Le più belle canzoni napoletane, scelte e commentate da un’amica piemontese…

“Simmo ‘e Napule, Paisà”

Questa canzone del 1944, scritta da Peppino Fiorelli e musicata, a ritmo di tarantella, da Nicola Valente che, nelle intenzioni degli autori avrebbe dovuto esprimere le speranze della rinascita, venne interpretata, specialmente da coloro che avevano combattuto il fascismo, come un “qualunquistico invito all’oblio”.
Il testo fu composto nel 1944, quando Napoli era ancora sommersa dalle macerie, e i versi “Chi ha auto, ha avuto, ha avuto …/ chi ha dato,
ha dato, ha dato…/ scordammoce ‘o passato,/ simmo ‘e Napule, paisà!
suonavano alle orecchie di chi si era sempre opposto al fascismo come un vergognoso incitamento a dare un colpo di spugna sui vent’anni di regime.
Il termine “Paisà“, che veniva usato, nel senso di “compaesano“, dai soldati americani per rivolgersi ai napoletani, testimonia il momento storico dell’occupazione angloamericana, quando la città era appena uscita dai bombardamenti che l’avevano quasi distrutta.
Napoli più di altre città italiane, aveva subito numerosi attacchi, l’ultimo dei quali da parte degli americani, proprio a poche ore dall’annuncio dell’armistizio dell’8 settembre, ed era quindi comprensibile che una parte del popolo desiderasse rimuovere il ricordo di questi eventi terribili e tendesse a identificarsi in questa canzone che ispirava sentimenti di speranza per il futuro.
Questa canzone suscitò nei cittadini napoletani sentimenti contrastanti e scatenò molte polemiche nella società italiana del tempo “sia tra gli intellettuali che a livello politico”.
Quelli che avevano apertamente appoggiato il fascismo potevano finalmente liberarsi di quel ricordo un po’ “imbarazzante“, altri, politicamente meno impegnati, leggevano in questi versi un giusto appello alla rinascita , mentre coloro che il fascismo lo avevano avversato, adesso consideravano una vergogna voler cancellare il ricordo di quegli anni bui e di una guerra devastante.
Da una analisi più attenta del testo, come si osserva in un articolo di
Pietro Gargano da “Il Mattino” del 11/2/07, “avevano torto tutti e non soltanto perché una canzone è solo una canzone”, ma perché “furono tutti tratti in inganno da un vecchio motto popolare, ‘chi ha avuto…chi ha dato…’, trascurando la dignità delle altre strofe che contenevano dolenti e dolorosi inviti a riscoprire la vita, restituendo un senso individuale alla tragedia collettiva“.
Secondo l’autore dell’articolo, il brano “Simmo ‘e Napule, Paisà”
sarebbe stato ingiustamente tacciato di disimpegno , secondo lo stereotipo classico che accusa i napoletani di essere superficiali e di accontentarsi facilmente, come potrebbero far intendere i versi
Basta che ce sta ‘o sole / ca c’è rimasto ‘o mare,/ na nenna a core
a core,/ na canzone pe’ cantà…”
Sarebbe infatti un errore etichettare come “qualunquista” la canzone in base a questi versi.
Il testo è infatti “molto intenso, a volte struggente “ed è un continuo alternarsi di opposti sentimenti , “tristezza e gioia”, “sconforto e speranza (un po’ come nella canzone “‘O sudato ‘nnammurato“).
Nel ritornello c’è si l’invito ad accontentarsi del sole, del mare e
dell’amore, ma nelle strofe emergono anche la “sofferenza e il tormento” di un popolo duramente colpito dalla guerra.
La canzone narra di una coppia di sposi che, dopo aver messo il
Vestito buono“, decide di fare un giro in carrozzella per rivedere la città che porta ancora i segni della distruzione, come si legge nelle parole del cocchiere che, giunto a Santa Lucia, ricorda “ccà nce stava
‘a casa mia ,/ sò’ rimasto surtant’l’…” . Ma i tristi ricordi che si affacciano alla mente sono subito soffocati da quella che è una caratteristica della gente di Napoli e che qui viene espressa dalle parole del cocchiere che, dopo aver pianto sulle sue disavventure, dice “…ma po’ a nostalgia ,/
fa presto a fernì…” e si è pronti a dimenticare il passato e a ricominciare.

Vi proponiamo l’ascolto di questa controversa ma significativa canzone napoletana, emersa dalle ceneri della guerra come un grido che è , insieme, di dolore e di speranza, nella versione,piena di sentimento pacato e per nulla trionfalistico, di Fausto Cigliano.

Fernanda Zuppini