Parlare del binomio “romani” e “razza” produce oggi un coinvolgimento emotivo che, seppur minimo, è cresciuto rispetto a qualche anno fa. Questo sentire, sempre più comune, è il punto di partenza per una riflessione su “Il razzismo dei romani“, nella cui idea di “cittadinanza” è possibile trovare molti elementi di riflessione per gli anni che stiamo vivendo. A condurci in questo percorso è il professor Andrea Giardina, accademico e antichista, che nel suo intervento per “Lezioni di Storia festival” ha attenzionato un dato empirico rilevato dall’ultimo rapporto Eurispes sull’Italia: dal 2004 al 2019, la percentuale degli italiani, secondo cui lo sterminio degli ebrei non sarebbe mai avvenuto, è passata dal 2,7 al 15,6.

Da un simile “risultato angoscioso” parte il contributo del professore all’interno della seconda edizione della manifestazione culturale, che dal 27 febbraio al 1 marzo ha indagato il binomio “Noi e loro“. Organizzata dell’associazione “A voce alta” e della “Fondazione Teatro Bellini, è ideata e progettata da Editori Laterza e dalla Regione Campania. A curarne la comunicazione e la promozione è la “Società Campana Beni Culturali”. I video degli incontri vengono pubblicati ogni sera sui canali YouTube e Facebook della Scabec, dopo una votazione che avviene attraverso Telegram: https://t.me/scabec. Dal 31 marzo tutte le videolezioni della seconda edizione sono disponibili anche su Spotify: bit.ly/storiafestival20.

Proprio uno strumento culturale, il cinema, è chiamato in causa per indagare le origini di una percezione che rasenta il pregiudizio e non si spiega con la “costruzione dell’autocoscienza italico-romano-fascista” o con la “retorica della romanità“. Tre esempi, tra tanti, rendono chiaro il concetto: Nerone in versione gerarca nazista in “Quo vadis” (1951); i costumi, la scenografia e la musica “vagamente wagneriana“, de “La caduta dell’Impero romano” (1964); la parata dell’imperatore Commodo ne “Il gladiatore” (2000). Il legame, che emerge nell’immaginario cinematografico, richiama alla mente del professore il capitolo quarto della “Germania” di Tacito (98 d. C.) sulla formazione del nazionalismo germanico prima e nazista poi. Giardina chiarisce che lo storico latino, senza dare giudizi di valore, li descrive come persone che vivono stabilmente nello stesso territorio, non si sono “mescolate” con altri popoli e hanno buoni costumi che si traducono nella vera libertà. Allargando lo sguardo alla narrazione dell’identità romana si trovano storie di legami promiscui, mentre quella greca tratta di alleanze create tra stirpi radicate su territori ben definiti. A questo sommario quadro d’insieme, il professore abbina la riflessione su come si declina il rapporto tra “noi” e “loro“: se il razzismo è la tendenza ad usare la violenza per affermare il primato di una razza sulle altre, l’etnocentrismo è la supervalutazione di sé che si traduce in una svalutazione degli altri, mentre la xenofobia è la paura dello straniero, il cui contatto, se vissuto con patimento, si traduce in xenopatìa. La conclusione a cui giunge, leggendo passi di cronache dell’epoca, è un anticonformismo di Roma sulla questione della razza, mai usata come pretesto per giustificare episodi di violenza sugli ebrei o verso i neri, che potevano suscitare un’impressione intesa come stupore ma anche come ammirazione per la bellezza estetica o spirituale. Ragion per cui lo status di “cittadino” non fu precluso a nessuno, neppure allo schiavo liberato, nella Roma priva di bandiere, il cui simbolo era una lupa, feroce e accogliente.

Buona riflessione!