Il 25 marzo 1911, nella fabbrica Triangle Shirt Waist Company di New York, muoiono centoquarantasei immigrati, di cui molte giovani donne, italiane ed ebree, costrette a lavorare in condizioni malsane e pericolose. “Questa non è la prima volta che alcune donne sono bruciate vive in città. Ogni anno migliaia di noi vengono mutilate. La vita di uomini e donne vale così poco. So per esperienza che è compito dei lavoratori e delle lavoratrici salvarsi. L’unico modo che hanno di farlo è attraverso un forte movimento operaio“.

Richiamandosi a queste parole della sindacalista Rose Schneiderman, Elisabetta Vezzosi, storica dell’università di Trieste, cerca di tracciare un percorso comune verso la parità di genere. Non racconta una storia di contrapposizioni tra donne e uomini, ma spiega come la cittadinanza politica acquisita non vada sempre di pari passo con quella economica e civile. “Prima e dopo l’8 marzo: le donne, i diritti, il lavoro” è il risultato di uno studio sul concetto relazionale del genere nel rapporto tra “Noi e loro“, a cui è dedicata la seconda edizione della manifestazione culturale, tenutasi dal 27 febbraio al 1 marzo grazie all’impegno dell’associazione A voce alta e della Fondazione Teatro Bellini  e ad un progetto di Editori Laterza e Regione Campania. Nei giorni della quarantena causata dal coronavirus, #laculturanonsiferma, come dimostra la decisione della Società campana di beni culturali, ente promotore del festival, di caricare sui propri canali YouTube e Facebook i video degli incontri, da qualche giorno disponibili anche su Spotify: bit.ly/storiafestival20. La scelta della lezione da pubblicare avviene ogni giorno con una votazione su Telegram: https://t.me/scabec.

All’epoca della patria potestà, le donne non avevano autonomia giuridica neppure sui figli, né veniva loro riconosciuto il diritto alla maternità, ma dipendevano dal consenso dell’ala maschile della propria famiglia. Se il lavoro nei campi era una propaggine di quello domestico, nelle fabbriche il ruolo delle donne era riconosciuto ma non ne derivavano diritti. Per tutelare se stesse, la maternità e i minori, sono stati indetti degli scioperi nei primi anni del Novecento. Vezzosi annovera la legge Sacchi del febbraio 1919, spiegando come ha abolito l’istituto dell’autorizzazione maritale, introducendo un minimo di autonomia giuridica nell’universo femminile. Se le professioni con potere giurisdizionale rimanevano appannaggio di pochi uomini, alle donne veniva riconosciuta la professionalità e i conseguenti diritti. E in questo momento storico che all’operaia si affianca la maestra, l’assistente sociale, l’ostetrica, l’infermiera. L’identità rimane assoggettata a quella maschile in una società patriarcale, che durante il regime fascista ha assunto un carattere maschilista. La moglie e madre poteva essere anche una lavoratrice, ma se lo stipendio dell’uomo non era sufficiente al sostentamento della famiglia. I paletti fascisti elencati da Vezzosi riguardano la scuola e il settore privato e si traducono in un minore peso delle quote rosa nel mercato del lavoro, sottoposto a continui stress da guerre e crisi. Se la legge per le lavoratrici madri è del 1950, solo tra la fine del decennio e i primi del Sessanta le donne sono ammesse ai pubblici uffici. La docente chiarisce, poi, che occorre aspettare gli anni Settanta, per documentare un rientro massiccio delle donne nel mondo del lavoro, grazie al rafforzamento del settore terziario.

L’avanzamento nei diritti civili è stato frenato da una cultura patriarcale che ha ostacolato la presenza femminile nell’occupazione. La cultura di genere non ha aiutato a raggiungere una parità, raccomandata dalle istituzioni comunitarie sin dagli anni Ottanta: contrasto alla violenza, riduzione del gap salariale, equilibrio tra tempi di vita e di lavoro sono alcune delle sfide europee rilanciate nel corso della lezione.

Buona riflessione!