Nella seconda edizione delle “Lezioni di Storia Festival“, Massimo Osanna, direttore generale del “Parco Archeologico di Pompei e professore di Archeologia classica, ripercorre momenti di vita dell’antica società pompeiana.

La manifestazione culturale, ideata e progettata da Editori Laterza con la Regione Campania ed organizzata dall’associazione “A voce alta” e dalla “Fondazione Teatro Bellini“, ha animato la routine napoletana con incontri tenutisi dal 27 febbraio al 1 marzo.

In tempi di quarantena che, tra le altre cose, implica la chiusura di musei e teatri, #laculturanonsiferma, come dimostra la decisione della “Società campana di beni culturali”, ente promotore della manifestazione, di caricare sui propri canali YouTube e Facebook i video degli incontri, da alcuni giorni disponibili anche su Spotify: bit.ly/storiafestival20. La scelta della lezione da pubblicare avviene quotidianamente con una votazione su Telegram: https://t.me/scabec.

Il rapporto tra “Noi e loro“, a cui è dedicata la seconda edizione del festival, è ripercorso attraverso i concetti di prossimità e di estraneità, per comprendere ciò che ci lega al nostro passato meno recente. “Vicini e lontani. Pompei 79 d.C.” è il titolo di un incontro ospitato al “Museo Madre“, dove, in passato, all’arte moderna sono stati affiancati oggetti antichi, come quelli pompeiani, i cui valori relazionali permettono di riflettere su quelli umani che vanno oltre i confini geografici e temporali. Secondo Osanna, è preponderante il senso di prossimità che emerge nelle tracce della quotidianità dell’antica Pompei. Nei suoi oggetti e nelle sue case, storia e natura convivono in un equilibrio che suscita smarrimento in chi compie un viaggio inteso come ritorno o riscoperta di un luogo dell’anima. Alla gioia, che tutto ciò suscita, si associa “una strana e in parte sgradita impressione” per l’unicità di un posto sopravvissuto a una catastrofe e che, perciò, non è conforme al presente. Per far emergere il senso di estraneità il professore cita alcuni pensieri scritti da Johann Wolfgang Goethe a fine Settecento: “Con la sua piccolezza e angustia di spazio, Pompei è una sorpresa per qualunque visitatore: strade strette ma diritte e fiancheggiate da marciapiedi, casette senza finestre, stanze riceventi luce dai cortili e dai loggiati attraverso le porte che vi si aprono; gli stessi pubblici edifici, la panchina presso la porta della città, il tempio e una villa nelle vicinanze, simili più a modellini e a case di bambola che a vere case” (Viaggio in Italia, 1787).

Il professore sottolinea come, agli inizi del Novecento, gli scavi dell’archeologo Vittorio Spinazzola abbiano aperto nuove prospettive su Pompei, perché ne è uscito rafforzato il fascino, che è nell’eternità di un vissuto fatto di “amore, amicizia, nostalgia, rancore, spavalderia e sesso“. Cocci di una vita declinata in forme che la gente comune ha impresso nella materia, prima che fosse ricoperta dalla lava del Vesuvio.

Buon ascolto!