Vale la pena che un bambino impari piangendo quello che può imparare ridendo?

Caro Gianni, ripenso a questa tua frase ogni giorno.

È vero, non insegno a bambini, ma ad adolescenti.

Ma questo, puoi intuirlo, non cambia le cose di una virgola.

Lo sai che sono trascorsi già quasi cento anni dall’inizio di quella che è stata la tua vita, e un po’ di meno, da quelle tue parole? Ma oggi, nel 2020 (sì, hai capito bene, ti scrivo dal 2020!) le lacrime versate dai nostri studenti potrebbero ancora alimentare tanta e tanta energia elettrica, come dicevi tu!

Ti rendi conto? Oggi possiamo comunicare con l’altro capo del mondo con la velocità del pensiero, la gente non muore più di AIDS…e non è cambiato nulla. Gran parte dei giovani ancora soffre, mentre impara, senza appassionarsi ai successi passati e alle conquiste future di ciò che questa umanità è stata in grado di fare e sarà in grado di fare, anche grazie a loro.

Se dessi in mano ad un ragazzino la tua raccolta di racconti “Favole al Telefono”, il primo libro che abbia mai letto e con cui mi sono innamorata di te, per sempre, lui lo scambierebbe, con molta probabilità, per l’ennesimo compito per una scuola che non sopporta, per un professore che non sopporta, in un pomeriggio in cui tutto vorrebbe fare tranne che sopportare qualcosa o qualcuno.

Ma cos’è che si sopporta, in realtà, e perché?

Io mi sono domandata proprio questo. Non si può avere odio verso le tue fiabe, le tue filastrocche, la tua voce, così come non si può provare odio verso il nuovo, la conoscenza, che è, di base, piacere, invito, opportunità.

Un bambino impara a parlare perché vuole imparare a farlo. Perché ha bisogno di farlo. E la voglia e il bisogno nascono in lui spontaneamente, incoraggiati dal clima di allegra meraviglia che lo circonda, dalla sana competizione con se stesso e con gli altri, e dalle ricompense, tangibili o immateriali, che ne derivano.

Sembra che, più che dell’apprendimento, io stia parlando del gioco, non ti pare, Gianni?

Eppure, spesso giocare è più faticoso che seguire una lezione di geografia, ma con la differenza che, nella lezione di geografia, non si ride o, peggio ancora, si pensa che non si riderà.

È, quindi, l’idea che si ha dell’apprendimento, e non l’apprendimento in sé, a mettere in moto meccanismi di fuga o di attrazione. Un po’ come un Sabato del Villaggio in chiave scolastica…Diciamo una “Domenica del coraggio” (con un coraggio che, puntualmente, viene meno), al pensiero dell’ennesimo lunedì trascorso al di qua del proprio banco.

E allora, il gioco, le idee, la fantasia, che, come ci hai insegnato tu (ripenso al tuo meraviglioso racconto A giocare col bastone!), possono cambiare il mondo, possono iniziare a farlo proprio a partire da una classe. Nell’aula, il gioco fa dimenticare i ruoli, i banchi cambiano posizione, danno le spalle alla cattedra, che non fa più paura. I bravi pedagogisti direbbero che il gioco è in grado di far abbassare i filtri affettivi, liberando gli alunni da quelle sovrastrutture emotive che ne danneggerebbero irrimediabilmente l’iter di apprendimento.

Qualche altro bravo pedagogista, poi, si affretterebbe ad affermare anche che il gioco facilita l’ imparar facendo, favorendo, così, gli stili cognitivi più concreti (e sempre più diffusi), che necessitano di una conoscenza che passi per il corpo.

Quindi, caro Gianni, non siamo solo noi a pensare che imparare, mentre si gioca, sia una soluzione, ma anche la scienza.

È vero, alcuni professori se ne devono ancora convincere, ma giochiamo a far finta che lo facciano solo per non rinunciare all’energia elettrica.

Ma dovranno accettare l’evidenza: oggi, piangendo, non si impara.

E, quindi, vale la pena che un bambino non impari piangendo quello che può imparare ridendo?