Nella seconda edizione delle “Lezioni di Storia Festival“, Alberto Mario Banti, professore di Storia contemporanea all’università di Pisa, porta nel dibattito lo scontro, tipico della società di massa, tra i cattivi che minacciano la comunità e i buoni che la salvano.

Lo fa all’interno di un festival, ideato e progettato da Editori Laterza con la Regione Campania, organizzato dall’associazione “A voce alta” e dalla “Fondazione Teatro Bellini“, le quali hanno reso possibili quarantanove incontri in un lasso temporale che va dal 27 febbraio al 1 marzo.

In tempi di quarantena che, tra le altre cose, implica la chiusura di musei e teatri, #laculturanonsiferma, come dimostra la decisione della Scabec di caricare sui propri canali YouTube e Facebook i video degli incontri. La scelta della lezione da pubblicare avviene ogni giorno attraverso una votazione pubblica su Telegram: https://t.me/scabec.

All’ “Accademia”, venerdì 28 febbraio, si è svolto l’incontro su “Buoni e cattivi. Dai tre porcellini a Joker”. E’ un excursus sull’immaginario creato dall’industria culturale americana in Italia.

Da strumento di alfabetizzazione la televisione si è evoluta in un mezzo per racconti, lanciati su piattaforme e canali, per spiegare i vari punti di vista o momenti di una storia, del cui intreccio di relazioni, fatte dai personaggi della cultura di massa, noi siamo spettatori.

Dal quadro generale emerge un modello dominante, che spinge a sperare in una “mutazione culturale“, ripartendo dalle “cinque tipologie” individuate dal professore. Dalla fiaba “a lieto fine” de “I tre porcellini” (1933), che tuttora domina l’immaginario collettivo, al girone infernale della “tipologia melodrammatica” di “Gomorra” (2008), che spinge all’identificazione coi buoni attraverso l’orrore verso la violenza estrema dei soli personaggi attivi sulla scena. Passando per la “tipologia della cattiveria apparente” di “Maleficent” (2014), in cui il rovesciamento dei ruoli distorce i tipi ideali con cui siamo stati abituati a vedere la realtà. Fino al rimescolamento delle carte in gioco, ad opera della “modalità pluralista” della saga di “Game of Thrones“, in cui non si sa dove collocare i personaggi, che descrivono dei profili morali, in base ai quali nessuno è mai totalmente buono o cattivo. In contrapposizione all’atteggiamento neutro dello “straniamento“, usato in “Velvet Underground” (1967) per descrivere lucidamente esperienze di vita ai margini delle narrazioni classiche.

In questo contesto, solo “Joker” (2019) sembra dialogare con la morte e col dolore, spingendo ad azioni che disturbano, interrogano, lasciano aperto il finale di un uomo che, per quanto destabilizzato, si ritaglia un ruolo attivo nel tentativo di decidere autonomamente per sé.

Buona visione!