelle agende politiche odierne, perché il fine ultimo dell’agire umano è la ricerca della felicità. Il suo raggiungimento passa dal rapporto con l’altro, inteso sia come membro di una comunità sia come unione dei suoi membri. “Ancora una filosofia della storia per l’educazione” (1774) di Johann Gottfried Herder è il fulcro dell’analisi di Viroli sul nazionalismo, il cui punto di forza è individuato nella capacità di offrire un riconoscimento, quindi un’identità, che si sviluppa attraverso l’educazione e la condivisione di luoghi e tempi storici. Questo accade, per i nazionalisti, perché la nazione è una “costruzione naturale“, che non è legata all’etnia e che permette a ciascuno la concretezza della relazione con l’altro, con cui si condividono gioie e dolori della comunità in cui si nasce e si cresce. L'”Encyclopédie” (1751) degli illuministi è il cardine della riflessione che il professore fa sul concetto di patria, non intesa come luogo di nascita, ma come Stato fatto da leggi che proteggono la felicità di individui, la cui libertà dipende dalla virtù-saggezza civile, cioè dall’educazione alla ricerca dell’interesse comune, che è da preferirsi a quello particolare. Perché quest’impalcatura non crolli, bisogna pensare alla “ragione pubblica” che da un lato riconosce l’appartenenza dell’individuo ad una comunità, ma dall’altro lo qualifica attraverso il riconoscimento della libertà politica. Se il primo è un dono innato, il secondo va conquistato con la lealtà al bene comune, cioè evitando la corruzione.

Dopo aver spiegato la differenza tra le due correnti di pensiero e le loro trasposizioni storiche nel Novecento, Viroli mette in guardia sulla pericolosità del nazionalismo, fautore di un’omogeneità che porta al fascismo. Si sofferma sulla natura elitaria del cosmopolitismo, autore della cittadinanza universale per cui patria è il mondo intero. E conclude spiegando l’importanza dell’apertura leale agli altri popoli, con cui instaurare rapporti collaborativi, che sono da preferirsi sempre allo scontro.

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