Quest’anno, tra le allerte meteo e l’ultima ordinanza relativa alla sospensione delle attività didattiche in presenza per le scuole primarie e secondarie, pare proprio che, nelle scuole campane, i banchi siano destinati a soffrire di solitudine.

Con oggi, infatti, siamo al secondo giorno di chiusura delle scuole di ogni ordine e grado per le recenti disposizioni per il contenimento dei contagi di COVID-19.

Ma pare proprio che, rispetto al DPCM del 04 marzo 2020, con cui si predisponeva la sospensione delle attività didattiche in presenza, ma livello nazionale, le reazioni dei ragazzi siano state sensibilmente diverse.

Il motivo? Non più la speranza di qualche giorno di scuola “in meno”, come precauzione contro un virus ancora tutto da capire, ma la consapevolezza più profonda di una situazione critica che si ripete. Come si ripete la triste sequenza dell’RNA di un virus orientale, capace di trasformare le lezioni in aggregati di piccole icone, aggrappate a piattaforme basculanti in mezzo ad un oceano di byte.

E così, tra onde elettromagnetiche depredate da reti di connessioni spesso inadeguate, emergono, inaspettati, messaggi preoccupati e pieni di un’attitudine che avremmo reputato impensabile, nell’epoca pre-COVID-19. Il timore, e non già la speranza, che non si torni più alla didattica in presenza.

Inutile dire che gli autori di tali quesiti sono, molte volte, i ragazzi delle classi quinte, reduci dalle esperienze indirette vissute attraverso i loro compagni già “maturati”, pionieri, l’anno scorso, dell’esame di Stato in tenuta anti-Coronavirus, di cui, adesso, vivono gli stessi dubbi, le medesime paure e le identiche attese.

Come interpretare, quindi, l’impazienza dei nostri ragazzi di sedersi al proprio banco?

Per adesso, ho solo una risposta: il 2020, che, un giorno, sarà chiamato da tutti “l’anno del COVID-19”, per i docenti sarà stato semplicemente “l’anno in cui i ragazzi capirono di amare la scuola”.