Occorre una traccia per scrivere una storia, una traccia è spesso una pista, l’indizio nel giallo, uno strumento di conoscenza o semplicemente una direzione. Traccia è la parola a cui si sono ispirati, questa settimana gli scrittori dell’Officina delle parole, laboratorio di scrittura creativa di Vincenza Alfano presso Iocisto, la libreria di tutti.

Buona lettura!

L’uomo e il lupo

Silvana Bruno

Avanzava con fatica, di tanto in tanto si fermava. Stanco, ferito non sapeva ancora se procedere o lasciarsi morire. Buio pesto, intorno solo fantasmi di alberi e miagolii spaventosi. Quanta neve era caduta quella notte, cosi soffice, ma tanto gelata da far rabbrividire il cuore. Si arrampicò su una scarpata, in lontananza una luce fioca s’intravedeva; continuava a perdere sangue lasciando tracce lungo il percorso. Fece ancora qualche passo, poi un lamento straziante e si accasciò esausto.

Una scintilla di fuoco lo scosse dal torpore, era al riparo. Nell’angolo di una piccola stanza invasa da ragnatele e qualche utensile, un’ombra si stagliava, dondolandosi sull’unica sedia,  in modo perpetuo.

Quello che in tempi migliori doveva essere stato un uomo grosso, ora era ridotto a una carcassa. Barba e capelli lunghi di un grigio inesistente, occhi piccoli nascosti da folte sopracciglia, mani grandi e rattrappite, lo sguardo perso. Cos’era rimasto dell’uomo bello, elegante e colto di un tempo? Perché quel moto di compassione lo aveva spinto ad aprire la porta della sua stamberga al grido disperato di un suo simile? Forse la morte. Sì, aveva paura di morire da solo, solo senza neanche un cane a vedere spegnere i suoi occhi? Quell’uomo, un tempo ricco e famoso, si stava lasciando morire.

Una ferita profonda e mai sanata aveva scavato un abisso, una linea netta di demarcazione tra il tempo sereno della miseria e quello segnato dalla celebrità quando la critica aveva iniziato a osannarlo a fare di lui un simbolo. Un male oscuro lo divorava, niente sembrava avere più senso. Sentiva di perdere pezzi per strada.

Un ammasso di carne che si spostava verso di lui, lo riscosse da quell’intrico di pensieri, poi avvertì un caldo umido alle mani. Quanti anni erano passati dall’ultima volta che aveva sentito una presenza vitale?

Si alzò con lentezza esasperata, come se fosse diventato necessario dettare un comando a ogni singola fibra dei suoi muscoli, si accucciò a terra e si abbandonò abbracciando quel corpo peloso.  Cercò i suoi occhi. Occhi neri profondi i suoi, scavati, occhi grandi verdi e sofferenti quelli dell’animale. Chi era l’uomo è chi il lupo?

Non aveva voluto lasciare tracce di sé anzi le aveva cancellate nel momento in cui all’apice del successo aveva deciso di sparire.

Prima pagina:

Saverio Ranieri candidato al premio Nobel per la letteratura è scomparso  nel nulla

 

Una traccia inconfondibile

Maria Grazia Gugliotti

Con la mia inseparabile jeep e Marta, l’immancabile compagna di viaggio, arriviamo a Pienza di primo mattino.

Ci inoltriamo verso il centro, dirigendoci verso il palazzo ducale, dove ad attenderci c’è il direttore dei lavori, un certo signor Strato non so che, o almeno quello doveva essere. il suo cognome, secondo l’indicazione che mi era stata data.

Entriamo e mi presento: «Sono Virna Arrigò, la curatrice della mostra. Le presento Marta Belli, la mia collaboratrice», lui senza presentarsi ci accompagna al primo piano, ci mostra la sala e si allontana senza dire nulla.

Il tempo di organizzarci e ci mettiamo subito all’opera.

«Il Direttore mi è sembrato trasandato, e anche poco ospitale, non trovi anche tu, Marta?», «In effetti…dal direttore mi sarei aspettata una diversa accoglienza».

Dopo poco, ci viene incontro un uomo affascinante con un sorriso che ci ammutolisce, mi fermo a osservare le macchie di colore sulla sua tuta bianca, i guanti sporchi, gli scarponi imbiancati di stucco. Lascia impronte ovunque.

«Riconoscerei un operaio solo dalla traccia che lascia sul pavimento» dico ad alta voce.

Lo precedo dicendogli: «Lei di certo dev’essere il nostro angelo custode inviato dal dottor Strato per aiutarci, dico bene?» e lui con un sorrisetto meravigliato e divertito mi risponde:

«Certo, sono…l’operaio»

Ci aiuta a scaricare dalla jeep tutto il materiale e preferisce salire lui sulla scala per fissare i ganci dall’alto per consertirci di installare gli eleganti drappeggi alle pareti.

La giornata trascorre in fretta, fino a quando l’uomo non si accomiata gentilmente da noi. Lo ringraziamo con una stretta di mano. Non mi lascia lo spazio per chiedergli il suo nome, mi giro appena un attimo e si dilegua nel nulla. Scomparso.

Restiamo da sole impegnate nell’allestimento della mostra fino a tarda sera.

Il giorno dopo il palazzo ducale è gremito, ospiti giunti da ogni parte ad ammirare i capolavori della pittura senese di due secoli.

L’inaugurazione procede perfetta ma qualcosa rompe l’incanto: all’improvviso arriva l’anonimo operaio che si presenta la microfono con grande disinvoltura: «Sono il signor Strato Fumagalli direttore del museo »

Continua a dire qualcosa, sento che pronuncia il mio nome, mi sta presentando ma io in questo momento voglio solo sprofondare. Mi sono bastati pochi secondi per capire di aver scambiato il direttore per l’operaio.

Lui si avvicina al mio orecchio e mi sussurra: «Strato è il mio nome, non il cognome. All’ingresso siete state accolte dal custode sordomuto».

Mi sciolgo in una fragorosa risata che coinvolge anche la mia colleboratrice involontaria complice di questo equivoco.

Può capitare a tutti di seguire una traccia sbagliata.