Con l’arrivo a Napoli, nel dicembre 1817, di Marie-Henri Beyle, alias Stendhal, ha inizio la lezione di Matteo Palumbo, accademico e italianista, sul “Viaggio a Napoli. Da Goethe a Piovene“. Il professore fa rivivere la città cercando di guardarla con gli occhi di celebri intellettuali stranieri al loro primo incontro con la bellezza partenopea. Il video è stato registrato presso l’Accademia delle Belle Arti, uno dei luoghi che, dal 27 febbraio al 1 marzo, hanno ospitato le “Lezioni di storia festival“, incentrato sul binomio “Noi e loro“.

E’ ideato e progettato da Editori Laterza con la Regione Campania ed organizzato dall’associazione “A voce alta” e dalla “Fondazione Teatro Bellini“. Ogni giorno, sul canale YouTube e sulla pagina Facebook, la “Società Campana dei Beni Culturali”, che cura la promozione e la comunicazione del festival, pubblica una lezione dopo una votazione pubblica effettuata il giorno precedente su Telegram: https://t.me/scabec. Dal 31 marzo, inoltre, tutte le videolezioni della seconda edizione sono disponibili su Spotify: bit.ly/storiafestival20.

La “città del bene” non esiste, se non nella visione utopica di Tommaso Campanella, perciò non può esserci neppure una “città del male“. Così, presso l’Accademia delle Belle Arti, lo scorso 28 febbraio è stato rievocato il volto di una città inedita attraverso le testimonianze di viaggiatori d’eccezione che ne hanno colto la duplice natura: “Siano perdonati tutti coloro che a Napoli escono di senno“, scrive Johann Wolfgang von Goethe nel suo “Viaggio in Italia” (1817). Rispetto al resto d’Europa e a Parigi, “a Napoli non c’è angolo di via che non ti sorprenda con un colpo d’occhio originale“, parola di Stendhal, resa in tela dal pittore olandese della “scuola di Posillipo” Anton Sminck van Pitloo, giunto in città nel 1816. Però, ci spiega il professore, l’infinità dello spazio del “locus amoenus“, il luogo ideale fatto di natura, piacere e sogno, doni di Eros, secondo lo scrittore romantico vanno di pari passo con lo “spirito mutabile” della storia e dei popoli, animati dal “senso dell’Ade“, di Thanathos, cioè della Morte. “Quel che mi ha un po’ urtato è la rozzezza di questa gente seminuda”, scrive Stehdhal, “mille piccole cose che ti ricordano che vivi tra i barbari“, che sono tali, “per l’energia nella lotta quotidiana per l’esistenza“, cioè, chiarisce il professore, per la miseria. Vita e Morte si esprimono nello spirito sveglio che sa cos’è giusto eppure non sradica l’ignoranza che si traduce in arretratezza.

Perciò, Dio e Satana coesistono anche nella Napoli raccontata cinquant’anni dopo dal filosofo francese Hippolyte Adolphe Taine, rievocato da Palumbo per spiegare il contrasto tra il “popolo selvaggio e miserabile” e “i cammini della storia moderna“. Solo se non si tollerassero più le “sventure” che gravano su alcuni si farebbe davvero l’Unità d’Italia, secondo il poeta Renato Fucini, ma ciò accadrebbe se venisse cambiato l’atteggiamento rassegnato, che poco piaceva anche al padre della psicanalisi, Sigmund Freud, giunto nel 1902 in quello che definisce un “covo di cani e gabbia di scimmiotti“, da cui risale “salvo ma sporco“.

Da dove ripartire, allora, per riedificare una città? Dall’interesse a uno sviluppo personale ed interpersonale, che è possibile se si raggiunge un’armonia tra gli squilibri che si trovano in ogni luogo e spazio, perché sono propri dell’animo umano. Dal viaggio, in cui ci ha condotti Palumbo, sembra emergere questa prima risposta, avvalorata da una constatazione del giornalista Guido Piovene: “un’autentica vitalità ha salvato Napoli dalla bruttezza“.

Buona lezione a noi tutti!