Così la neve al sol si disigilla;
così al vento ne le foglie levi
si perdea la sentenza di Sibilla.
(Dante Alighieri, Paradiso XXXIII, 64-66).

La curiosità dell’uomo, ma anche la paura, lo ha spinto da sempre a cercare di conoscere il futuro o di svelare verità inaccessibili, affidandosi alle arti divinatorie o alle profezie.
La veggenza, l’osservazione di fenomeni naturali o di eventi straordinari, sono strumenti divinatori inventati dall’uomo.
I primi ad organizzare in maniera scientifica la ricerca di verità future furono i Caldei, ai quali è attribuita la costruzione dello Zigurat o Torre di Babele per osservare più da vicino le stelle.
Persino personaggi illustri quali Pitagora e Virgilio furono coinvolti in arti divinatorie.
La cosa incredibile è che molti Padri della chiesa ritennero che Dio si fosse servito delle Sibille per annunciare la venuta del Redentore, tant’è che queste profetesse sono state effigiate da molti artisti cattolici come Michelangelo nella Cappella Sistina.
S’ignora cosa significhi la parola ‘sibilla’, benché la leggenda narri che tale fosse il nome di un’indovina di Marpessus, nei pressi di Troia, nota per aver espresso i suoi oracoli in indovinelli scritti sulle foglie delle piante. La sacerdotessa cumana è certo una delle figure più affascinanti e di lunga durata dell’antichità.
Virgilio descrive nel VI libro dell’Eneide, l’aspetto tremendo della Sibilla quando, invasata e squassata dalla potenza di Apollo, risponde alle domande poste da Enea, giunto all’antro cumano per interrogarla e al quale essa spalanca le porte dell’Ade.
Questa la più famosa leggenda che vive attorno alla figura della Sibilla Cumana:
Apollo le concesse di esaudire ogni suo desiderio in cambio del suo amore, lei chiese di poter vivere tanti anni quanti erano i granelli di sabbia che riusciva a tenere in una mano. Tutto le fu concesso, ma non fu mai menzionata la giovinezza.
Allora il dio le propose di non farla invecchiare in cambio della sua verginità, lei rifiutò e cosi continuò a vivere nei secoli consumandosi a poco a poco.
Già nel VI secolo a.C. era noto lo speciale rapporto che legava la Sibilla di Cuma alla Roma monarchica. La sacerdotessa, infatti, si recò personalmente dal re Tarquinio Prisco per offrirgli una raccolta di oracoli redatti su foglie di palma, che solo dopo ripetute esitazioni furono acquistati dal re. La cumana si mostrò, sotto forma di un’anziana donna, per vendergli i nove libri profetici ad un prezzo elevatissimo. Lui non accettò e lei ne distrusse tre, poi gli propose gli altri sei al solito prezzo e lui nuovamente rifiutò, allora la cumana ne distrusse ancora tre e glieli propose allo stesso prezzo.
Infine lui accettò dietro consiglio di alcuni sacerdoti che ne ebbero la custodia.
I libri sibillini furono gelosamente conservati nel tempio di Giove Capitolino e poi furono trasferiti in età augustea nel tempio d’Apollo sul Palatino, dove potevano essere consultati soltanto in occasioni di estrema gravità da un preposto ordine sacerdotale.
La figura della Sibilla non rimase sempre la stessa, alcune volte era descritta con aspetto grottesco e tra queste descrizioni ricordiamo quella di Petronio sulla sua longevità, raffigurandola come una vecchia decrepita e consunta, da essere ridotta ad un misero esserino rinchiuso in una bottiglia che invoca disperatamente in greco Thanatos, la Morte, perché venga finalmente a liberarla da una lunghezza di vita disperata, beffardo dono di Apollo, al quale il dio non volle associare l’eterna giovinezza.
Varrone ne citò dieci, ma solo una aveva in sè il fascino del mistero, la Sibilla Cumana, il quale antro incuteva particolarmente terrore a chi vi entrava. Un corridoio dalla forma trapezoidale scavato nel tufo di Cuma, e che terminava con una stanza scavata nella roccia.
Virgilio parla della cumana nel VI libro dell’Eneide. L’eroe troiano Enea va a consultarla nel suo tempio. Prima di condurlo con i suoi uomini fino all’entrata del Lago Averno, la maga gli ordina di procurarsi il prodigioso Ramo d’Oro quale lasciapassare per l’Ade.
Nella tradizione greca le Sibille erano associate ad Apollo, in quanto dio delle profezie: l’Oracolo di Delfi in Grecia, noto come ‘Pizia’, era una sacerdotessa del tempio locale dedicato alla divinità. Per entrare nello stato di trance profetico la Pizia masticava foglie di alloro – l’albero sacro ad Apollo – oppure sedeva sul suo tripode, vicino ad una spaccatura del terreno, e aspirava gli intossicanti fumi vulcanici che ne uscivano.
Ma in un caso o nell’altro, si riteneva che ricevesse l’ispirazione direttamente dal dio, che tramite lei pronunciava i suoi famosi, ambigui oracoli.
Cuma, come Delfi, sorge in una zona di attività vulcanica, i Campi Flegrei, ad ovest di Napoli, preferiti in epoca romana dalle classi abbienti per costruirvi le loro residenze e giovarsi delle acque termali di Baia. Al pari dell’Oracolo di Delfi, anche la Sibilla Cumana era legata al culto di Apollo.

