Sul terrazzo del museo Madre di Napoli, lo scrittore Salman Rushdie, venerdì ha riempito di riflessioni la prima tappa napoletana del festival internazionaleLe Conversazioni“, ai cui lettori lo scrittore indiano conferma la notizia che Netflix ha acquistato i diritti del romanzo “I figli della mezzanotte“, pubblicato nel 1981, per la produzione di una serie televisiva che è in programmazione tra circa un anno.

Antonio Monda, il promotore del festival assieme a Davide Azzolini, ha condotto Rushdie in una riflessione su di sé, partendo dal tema del “pregiudizio“, e da nove espressioni del genio artistico con cui si è saputo esprimere l’uomo nel corso dei secoli. Tre dipinti, tre film, due persone, un luogo e una musica, tutto questo per raccontare una vita vissuta tra Oriente e Occidente, tra fede e laicismo, tra libertà e costrizione. Sembrano lontani i tempi in cui una fatwa, una condanna a morte, lanciata dall’ayatollah Khomeini lo costringevano alla clandestinità. Sul terrazzo del Madre si respira aria di libertà.

Il motivo per cui sia stata scelta l’arte come elemento propulsore della narrazione lo spiega lo stesso Rushdie, presentando la prima delle sue scelte artistiche, ovvero “I dipinti dell’Hamzanama” (1562), contenute in un manoscritto illustrato, commissionato dal Gran Mogol imperatore Akhbar. “L’arte può dimostrare la disonestà del presente“. Il Gran Mogol seppe guidare gli artisti in questa serie di tele, da cui emerge il suo carattere. Nel Cinquecento, l’arte e la cultura indiana e quella italiana furono indirizzate da uomini dal grande ingegno, come dimostrano le conclusioni a cui giunsero le esperienze artistiche di entrambi i popoli: l’umanesimo e la tolleranza sono le sole risposte per un’esistenza improntata sull’ottimismo, sulla felicità e sull’armonia.

Il tradimento delle immagini, Renè Magritte, 1889

Eppure, bisogna avere ben chiaro che “l’immagine di qualcosa non è la cosa stessa. Per cui, l’arte è l’immagine della vita, non è la vita“. Avere chiara questa distinzione aiuta a evitare il pregiudizio, quando entriamo in contatto con una nuova realtà. Lo spiega bene il secondo dipinto, scelto da Rushdie, “Il tradimento delle immagini“, meglio noto come “Questa non è una pipa” (1928-29, Los Angeles County Museum of Art). L’opera di Magritte sposta l’attenzione dalla ricerca della felicità attraverso l’armonia, al senso di sorpresa, in cui ci si può imbattere durante tale ricerca. La bellezza spiazzante di questo quadro è, secondo Rushdie, nel fatto che “l‘arte può aggiungere qualcosa alla realtà, perché non dipende dalla realtà“. E richiama alla mente “La notte stellata” di Van Gogh (1889, Museum of Modern Art, New York). E’ evidente che qui l’arte descrive la natura dell’immaginazione.

Le pitture nere, Francisco Goya, 1891

A volte l’immagine, intesa come rappresentazione della realtà, assume sfumature grottesche, come ben rappresentato da Goya nelle sue “Pitture Nere” (1819-23). Il grottesco è reso attraverso un’oscurità favolosa, che rappresenta gli aspetti meno belli della vita. Oggigiorno, c’è molto grottesco nella vita e nell’umano. Per Rushdie, la genialità di Goya sta nel rappresentare l’oscurità interiore di ciascuno uomo attraverso un’immagine da cui non si riesce a staccare lo sguardo. Un fatto voluto perché, come scriverà lo stesso Goya, ripreso da Rushdie in uno dei suoi libri, “il sonno della ragione genera mostri”.

Il lamento sul sentiero, di Satyajit Ray, 1955

E, allora, meglio restare vigili e riflettere. Anche se, nella propria vita, non accade nulla di grandioso, eppure tante piccole cose la rendono bellissima. Come espresso da Ray nel suo film, “Il lamento sul sentiero” (1955), basato su un romanzo ambientato in un piccolo paese del Bengala. Lo scrittore indiano esprime la propria commozione davanti alla scena in cui il padre di una famiglia di questo paesino torna dalla città, dove si è trasferito per lavoro, con un regalo per ciascuno dei suoi figli e scopre che sua figlia è morta.

L’angelo sterminatore, di Luis Bunel, 1962

L’angelo della morte è una presenza, secondo Rushdie. Ce lo ricorda Luis Bunel nel suo capolavoro, “L’angelo sterminatore” (1962), esempio di surrealismo. A chi gli chiedeva come volesse essere ricordato, Bunel rispondeva che sulla sua lapide avrebbe voluto il seguente epitaffio: “Grazie a Dio sono morto ateo“. Oltre ogni pregiudizio, girò da ateo questo film sulla religione e su Dio, ricordando solo nel titolo quella che è una presenza silente in tutto il film: l’angelo della morte.

Star Wars IV, di George Lucas, 1977

Una nota conclusiva di ottimismo si ritrova nella terza scelta cinematografica dello scrittore indiano, “Star Wars: Episodio IV – Una nuova speranza” (1977). L’immagine della navicella che sembra sovrastare tutto e la scritta, “molto tempo fa, in una galassia”, hanno sdoganato la fantascienza, che sino a quel momento era considerata un genere da b-movie.

William Shakespeare e Miguel de Cervantes

La satira sull’uomo moderno, che impazzisce, eppure può mantenere in sé i tratti della nobiltà e della dolcezza, porta Rushdie a ricordare Cervantes, la persona che assieme a Shakespeare ha influenzato la sua visione della vita. E’ la stupidità della cultura a far uscire di senno, il che accade soprattutto a causa della televisione e dei reality shows. Una convinzione che ha portato lo scrittore a intitolare a “Chisciotte” il suo prossimo romanzo.

L’incontro de “Le Conversazioni” al Madre si conclude sulle note di “Yeh hai Bombay Meri Jaan” (1956). Fermo restando che “la casa è il luogo di cui ho le chiavi, ma quasi tutti noi abbiamo cambiato il luogo in cui siamo nati“, il Westfield Estate di Bombei è il luogo natio, lasciato a sedici anni eppure ritrovato in tutti i suoi romanzi.

Yeh Hai Bombay Meri Jaan, “Mumbai ti amo”, di Moahammed Rafi and Geeta Dutt, 1956