Nella seconda edizione delle “Lezioni di Storia Festival“, in un incontro intitolato “Beethoven e la musica popolare“, Giovanni Bietti, pianista e musicologo, da voce al messaggio del compositore tedesco per un dialogo multiculturale tra le nazioni europee.

Il festival, ideato e progettato da Editori Laterza con la Regione Campania ed organizzato dall’associazione “A voce alta” e dalla “Fondazione Teatro Bellini“, si è sviluppato in quarantanove incontri tenutisi dal 27 febbraio al 1 marzo ed è incentrato sul rapporto tra “Noi e loro“.

In tempi di quarantena che, fra le altre cose, implica la chiusura di musei e teatri, #laculturanonsiferma, come dimostra la decisione della Scabec di caricare sui propri canali YouTube e Facebook i video degli incontri. La scelta della lezione da pubblicare avviene ogni giorno attraverso una votazione pubblica su Telegram: https://t.me/scabec.

Un progetto multiculturale, tradotto in musica attraverso centosettanta arrangiamenti di canti popolari europei, raccolti nell’arco di un decennio, che va dal 1810 al 1820, fino a dar vita all’idea tardo settecentesca di un “concerto di tutte le nazioni“. Emerge attraverso la musica lo spirito sovranazionale europeo, espresso attraverso l’armonizzazione di antiche “sonate su ariette” valorizzate dal genio illuminista di Beethoven. La sua sperimentazione sul carattere popolare ha dato alla luce, secondo Bietti, ad un linguaggio esoterico, che da alcuni suoi compositori fu visto come il frutto della follia di un visionario sordo. Oggi quel folle è l’autore del celeberrimo “Inno alla gioia” composta nel 1824, in un clima di crescente antagonismo tra nazioni, per destare la fiducia nella possibilità dell’uomo d’inventare nuovi valori condivisi, cioè una sana “volontà di potenza“, che solo la fratellanza universale può sprigionare.

Nel secondo video caricato dalla Scabec, dal “Teatro Bellini” si passa al “Museo Madre“, dove Christian Gieschel, esperto della storia dell’Europa moderna, ha ragionato sulla declinazione novecentesca del nazionalismo e della conseguente “volontà di potenza” in un incontro intitolato: “Hitler e Mussolini: storia di una relazione pericolosa“.

Al centro dell’analisi dello storico c’è la personalità di due leader politici, che hanno personificato due figure dittatoriali dalla cui performance dipende la sorte della Seconda Guerra Mondiale.

Nato come un legame, segnato da tensioni e squilibri, il rapporto a due oscilla tra ammirazione e invidia, tra mito e realtà. Ma, l’interesse nazista per il fascismo della prima ora è spiegato dalla strategia della ricerca e dal mantenimento del potere. Al primo incontro, datato 1934, seguono anni di rapporti formali, sostituiti da un’alleanza benefica per l’Italia, verso cui la propaganda nazista costruisce l’immagine di un’amicizia. Durante la guerra, il tono della narrazione cambia perché l’Italia dipende dal supporto militare tedesco. L’ultimo incontro tra i due dittatori avviene nel 1944, dopo la liberazione del Duce, desiderata pedina mossa dal Fuhrer sullo scacchiere continentale per ostacolare l’avanzata dell’alleanza franco-americana dal fronte occidentale. Dalla comune ricerca di un nuovo ordine costruito tramite la mascolinità, l’imperialismo, l’equilibrio tra repressione e consenso di massa, nasce un’unione strumentale che non si tradurrà mai in un pensiero unico. Se la propaganda nazista è intrisa di razzismo e antisemitismo, cause del totalitarismo e dell’olocausto, quella fascista produce un razzismo che sfocerà nel colonialismo senza mai tradursi in un partito veramente totalitarista, per come lo intendeva Hitler. La storia comune, però, dimostra la pericolosità di una relazione di interdipendenza vitale tra due soggetti le cui ambizioni hanno provocato morte e distruzione, oltre ogni realismo politico.