Nun mettere ‘o ppepe nculo ‘a zoccola“ , in altre parole non istigare, è un detto molto comune, ma quali sono le sue origini? Il proverbio proviene da una storia vera. Siamo nel 1650 ed a Napoli come nel resto d’Europa dilaga la peste. Quello stesso morbo che Manzoni ha descritto con tanta dovizia di particolari. Nella città partenopea ci furono 400.000 morti su 600.000 abitanti, con una mortalità di due napoletani su tre. La colpa dell’epidemia fu data ai topi, anche se da nuovi studi è emerso che molto probabilmente non furono i topi, ma i pidocchi e quindi gli esseri umani a far propagare il morbo.

Tuttavia  i napoletani, nel tentativo di limitare l’epidemia, utilizzarono un metodo particolare per cercare di sterminare i topi. Si tratta di una pratica secondo cui dei grossi ratti venivano catturati ed incattiviti, introducendo del pepe nel sedere che poi veniva cucito. Questi poi, venivano rimessi in libertà nelle fogne raggiungendo gli altri topi e impazziti li ammazzavano. Questo metodo sembrava già in uso sulle navi mercantili dove i marinai lo utilizzavano per uccidere i topi che si introducevano nei bastimenti.

Il sistema purtroppo causò una sofferenza inutile alle povere bestiole, perché non funzionò. A Napoli infatti, leggenda vuole che fu poi il miracoloso intervento di San Gennaro e di San Gaetano a sconfiggere la peste, il 15 agosto 1656, con un diluvio che affogò i topi nelle fogne e lavò le strade della città, di qui incidentalmente l’altro detto, “facimm a fine de’ surice” , (quando si rischia di morire intrappolati). A seguito di questo prodigio fu eretta una statua di San Gaetano con la scritta: “ad pestae liberatum“.

Da allora i due detti sono rimasti nella memoria dei napoletani, e vengono comunemente usati, così come tante altre espressioni napoletane che collegano la nostra storia e cultura al presente, rendendo attuale il nostro passato. 

Simona Caruso