“Non sento nostalgia per la nostra infanzia: era piena di violenza” esordisce Elena Greco la protagonista dell’”Amica geniale”, l’acclamato sceneggiato prodotto dalla’HBO e trasmesso da Rai1 la settimana del 25 novembre (in onda martedì 27 novembre), la giornata internazionale della violenza sulle donne, così la messa in onda di questa serie televisiva sembra particolarmente significativa, perché “L’amica geniale” è una storia di violenza, di rabbia e della violenza e rabbia e distruzione che esse generano. Violenza perpetrata dagli uomini, ma anche quella perpetrata dalle donne che ne sono altrettanto capaci. 

La serie televisiva è basata sul romanzo bestseller di Elena Ferrante, e sembra essere riuscita a catturare e trasmettere uno dei messaggi chiave del libro: Elena (Elisa del Genio), la sua migliore amica-nemesi Lila Cerullo (Ludovica Nasti) e tutti i bambini che vivono con loro nella Napoli operaia del dopoguerra, crescono in un ambiente dominato dalla violenza che schiaccia ogni altra interazione.

Non è solo la violenza degli uomini del vicinato, che picchiano le mogli e si combattono per il dominio, come i primi due episodi dello programma, trasmessi domenica e lunedì, fanno vedere, ma è la violenza che penetra ad ogni livello in cui anche Elena e Lila  vengono coinvolte, combattendo con i ragazzi e, più tardi, conducendo una guerra di parole tra loro che durerà decenni. “Mentre gli uomini si sono sempre arrabbiati, ma  alla fine si sono calmati”, scrive Ferrante; “Le donne, che sembravano tacere, acquiescenti, quando si sono arrabbiate sono volate in una rabbia senza fine.”

L’amica geniale e gli altri tre romanzi della famosissima serie napoletana di Ferrante sono stati accolti come classici femministi moderni, raccontando storie spesso dimenticate di ragazze e donne. Ma come la serie HBO chiarisce, queste non sono storie edificanti di donne che raggiungono una qualche forma di emancipazione e potere femminile. La storia di Elena e Lila è una storia di amicizia, sì, ma anche di odio e di rabbia che non è sempre giusta. I romanzi, e ora la serie televisiva, ci ricordano una verità scomoda: le ragazze e le donne sono sempre state altrettanto capaci di violenza come uomini e ragazzi. È solo che per molto tempo, nessuno ha voluto vedere.

In parte, la violenza delle storie di Ferrante rispecchia l’ascesa reale della criminalità organizzata a Napoli a partire dalla metà degli anni ’50. E, in parte, è una sorta di approccio anti-nostalgico, come direbbe Elena. Ferrante ci mostra l’infanzia come lo è per molti bambini: non idilliaca, e spesso spaventosa e a volte sanguinosa. 

Elena e Lila non sono solo vittime di violenza. Sono partecipanti attive della violenza che le circonda: come quando Lila lancia dei sassi ai ragazzi che la attaccano – ed Elena interviene per aiutare. Lila non si sta semplicemente difendendo in questa scena; lei sta combattendo con gusto. Anche quando non combattono, le ragazze osservano sempre la violenza. Quando gli adulti nel loro mondo si picchiano, Elena e Lila guardano affascinate. Elena è più di una lavagna vuota, con gli occhi spalancati che catturano tutto – Lila, nel frattempo, ha già sviluppato un’opinione – anche un apprezzamento per – la violenza del suo quartiere.

Parte della popolarità dei romanzi napoletani ha a che fare con il loro esame ravvicinato e chiaro delle vite interiori delle donne. I pensieri e i sentimenti degli uomini sono sempre stati considerati un argomento interessante per la narrativa letteraria, ma le storie delle donne si sono spesso ritrovate in una varietà di generi che tendono ad ottenere meno consensi. Il lavoro di Ferrante è stato rivoluzionario in quanto è stato accolto in tutto il mondo come un trionfo letterario, anche se racconta la vita di persone spesso spinte ai margini della società.

Ciò che apprendiamo da l’amica geniale, tuttavia, è che esiste nella vita interiore delle donne un lato oscuro – tanto oscuro quanto qualsiasi cosa perpetrata dagli uomini. “Lila è apparsa nella mia vita in prima elementare e mi ha subito colpito perché era molto cattiva”, scrive Ferrante. E Lila è cattiva – non è cazzuta, non sfortunata o grintosa o vivace, ma odiosa e dispettosa e talvolta crudele.

L’adattamento di Costanzo rende ancora più chiaro ciò che è già venuto fuori nei libri: una delle più grandi capacità di Ferrante sta nel mostrare l’intera gamma di emozioni e tutto ciò di cui sono capaci – amore e amicizia, ma anche distruzione. Ciò che Elena Ferrante ha fatto è creare personaggi che siano accessibili, che a volte si odiano a vicenda e talvolta meritano di essere odiati, e per ricordarci che le donne sono degne di essere rappresentate nell’arte non perché sono meglio degli uomini ma perché anche loro sono umane.

Come si può riconciliare , allora, questa visione con quella delle donne vittime di violenza, di femminicidi, che vengono ricordate il 25 novembre? Si può perché il vero problema non è quello della violenza degli uomini verso le donne, o delle donne verso gli uomini, ma è quello della cultura di violenza che alimenta se stessa in un vortice senza fine, e che rende accettabili o persino “normali” e abitudinari quei piccoli o grossi atti di violenza quotidiana, che per decenni non sono stati neanche considerati un reato.