La performance Lineandrogenus, tenutasi lo scorso 31 luglio, a cura di Raffaele Loffredo, ha esposto uno dei cicli di creaturae di Luca Arcamone, sculture/maschere che l’artista realizza utilizzando materiale di scarto, misto a cartapesta e decorate da un deciso tratto indigeno. Lo scultore napoletano confronta il suo repertorio scultoreo con persone del luogo che hanno performato indossando le sue maschere, avendo come sfondo il suggestivo “Museo De Los Orichas” di L’Avana a Cuba, dove l’artista ha anche donato una delle sue maschere/sculture.

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LA PERFORMANCE. Lo scenario è stato caratterizzato da figure androgine che citano simbolicamente la nascita dell’espressione danzaria afro-cubana, conseguenza dell’attitudine repressiva, creata dall’importazione degli schiavi africani nell’isola, da parte dei colonizzatori che determinarono una transculturazione religiosa, traducendosi in devozioni spesso danzate e celate dietro l’iconografia cattolica; l’afro-cubano risulta essere strettamente connesso quindi alla Santeria Cubana, (termine coniato in senso dispregiativo dagli schiavisti spagnoli) che mostra in se, riconosciute e molteplici divinità dalle sembianze miste, umane e terrene, femminili e maschili; tra i più rappresentati c’è Obatalà, il santo androgino.

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Obatalà significa Oba-it-or-NLA (il re che è grande) o Oba-ti-ala (il re che indossa bianco) considerato nella mitologia yoruba il simbolo di Olodumare sulla Terra, il responsabile della creazione delle parti fisiche dell’essere umano, lo scultore divino.

Ho iniziato a tastare forme che non avevo ancora esplorato – sostiene Arcamone – e mi sono trovato involontariamente faccia a faccia con la mia femminilità, consapevolezza, percezione di essere entrambi i generi e serenità di adorare entrambe le parti di me che rappresentano lo stesso stato o forse un humussuperiore”.

 

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L’ARTISTA. Le sculture di Luca Arcamone affondano le radici nelle stilizzazioni dei personaggi della “Commedia dell’Arte”: da quelle demoniache, grottesche a quelle animalesche che guardano l’iconografia del ‘400/’500, passando per approcci più concettuali e materici in chiave tipicamente contemporanea.
L’arte e la creazione dell’arte rientrano, attraverso le sue creaturae, in uno spazio detto transizionale, il quale, come nello sviluppo psichiatrico infantile (nell’accezione di D.W. Winnicott), è rappresentato da oggetti fisici che prendono il posto del legame madre-figlio.

Attraverso esse, si pone in essere, l’ambizione e il bisogno di occultare il proprio vero io, per timore che venga reso vulnerabile, il rafforzamento del proprio io-pelle, essendo la barriera che separa il se dagli altri.

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In foto (Luca Arcamone e Raffaele Loffredo)

A proposito dell'autore

Paola Aucelli

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