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Sull’acropoli di Cuma si apriva una grotta tradizionalmente nota come antro della Sibilla. Quando negli Anni Venti, si procedette ad una campagna di scavi, la caverna risultò più grande di quanto ci si aspettava, ossia lunga 183 m, con pozzi luce e cisterne d’acqua. La galleria attraversava in linea retta la collina e fu presto identificata come un’opera militare costruita dal generale romano Agrippa (ca. 63- 12 a.C.).
Nel 1932 fu scoperta una seconda caverna, che gli archeologi ritennero essere quella della Sibilla. Vi si accede tramite una galleria lunga 107 m, con 12 brevi passaggi laterali che si aprono sul fianco del colle, da cui filtra la luce.
La galleria principale termina in un vestibolo contenente un paio di sedili scavati nella roccia e di là di essi una camera a volta. Forse i visitatori della Sibilla si sedevano nell’attesa di consultarla, mentre la profetessa vaticinava nascosta dalla porta che separava in origine il vestibolo dal tempio interno. Erano probabilmente in uno stato di esaltata aspettativa dato che, durante il giorno, l’alternarsi di fasci di luce e oscurità originati dai pozzi, lungo la galleria, faceva sì che chiunque provenisse dall’interno per condurre i nuovi arrivati al tempio apparisse e scomparisse.
Le aperture luminose avevano forse anche lo scopo di intimidire i visitatori in un secondo modo. Come le fessure osservate in altre camere oracolari, ad esempio a Malta, i fori nella roccia potevano produrre il calcolato ‘effetto speciale’descritto da Virgilio:
‘L’immenso fianco della rupe euboica s’apre in un antro: vi conducono cento ampi passaggi, cento porte; di lì erompono altrettante voci, i responsi della Sibilla’.
Nel 1932, gli studiosi conclusero che la caverna di Virgilio era stata riscoperta, ed essa continua ad essere mostrata ai visitatori come quella della Sibilla.
Ma lo è veramente? Il tempio della Sibilla Cumana fu venerato in tutto il mondo greco dal VI o dal V secolo a.C. ma gran parte dei resti oggi visibili appartengono ad un periodo più tardo. Non sono stati praticamente esumati reperti tali da confermare o confutare l’uso religioso della grotta e alcuni archeologi ritengono che siano necessarie altre ricerche. Eppure è facile, stando all’entrata della caverna, immaginare l’eroe di Virgilio, Enea e i suoi “Troiani, tutti consumati guerrieri, raggelati dal terrore, mentre ‘dal sacrario la Sibilla Cumana… predice orrendi enigmi e mugghia dall’antro, avviluppando il vero nelle tenebre…’.

di Carlo Fedele