Le più grandi dive italiane del Cinema Muto

Francesca Bertini

L’altra grande stella del Cinema Muto italiano del primo Novecento, accanto a Lyda Borelli, è Francesca Bertini, interprete del “film culto” Assunta Spina.
Figlia adottiva di un trovarobe napoletano e di un’attrice fiorentina, nacque a Prato nel 1892 e visse a Napoli fino al 1913 dove, giovanissima, interpretò delle commedie napoletane.
Poiché la sua voce poco gradevole non era però adatta al teatro, cercò allora, con grande determinazione, di farsi strada nel cinema dove, all’inizio, recitò parti secondarie in numerosi film muti finché, nel 1910, interpretò il suo primo ruolo importante nel film “Il Trovatore”.
A 21 anni, si trasferì a Roma e, nel 1913, ottenne la parte della protagonista in “Histoire d’un Pierrot” per la Film d’Arte. Succursale italiana della francese Pathè.
Passò poi alla Caesar Film, all’inizio solo in prestito, dove in solo due anni raggiunse la notorietà.
Nel 1915 ottenne infatti uno strepitoso successo con il personaggio della napoletana Assunta Spina, nell’omonimo film tratto da un dramma di Salvatore Di Giacomo.

FRANCESCA BERTINI
In questo film, Francesca Bertini non si limitò a recitare la parte della protagonista, ma si interessò anche alla realizzazione del film, come testimoniò lo stesso regista Gustavo Serena dichiarando “E chi poteva fermarla?… era così esaltata dal fatto di interpretare la parte di Assunta Spina che era diventata un vulcano di idee, di iniziative, di suggerimenti in perfetto dialetto napoletano: organizzava, comandava, spostava le comparse … , l’angolazione della macchina da presa …“.
Il fascino che emanava la sua figura gracile “dai capelli corvini e dallo sguardo acceso e intenso” le fecero presto varcare i confini come “tipo d’una bellezza meridionale e popolaresca”, come la definirono i critici.

In seguito, Francesca Bertini interpretò sullo schermo grandi personaggi letterari e teatrali come “Fedora“, “Tosca e La signora delle camelie.
La sua notevole bellezza e la capacità di imporre la sua presenza in scena , soprattutto in parti tragiche, hanno fatto di lei, insieme a Lyda Borelli, uno dei primi esempi di Diva cinematografica.
Con lei si inaugura quello stile proprio del “divismo”, che si esprimeva attraverso gesti e atteggiamenti caratteristici, come pretendere di indossare per ogni scena un abito nuovo, fatto su misura dalle sarte oppure, durante le riprese di un film, interrompere per recarsi a prendere il tea in un grande albergo, in compagnia di alcune dame…
Insieme a Lyda Borelli, Francesca Bertini incarnò il personaggio di “donna passionale, assoluta, straziante e fatale”, allora di moda.
Il suo produttore ebbe l’idea di farle interpretare una serie di film ispirati al romanzo d’appendice come “I sette peccati capitali” di Eugene Sue, in cui la diva si sarebbe espressa in tutta la gamma delle passioni. La serie, uscita nel 1919, non ebbe però il successo commerciale sperato.

FRANCESCA BERTINI
L’attrice andò in crisi e decise di prendersi un periodo di riposo in una clinica.
Durante questo periodo trovò modo di assistere, nei teatri di posa della Caesar, a delle riprese in cui venivano utilizzati nuovi metodi di lavorazione giunti da Torino. Decise allora di farsi dirigere, nel film successivo, da un regista torinese. La pellicola “Anima allegra” ottenne un buon successo di pubblico.
Ancora all’apice del successo, l’attrice rifiutò un’ottima offerta della Casa americana Fox, perché aveva appena conosciuto l’uomo che diventerà suo marito, il banchiere svizzero Albert Cartier.
Nel 1921, dopo aver sostenuto il suo ultimo ruolo notevole nel film “La fanciulla di Amalfi“, si sposò e abbandonò il cinema.

Nella sua pur breve carriera, Francesca Bertini girò un centinaio di film e guadagnò 4 milioni di lire dell’epoca.
È probabile che, dopo il matrimonio, con l’avvento del cinema Sonoro, abbia avuto, come altri suoi colleghi del Muto, difficoltà ad adeguarsi alle nuove tecniche di recitazione, tenendo anche conto del suo timbro vocale poco gradevole.
Nel suo unico film sonoro, “Odette“, del 1934, girato prima del suo ritiro definitivo, la sua voce fu infatti doppiata.
Negli anni ’60 – ’70 l’attrice prese parte a delle trasmissioni televisive in cui venne intervistata da Lelio Luttazzi, Mike Bongiorno, Enzo Biagi e Maurizio Costanzo, rievocando, con una punta di nostalgia , la sua leggendaria stagione di trionfi cinematografici.

FRANCESCA BERTINI
Nel 1969 pubblicò la sua autobiografia, intitolata “Il resto non conta“.
Nel 1979 Bernardo Bertolucci la convinse a comparire in un breve cameo, in abiti da scena, nel suo kolossal “Novecento“.
Nel 1982 il regista Gianfranco Mingozzi diresse per la televisione un documentario a lei dedicato dal titolo “L’ultima diva“.
Francesca Bertini morì a Roma nel 1985, all’età di 95 anni.

Il film “Assunta Spina
Prima di chiudere il capitolo su questa straordinaria donna che seppe imporre la sua personalità In un’epoca in cui il maschilismo era ancora dominante, mi pare opportuno dedicare un breve commento al film “Assunta Spina“, che tanta importanza ha avuto nella Storia del Cinema Italiano.
Quest’opera cinematografica, tratta dal testo teatrale di Salvatore Di Giacomo, definito dalla critica uno “struggente dramma della gelosia”, venne considerata la “vera summa” di una recitazione che diede origine a un modello definito il “bertinismo”.
Diventò un “film culto”, oggetto poi di un remake memorabile con Anna Magnani ed Eduardo De Filippo.
La versione del film interpretato da Francesca Bertini, recentemente restaurato dopo il ritrovamento in Brasile di una splendida copia, è, a giudizio unanime degli storici del cinema, una delle opere più significative del cinema muto, non solo italiano.
Il film è dominato dalla prepotente personalità della protagonista , che impone il ritmo della vicenda è che anima la figura di Assunta Spina, autentica donna del popolo.
Per interpretare questo personaggio, Francesca Bertini aveva abbandonato
lo stile dannunziano, tipico della recitazione divistica del tempo, per tornare alle sue origini partenopee, con una recitazione “a volte sanguigna, a volte sofferta”, ma fondamentalmente sincera e spontanea.

Fernanda Zuppini